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La stagione dell'ira - Considerazioni Conclusive

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Gli Ottantotto Imputati Eversivi
Considerazioni conclusive di Luigi Michele Perri, giornalista presso la RAI Televisione.

   La resistenza nel Regno del Sud - dalla Repubblica sociale alla caduta del regime mussoliniano - si fa spazio gradatamente nell’attualità. Indagini storiche - da una parte e rievocazioni memorialistiche dall’altra - segnano l’importanza di una tra le fasi più controverse della nostra storia nazionale e richiamano esigenze di recupero e rilettura su vicende della vita politica italiana nell’immediato dopoguerra. Non sarebbe possibile capire la nascita della Destra nel Mezzogiorno d’Italia senza passare da quel movimento che - dalla Campania alla Calabria e dalla Puglia alla Sicilia - si pose il problema della sopravvivenza di un’idea, giusta o sbagliata che fosse, nella considerazione dell’opinione pubblica e della coscienza del Paese radicata nelle convinzioni e nei sentimenti dei promotori. 
Il sito on line dell’Istituto di Studi storici economici e sociali ISSES - prestigioso sodalizio culturale di Napoli - pubblica una tesi di laurea sull’Attività clandestina dei militanti di Salò nel Regno del Sud - ovvero il processo degli ottantotto a Catanzaro - presentata dalla Valentina Castanò presso la facoltà di Sociologia dell’Università La Sapienza di Roma. Quasi contemporaneamente nelle librerie esce, in elegante veste grafica, il volume di Nando Giardini - La stagione dell’ira - opera di memorialistica incentrata sugli stessi avvenimenti di cui egli fu coprotagonista. 
I due testi si integrano tra il rigore storico del primo e l’autobiografismo del secondo, sorretti dalla severa indagine scientifica l’uno, e dalla testimonianza personale, l’altro. Si incrociano le tensioni sulla verità della storia e sulla storia della verità sin qui sommerse dallo strumentale oblio della cultura ufficiale imposta per lungo tempo dall'epopea dei vincitori. 
Relatore della tesi è Luciano Zani, docente di Storia contemporanea e preside della facoltà oltre che membro del consiglio scientifico della rivista Mondo contemporaneo. Autore di molte pubblicazioni edite da Laterza e Mondadori oltre che Autorità scientifica conosciuta alla élite della cultura nazionale ed internazionale. La tesi di Valentina Castanò, per qualità della ricerca e trattazione, ha riscosso il plauso della Commissione. Una delle fonti più citate - perché non dirlo in questa sede? - è il Lametino con i suoi numerosi saggi storici a puntate, firmati da chi scrive, sulle cospirazioni dei residui nuclei fascisti e sul processo catanzarese del 1945. Al di là di questo, l’indagine descrive l’ultimo colpo di coda del regime che affidò all'organizzazione Guardie ai Labari le estreme speranze di salvezza dei propri uomini e soprattutto del senso della loro esperienza. Sullo scenario storico, ben calibrato e sistematizzato dalla neodottoressa Castanò, irrompono personalità rimaste care, per decenni, al mondo della destra. Il principe Pignatelli e la moglie Maria De Seta furono incaricati di organizzare il movimento nel Sud. L’operazione era mirata a sbarrare il passo agli Alleati sbarcati in Sicilia e, almeno sul versante calabrese, predisposta soltanto ad utilizzare lo strumento terroristico attraverso azioni di sabotaggio a ponti e tralicci elettrici e senza inutile spargimento di sangue. 
Furono costituiti nuclei che operavano tra Cosenza, Catanzaro, Nicastro, Sambiase e Crotone. 
Il coordinamento fu affidato al cosentino avvocato Luigi Filosa, singolare figura di fascista dissidente, che ebbe l’ardire di mandare a quel paese Mussolini e parte del suo entourage, a cominciare dal cosentino Michele Bianchi, uomo molto vicino a Mussolini. La reazione costò cara a Filosa che subì l’ostracismo irreversibile del regime. L’ostilità ventennale, incredibile a dirsi, non gli impedì, in pieno declino del fascismo ed a guerra praticamente perduta, di rientrare in quei ranghi che lo avevano espulso e inviato al confino come nemico. 
