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Padron Minasa

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“Prima di mezzogiorno il dottore non verrà.” 
Nella stanza dalle finestre socchiuse filtrava la luce d'agosto che sembrava cercare le cose per risvegliarle al nuovo giorno. La campagna era desta e dai campi messi a vigna, giungeva l'insistente vociare degli uomini insieme al discreto agitarsi degli animali. 
La testa dell’ammalato fu sollevata, le labbra inumidite con garza mista a salvia. 
“Sta meglio oggi, che ne dite, don Liborio?” 
Chiese la Lisa al prete, da sempre amico di casa. 
“Avverte il suono delle campane.” 
“Ha voluto finire qui i suoi giorni. Tutti i Minasa sono venuti a morire in questa casa.” 
Intorno, l’odore del fieno e del letame maturo. 
“Marina dove ti trovi ora?” 
La giovane, al richiamo, rispose: “Cercate me signorina? Arrivo subito.” 
Marina deterse con l’erba secca quanto le insudiciava i polpacci e, tolto il grembiule e calzati gli zoccoli, toc-toc-toc, raggiunse rapidamente l'ingresso. 
La grande dimora proiettava la sua ombra sul cortile sottostante mentre le cicale insistevano petulanti. 
Da qualche parte si mostrò una cagnetta adorna d'un nastro verde e un cane le corse dietro con evidenti intenzioni lascive. Al muggito della mucca rispose quello rassegnato del toro. Alcune galline e tre arditi galletti ruspavano ai piedi d’un melograno che, indifferente, continuava a sbirciare le arse appendici. 
Sulla collina, oltre la lunga siepe di more, tre capre brucavano quel poco che ancora c’era da brucare. Un fischio scosse il cane mentre un asino, sul groppone due capaci barili gocciolanti, sbucò dalla curva del sentiero. Lo seguiva un giovane che, la mano ben stretta alla coda dell’animale, si lasciava trarre pigramente. 
Casa Minasa taceva. Il silenzio camminava di pari passo con Signora Morte che, essendo salita infinite volte per quelle scale, non aveva motivo di chiedere per dove passare e dove recarsi. Chi sa dove andare, non fa domande, non s’attarda e non fa rumore. 
Marina si diede da fare con la borsa dell’acqua calda. Il padrone sta male, considerò, molti dicono che non supererà nemmeno la notte. Da settimane, il Minasa giaceva nell'ampio letto in una stanza del piano terra ed erano arrivate persino le piaghe da decubito. Quando lo medicavano, si scorgevano le ossa biancastre sul fondo rinsecchito dei glutei. 
A dirla con tutta franchezza, Marina ne aveva fin sopra i capelli di borse d’acqua calda, ritagli di garza sterile, decotti e minestrine varie. Si chiedeva spesso: se Lisa non fosse tornata dalla città ove si trovava come avrebbe fatto a cavarsela? 
Dall'anticamera giunse l'insistente brusìo delle persone che attendevano e Lisa considerò che sorella Morte, a dispetto di quanti aspettavano in ansia apparente, non avrebbe dovuto ripresentarsi in quell'onorata casa. 
La borsa dall'acqua era pronta e Marina mosse per raggiungere la stanza del malato del quale notò le labbra tumefatte e le palpebre pesanti come pietre. 
Lisa sedeva accanto al letto del padre, al suo apparire, si alzò e le tolse la borsa di mano. La donna di casa approfittò per chiederle con un filo di voce: 
“Il padrone sta veramente male come si dice?” 
“Ne avrà ancora per poco.” 
“Povero lui e povere noi che resteremo sempre sole.” 
Tornò sui suoi passi diretta alla stalla. La gente del contado sapeva che il Minasa aveva sempre fatto del bene. Anche Marina - tornata dalla città incinta di chi sa chi - era stata accolta nella grande magione. 
Tre giovani s’avvicinarono alla stalla. Marina li ammonì: “Non fate danni e non toccate gli attrezzi.” 
Tastato il ventre dell’animale in travaglio, si disse che sarebbe stata lieta d'annunciare al padrone la nascita d'un bel vitello. La fattrice era distesa sul dorso, gli arti posteriori divaricati, ma c'era tempo ancora. 
Dopo alcuni minuti passò Giuseppantonio, garzone del frantoio, e Marina lo invitò a raggiungerla nella stalla. Il giovane non se lo fece ripetere e superò, due per volta, i gradini consunti. Al suo apparire Marina sbottò: “Sembri lo scemo del villaggio. Hai le mani oppure no?” 
Giuseppantonio rispose che le mani lui le aveva, altro che. Strano che non se fosse ancora accorta. 
“Allora aiutami a preparare l'acqua per la Nina.” 
Insieme spostarono il contenitore depositandolo presso la mangiatoia. Appena dopo Giuseppantonio s'appoggiò alla parete ad osservare. Dopo alcuni minuti considerò essere giunta l’ora da lui tanto attesa. L’odore della paglia e del letame maturi riempivano la stalla di sana complicità e i due giovani immaginarono che il loro mondo fosse tutto lì, in quella stalla dagli odori forti che stordivano e alla lunga eccitavano. 
Marina accennò con un fil di voce alla borsa dell’acqua calda da sistemare ai piedi del padrone mentre il garzone, rotti gli indugi, si chinò a baciarle il collo. Lei emise un... aaah lungo come un lamento e si abbandonò felice sulla paglia. 
Venne l’ora di far entrare nella stanza del moribondo quanti attendevano da un pezzo ed il prete, avvicinatosi ai convenuti, li informò che Minasa, come sempre in passato, aveva fatto le cose a modo. Accennò persino ad una cospicua donazione per la donna di casa. 
Lisa annuì compiaciuta e gli altri protestarono, neanche con discrezione. Certo, lo avevano sempre saputo, il padrone era lui ma non era giusto scordare quanti portavano nelle loro vene il suo stesso sangue. Aveva il pelo lungo sul cuore il vecchio brontolone. 
Marina irruppe nella stanza e annunciò ad alta voce la nascita di un vitello sano e forte. 
Fu informata che padrone se n’era appena andato. 
I presenti bisbigliarono frasi non ripetibili contro quella ‘gran signora’ e guadagnarono in gran fretta l'uscita. 
Lisa allungò un bel lenzuolo ricamato sul viso del padre.

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