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Brevi note dal Queensland

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A farci da guida nella giungla dei ricordi, è Giuseppe Zaffina, pronipote di Raffaele Zaffina, tra i primi pionieri italiani giunti in Australia all'inizio del 900, proveniente dall'entroterra di Sambiase, in provincia di Catanzaro. A merito di Raffaele, va ascritta la conoscenza che i suoi discendenti hanno della terra d'origine. Il bracciante Raffaele Zaffina decise di partire dopo aver appreso che in Australia c'era terreno disponibile da ottenere in concessione. Dapprima aveva trovato lavoro nel distretto di Johnstone e, in seguito, a fronte di un’offerta migliore, si era trasferito - dopo essersi fatto raggiungere dalla moglie e dai figli - in Helbert River, nella Wide Bay.
Il processo di integrazione, afferma Giuseppe, è stato più difficile del previsto, ma la sua famiglia divenne australiana a tutti gli effetti e, nell’anno 1955, dopo tanti sacrifici riuscì ad acquistare una già avvitata sugar-farm.
Con l'arrivo dei braccianti italiani si era registrato, infatti, il progressivo moltiplicarsi delle piantagioni di zucchero (prodotto maggiormente richiesto dopo l’oro) che divenne presto materia di esportazione.
Prima di allora si riusciva appena a coprire il fabbisogno nazionale di zucchero.
Una statistica ufficiale indica che, nel periodo compreso fra i due grandi conflitti mondiali, il 90% dei taglia-canne e un terzo dei proprietari coltivatori provenivano dall'Italia. In gran parte dal Mezzogiorno.

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Giuseppe Zaffina mi invoglia a fare un giro in auto per raggiungere alcuni conterranei. Il suo racconto si sofferma sulla fatica che comportava la piantagione e il taglio della canna. Lavoro non lieve particolarmente quando il caldo soffocante raggiungeva quarantacinque gradi all'ombra. Oltre alla forza fisica, ai tagliacanne, era richiesta celerità e ‘rendimento costante’. Non si transigeva, pena l’immediato licenziamento.
Il lavoro affrontato da squadre di quattro uomini e la fatica, con qualsiasi tempo, era tanta allo scopo di evitare il fermo delle macine. Non erano ammesse le interruzioni del processo produttivo e la fatica stimata ‘a contratto’ tenendo presente quanto fissava lo State Arbitration Court. Il proprietario, in sostanza, corrispondeva una mercede fissa per ogni tonnellata di raccolto e i lavoratori si consideravano impegnati per l’intero ciclo produttivo compresa la pulitura e il carico della canna sui carri. Il guadagno diviso fra i componenti della squadra, con l’aggiunta di un cuoco.

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Nel pomeriggio, ecco presentarsi in hotel Luigi Marco Rositani, pronipote di emigrati giunti da anni in partenza da Rosarno, rintracciato dagli amici Colosimo. Ha ereditato una fattoria da suo nonno Mario Dodaro deceduto a quarantacinque anni dopo aver contratto il morbo di Weil che non perdona.
Dopo avere parlato a lungo, confida, con una chiara punta d’orgoglio, che gli italiani primeggiavano ovunque in tutti i mestieri. Da soli oppure in gruppo, in cooperativa e non, con terre a mezzadria e in fitto, da semplici cheap labour oppure impegnati per sedici ore al giorno. Frugali, seri e dediti al risparmio.
Ed ecco giungere l’agognata eguaglianza con i nativi, conquista legittimata dal lavoro e dai sacrifici di intere generazioni.

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