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Donna Clotilde Racconta - Capitolo XXVI

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Un pomeriggio con Susi 

Testo Originale (con dialoghi in Dialetto Calabrese)

Sono sotto casa di mia sorella Anastasia.
Parcheggio, poi dò due colpi di clacson. Da dietro i vetri del primo piano la vedo far capolino: mi fa cenno che Susi sta scendendo.
Sono stata felice che mia nipote mi abbia telefonato per chiedere un passaggio: non la vedo da parecchio ed ho piacere a passare un pomeriggio con lei. Mentre aspetto penso a dove la porterò: forse al bar del Comunale… Le offrirò un gelato gigante, poi una bella passeggiata sul corso Mazzini a vedere i negozi. 
Ma eccola che bussa al vetro del finestrino ed entra lanciando sul sedile posteriore un pesante zaino colorato, zozzo e scribacchiato un pò dappertutto.
"Ciao zzia Clò!" Mi saluta e si assesta sul sedile.
Rimango a bocca aperta.
"Che c’è zzia Clò?"
"Susi!" Le chiedo inorridita "Che hai fatto ai capelli?!"
"Che c’è zzi?" E intanto ciancica rumorosamente una gomma da masticare "Non ti piacciono?"
"…" Sono senza parole: i capelli sono corti e mal tagliati e il tutto ravvivato da un intensa e stoppacciosa colorazione rame.
"…Bhè!...Non so…" Rispondo timidamente e intanto il mio sguardo si allarga su tutta la sua personcina e più si allarga più si allontanano i miei programmi di un pomeriggio sereno: sei orecchini lungo il lobo dell’orecchio sinistro e un piercing sul naso; un rossetto in tinta con i capelli; una maglietta rosa scolorita in più punti, aderente, le maniche strette e lunghe lasciano appena scoperta la punta delle dita: le sue unghie sono smaltate di un violento e lugubre color seppia.
"I pantaloni…Susi!!"
"Che c’è che non va?" Chiede e intanto ciancica e ciancica quella maledetta gomma da masticare.
Che c’è che non va? Ma se il punto vita è al livello del pube? E la lunghezza va molto oltre il tacco delle sue scarpe da “soldato” grosse e carrozzate, anzi, il tacco è proprio coperto dall’orlo, strappato, infangato e sfilacciato.
Mi chiedo come potrò mai portarla al Comunale! Mio Dio! Che figura ci farei? E la nostra passeggiata? No, no! Non se ne parla nemmeno.
Penso ad Anastasia: povera sorella mia! Avevo lasciato Susi con i suoi bei capelli biondi, che le scendevano  morbidi sulle spalle, quei bei vestitini, le scarpette a Cenerentola…
"Tirati su" Mi dice e mi porge una scatoletta quadrata, verde "…Sono alla menta!" Aggiunge ciancicando. Io la prendo, la apro e meccanicamente metto in bocca un confetto: ho bisogno di riprendermi un po’. Il forte sapore alla menta mi aiuta.
"Allora…" Sospiro "Dove ti porto?"
"Al tribunale"
"A fare che?... Se non sono indiscreta"
"A zziaaa! Devo fare volantinaggio. C’è un sacco di gente lì attorno… Mi si è rotto il motorino per questo t’ho chiamata!"
"Ah!... Volantinaggio… motorino…" Balbetto e meccanicamente metto in moto. Intanto il confettino in bocca ha smesso di erogare il fragrante sapore di menta e scopro con enorme disappunto che è gomma da masticare.
Oh, mio Dio! Non faccio a tempo a rendermene conto che le due protesi della mia dentiera sono belle che saldate.
Presa dal panico e molto poco elegantemente, mi infilo un dito in bocca nel disperato tentativo di rintracciare la gomma. Sto rischiando con un gesto di vedere annientati anni di onorata e sudata rispettabilità.
"Che fai zzì?" Mi chiede.
"Susi, butta immediatamente quella gomma da masticare!" Le urlo a denti “stretti” e finalmente rintraccio in bocca la mia che, con non poche difficoltà, riesco a buttare dal finestrino.
C’è un gran traffico. Siamo praticamente bloccati all’imbocco di via Indipendenza, quando Susi abbassa il finestrino e, sbracciandosi chiama a gran voce un certo Raul.
Tutti si girano verso di lei. Non posso nemmeno fingere indifferenza: è nella mia macchina! Credo di aver perso completamente la mia rispettabilità quando si avvicina detto Raul arricchito anche lui da piercing vari, treccine tra i capelli, pantaloni con cavallo alle caviglie, maglione taglia sessanta e naturalmente gomma da masticare in bocca.
"Ccciao Debbborah! Gnam… gnam… Come te butta?" Raul
"Io sto nà crema Rà! Gnam… gnam…" Debbbhora.
"Ti vedo che sei proprio no schianto!" Raul
"Anche tu sei proprio fico! Gnam… gnam…" Debbbhora.
"Cciao Dè,… gnam… gnam… Se beccamo!" Raul.
"Ccciao Rà, gnam… gnam!" Debbbhora.
Dopo questo ricco scambio di opinioni in romanesco, mi permetto di chiedere a mia nipote se, per caso, abbia rinnegato anche le sue origini.
"Questo è Giuseppe Cannistrà…" mi spiega "Un amico mio che studia a Roma. E’ fico come parla no?"
"… e Raul chi è?"
"Uffa!! Zzì! Tra di noi ci chiamiamo con nomi VERI non con quelli che ci avete messi voi altri!! Susi! Mamma mia!!! Sembra quello di un cane!!!"
"Ah!  Debbbbhora invece no eh?... Capisco!" commento.
"Bhè! Fammi scendere…tanto sono arrivata!" ed esce tirandosi dietro quella grossa e pesante cartella carica, molto probabilmente, di volantini.
Non vorrei essere egoista, ma spero almeno che questa sua metamorfosi la renda irriconoscibile agli occhi di chi mi conosce.


Avviso: Questo Capitolo non ha la traduzione in Italiano: ci è sembrato fin troppo comprensibile. Se richiesto però, saremo ben lieti di realizzarla. ;)


Nota: Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale. I personaggi e le storie narrate sono frutto della pura immaginazione dell'autrice. Si declina ogni responsabilità.


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