Il gruppo più efficiente fu, senza alcun dubbio, quello lametino dove tra i molti altri spiccava la figura di Napoleone Fiore Melacrinis - Leonello - che fu nelle avanguardie delle iniziative più rischiose. L’impresa, generosa ma velleitaria, fallì e i nuclei furono assicurati alla giustizia insieme ai loro capi. La repressione che seguì valse ad esporre zelanti applicazioni neo antifasciste in corrispondenza degli anni di galera comminati ai soggetti maggiormente indiziati. 
Ottantotto furono gli imputati chiamati a rispondere di associazione sovversiva. Tra questi non c’erano Pignatelli e la moglie, processati a parte. C’erano: Filosa, Fiore Melacrinis, i fratelli Ryllo; i fratelli Scola insieme al loro padre e allo zio Arturo. C’erano Sestito, Paparo, Gimigliano, Trovato, Giardini e tanti altri. Il libro fa memoria completa di quelle vicende. Giardini le riannoda in una storia di sentimenti più che di fatti. Meglio, racconta i fatti attraverso i sentimenti, le pulsioni e gli slanci che li muovevano. I lettori lasciano parlare volentieri l’Autore che ne approfitta per fagocitarli nella giustificazione delle sue scelte ed esposizioni, tutte perdenti. Ai richiami degli opportunismi vincenti, Giardini oppone il fascino della sconfitta perché, borghesianamente, anche la sconfitta ha il suo fascismo, a volte persino travolgente. Il suo pensiero non fugge dalla disfatta. Anzi, ci resta dentro con le sue persuasioni ideali. Quanto più la vittoria è chiassosa e ritorsiva, tanto più la sconfitta acquisisce onore e dignità rendendola nobile, specie se è vissuta con discrezione e decoro. In maniera particolare quando si fa, introspettivamente, leale la consapevolezza di avere dato fondo alle proprie energie. Giardini mai lo riconoscerà, ma la sua prosa, meglio la sua poesia senza versi, gli conferisce tratti di aristocrazia, beninteso, aristocrazia morale di stampo popolarista, non elitarista. Altruista e non intimista. E questo, in ragione delle sue ispirazioni, sempre vive in un proprio sistema di valori che trascende la storia e le sue contingenze. Sono le medesime giustificazioni che indussero Filosa ad entrare in una storia a lui avversa che gli aveva fatto patire mortificazioni e stenti; che gli aveva negato il pieno esercizio della professione forense perseguitandolo al punto da indurlo a collegarsi con la clandestinità antifascista. L’ultima causa mussoliniana poteva, infine, rimanergli estranea perché chiunque ne avrebbe compresi i motivi. Lui no: sorprese tutti con un colpo inatteso di scena. Si era messo nei grossi guai della repressione fascista e si cacciò nei guai della repressione antifascista. Un tardo mazziniano insoddisfatto e controcorrente rivoluzionarista e costituzionale. Un epigono dei risorgimentalismi emarginati, con la differenza di un permanente DISOBBEDISCO! In un animo anarcoide e ribelle. 
Giardini si discosta da Filosa perché appartiene alla generazione successiva, ovvero a quell'età che non aveva provato sulla propria pelle il dramma della Grande Guerra, né il peso di una vittoria mutilata che aprì la strada ai rivoluzionarismi e ai radicalismi postbellici, alle violente contrapposizioni del biennio rosso, del prefascismo, del primo fascismo. Si colloca all'interno dello stesso sistema di valori che è quello che spiega impeti e impulsi di quell'avventura. Pur occupandosi di una vicenda combattuta e rischiosa, mai cede agli estremismi, men che meno ai fanatismi, all'esaltazione dell’io e all'auto-apologia. Non cade nelle tentazioni dell’autobiografismo, piuttosto narra i suoi travagli e ne sorride; snocciola i fatti con i battiti del cuore e con le emozioni. Non con i calcoli della logica e della ragione, né con la freddezza dei documenti e dei dati. I due testi, la tesi della Castanò e il libro di Giardini, si integrano e la verità della storia viene fuori. 
L’Autore sa bene che con la ragione potrebbe chiarire poco. Lo sa e insiste nei suoi ritmi lirici che, alla fine, fanno sistema. Ritmi e soprattutto contenuti estranei alla documentazione storica e alla storia stessa. Eppure, spieganti. Più della storia e oltre la storia.

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