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Emigrazione

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18 marzo 1963. Mentre vado a pulire la casa alla mamma e le preparo qualcosa da mangiare lei mi fissa negli occhi: lo aveva saputo. E’ lì, seduta vicino al tavolo, tra il caminetto e la direzione della porta. Mi prendo la bambina in braccio e le vado vicino: 
“Dai un bacio ad Emilia che per un po' di tempo con Giovanni andiamo via. Ma tu stai tranquilla che appena posso ti vengo a prendere.” 
Avevo la mia mano nella sua, me la teneva stretta, non me la voleva lasciare: 
“Non mi lasciare, non mi lasciare. Senza te ho paura.” 
Non ebbi più il coraggio di dirle una parola, guardai i suoi begli occhi lucidi di pianto mentre la mia mano si staccava con forza dal suo braccio disteso che mi voleva afferrare per non lasciarmi andare. 
Ero là, muta come un automa. Pensavo a tutto il grande affetto che sentivo per quella donna che era sempre stata la persona più importante per me. Addio mamma, non so se ti rivedrò ancora e so anche che tu non mi aspetterai; lì seduta su quella sedia, io ti ricorderò sempre così. Se ogni cosa che amerò sarò costretta a lasciarla come te, allora non vorrei più amare per la paura di perderla. Giovanni è già sulla corriera, mi guarda attraverso il vetro; mi sentivo come impietrita, con le gambe pesanti attaccate a quella terra rozza e polverosa che avevo portato con i miei piedi scalzi e le mie pazze corse verso i campi e i sogni di quel paradiso così silenzioso e quelle facce della gente che tante volte ho anche odiato. 
Addio Calabria mia. Non voglio mai più tornare. Non mi hai permesso di vivere qui e non voglio neanche morirci. 
Mentre la corriera sta per partire, all'angolo della piazza intravedo mia sorella Raffaella, la più piccola, con il suo vestito arancione strappato alla cintura, e faccio in tempo a chiamarla. Scendo e le dico: 
“Corri a casa dalla mamma, non lasciarla sola. Tornerò presto e ti porterò con me.” 
Lei stringeva i suoi pugni chiusi sulla bocca.
Risalgo veloce sul pullman, mi siedo e penso alle mie sorelle e ai fratelli che erano quasi tutti in ‘prestito’ da persone borghesi per un piatto di minestra. Avevo il cuore a pezzi, il dolore mi annullava, mi rendeva invisibili gli altri. Non ho voglia di scambiare una parola e non guardo nessuno. Ne-anche la mia Emilia che tenevo in braccio.

Da  Io Virginia di Virginia Tursi

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