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La Cattedrale Verde

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L'ombra accogliente degli abeti protesi al limpido cielo - non lungi da Serra San Bruno - invita alla sosta. Avverto, coinvolgente, la sensazione di trovarmi nel bel mezzo di una stupenda cattedrale. Lo stormire delle foglie: quasi una voce flebile e dolce, al soffio della primavera. Le case, intorno, sembrano immensi dadi bianchi sparsi sui campi e sulle colline. Su tutto e tutti, il suono dei bronzi delle chiese. 
Eccomi a Serra San Bruno, giusto in tempo per assistere al passaggio della processione. 
Il corteo lentamente taglia la moltitudine accorsa per onorare la Vergine la cui statua, sorretta dai giovani, è preceduta da una grande croce di legno. Seguono i sacerdoti, i chierici, le donne con il capo coperto da mante grigie, confraternite e un’infinità di fedeli giunti numerosi anche dal circondario. La statua della Vergine sorprende per la modestia del mantello che indossa: senza orpelli, ori e trine. 
La processione è simile a tante altre, scandita da canti e invocazioni e dal ridondante accompagnamento offerto dalla banda di musici fatta giungere dalla Puglia. In testa al corteo, il Sindaco, con sciarpa tricolore e maschera d’occasione; segue la Giunta comunale al completo, un nutrito gruppo di personalità preceduto da un drappello di vigili urbani in grande uniforme con gonfalone in testa, i militi della Benemerita oltre a numerose guardie forestali. Non mancano i politici in auge e professionisti di rango. Insomma, il ricorrente eterogeneo bagno di folla in onore della Madonna più amata del contado. Quella, per intenderci, che, quando le nuvole si mostrano all'orizzonte ad annunziare la tempesta si adopera con la sua intercessione per arginarne la violenza degli elementi e moderare le piene dei fiumi e dei torrenti. A Lei si affidano anche le partorienti consapevoli del dono della vita che portano in grembo, le giovani che non hanno ancora incontrato l'uomo del loro destino e le future spose che presto andranno all'altare. 
E’ la Vergine che tutto e tutti protegge: le famiglie il raccolto la casa l'emigrato il soldato i poveri gli anziani gli ammalati. 
Serra San Bruno è ricca di tradizioni oltre che laboriosa, fiera e ospitale. Cantata, come solo lui sa fare, da Sharo Gambino. I suoi abitanti amano dibattere i problemi d'interesse generale e magari, se le opinioni divergono, scontrarsi civilmente. Discutono d'arte, filosofia, storia e quant'altro. Anche di teologia, apprezzabile esercizio dello spirito e, più in generale, alibi perfetto per le coscienze distratte. Infine la processione s'immette nei sentieri dei campi tracciati da secoli dalle mandrie in transumanza perché c'è un altro rito da compiere: la benedizione degli animali e, in particolare, delle fattrici. I raggi del sole, simili a lame sottili, attraversano i rami degli alberi e ovunque si mostrano campanule viola, margherite, tenere bacche e germogli appena dischiusi. Il risveglio della natura coincide con la festa della Vergine dei miracoli come amano chiamare la Venerata. La mèta, infine, è la Certosa. 

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“Se la campanella suona significa che si può entrare.” Suggerisce un viandante. 
Alla chiamata, un giovane frate s’affaccia all'ingresso, ascolta le mie ragioni, annuisce e mi lascia passare. Eccomi in un mondo lontano anni luce dal nostro, un lembo di terra consacrato al silenzio e alla meditazione. Un confratello mi accompagna lungo l'oasi di pace. Sembra non avere fretta, intento ad elencare storie, eventi e date. Accetta il mio obolo che sarà speso per la chiesa del buon Signore. 
La storia di Serra San Bruno cammina di pari passo con quella di Bruno Hartenfaust di Colonia. Nel 1090, da pellegrino proveniente dalla Francia, si ferma a Roma per volontà di Urbano II che lo richiede presso di sé, avendolo avuto maestro nell'Università di Reyms. Nel 1091, Hartenfaust è in Calabria ove, con i favori di Ruggiero II il Normanno, suo estimatore, sceglie per dimora la località di Santa Maria, foresta di alberi secolari, che elegge a personale regno di contemplazione. Nel 1095 per desiderio e volontà di Ruggiero sorge, in località Santo Stefano, il primo convento certosino italiano, secondo dell'Ordine. Ingrandito e arricchito per ampiezza di costruzioni e per opere di insigni architetti. Le eredità artistiche più importanti di Serra San Bruno (custodite nella chiesa Matrice e in quella dell'Addolorata oltre che nella Certosa) provengono dal complesso di opere che arricchivano l'antica sede, attribuita al Palladio, che andò distrutta e depredata durante il terremoto del 1783. Oggi la vita della comunità si svolge negli edifici di recente costruzione, nei giardini, nei parchi e tra le mura e le torri erette nel 1556 allo scopo di arginare le incursioni dei briganti e dei predoni. Dall'ampio atrio, si accede in uno spiazzo ove si mostrano le rovine della vecchia chiesa e della foresteria. 
Colpiscono l'immaginazione i massi granitici rimasti in bilico dopo le scosse telluriche. A metà del viale, una statua di San Bruno in steatite; nella chiesa principale il portale in granito proveniente dalle cave di Copanello (site nel vicino comune di Stalettì) statue di marmo e cornici artisticamente intagliate. Stupendi i candelabri di bronzo presso l'altare. Nel vestiario, il quadro raffigurante Santo Stefano, opera di Andrea Cefaly, il noto artista calabrese e fervente garibaldino, la cui produzione fu ispirata a superiori valori patriottici, morali e religiosi. 
Il busto d'argento del Santo ne custodisce il teschio e poggia su un reliquario che contiene le sue ossa e quelle del Beato Lanuino. L'assito, gli stalli e il pavimento in legno sono opera di provetti artigiani locali. Nel Salone del Capitolo sopravvivono i muri della Certosa terremotata. Numerose le raffigurazioni tra le quali alcune del fratello del pittore Paolo Veronese; un dipinto di San Bruno in estasi del Mattia Preti, pittore spadaccino nato a Taverna, tra i grandi del Seicento. 
L'archivio della Certosa è tra i più ricchi del mondo, secondo soltanto a quello dell'Abbazia di Montecassino recuperato dallo scempio dell’ultima guerra. Famoso per la preziosità dei manoscritti in parte distrutti dal sisma, in parte trasferiti nella Certosa di Grenoble e nel locale Museo. 
Tutto qui è preghiera: il saio color crema del frate guardiano, i resti del chiostro e dell'antica chiesa, la torre dell'orologio, la piramide, le celle dei padri certosini, la facciata e gli interni della nuova chiesa, il pannello in altorilievo dell'altare maggiore, gli inginocchiatoi, la biblioteca e le vetrate del chiosco. 
I banchi, gli attrezzi per il lavoro, il pane azzimo e la brocca di creta alla quale si disseta il frate; il sacco per il riposo, il cimitero che accoglie le spoglie dei penitenti e la Croce del camposanto. 
Giunge l'ora di riprendere il cammino. Non senza aver prima visitato il dormitorio di San Bruno, la chiesetta di Santa Maria, essermi seduto sul recinto che delimita il laghetto e ammirato la statua quattrocentesca del santo in preghiera. Anche qui il silenzio impera rotto soltanto dai rumori lontani che giungono dal piazzale di San Rocco. Mi sembra d’avvertire distante un torrente che brontola insieme al suono argentino d'una campana.

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