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Cenerentola a Parigi

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Quando qualcosa funziona, nel cinema come in ogni altra cosa, si tende a riproporla, ancora e ancora. E se oggi siamo invasi dai 
Minions di Cattivissimo Me, negli anni '50 andava terribilmente di moda la commedia romantica firmata Audrey Hepburn. Superata la fase Sabrina (1954), solo tre anni dopo arriva sugli schermi il musical Cenerentola a Parigi, diretto da Stanley Donen e interpretato dall'attrice britannica, in duo con un immortale Fred Astaire. Quattro nomination nel 1958 ma nessun Oscar, nonostante il grande successo di pubblico e critica contemporanea (nel 1957 il National Board of Review of Motion Pictures l'ha inserito nella lista dei migliori dieci film dell'anno).

Trama (da Wikipedia):
La rivista di moda Quality è alla ricerca di un nuovo volto, che riesca a far sognare di nuovo le donne americane. Grazie all'intuizione del fotografo Dick Avery, il nuovo sogno viene individuato in Jo Stockton, una timida e intellettuale bibliotecaria, che disprezza la vita mondana ritenendola solo un gioco di falsità. La giovane si lascia comunque convincere dalla energica Direttrice della rivista, Maggie - e da Dick - a partire per Parigi, incantata dalla possibilità di incontrare il suo mito filosofico, il Professor Flost. Arrivata a destinazione, Jo è rapita dal fascino elegante della moda e ancor di più dalle delicatezze di Dick durante i servizi fotografici. La sera del suo gran debutto, però, si dimentica di presentarsi... [continua

Recensione:
Pensare ad una commedia con Audry Hepburn non può che evocare dolci emozioni. Il cuore sussulta, gli occhi si inumidiscono e si pensa solo a sognare. Se quello era lo scopo, allora possiamo dire che questo Cenerentola a Parigi lo raggiunge in pieno. Un musical - decisamente troppo musical per i miei gusti - che suona di dolci pulsioni sin dalle primissime battute. Jo, timida ed intellettuale (un'intellettuale molto "oca", lo si capirà solo in seguito), segue il suo sogno. E benché non si capisca se trattasi di sogno d'amore, di voglia di viaggiare, del semplice desiderio di incontrare un filosofo con cui filosofeggiare, il film scorre piacevolmente, incantando, a tratti, con momenti di vera e propria poesia cinematografica. Nella storia rimarranno le bellissime immagini di Audrey nella libreria, così come nella storia sono rimasti i bellissimi balletti, nonché le canzoni (a titolo di curiosità, sappiate che la Hepburn ha sempre cantato dal vivo).


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Purtoppo però, Sabrina è solo un ricordo e, più ci si allontana dalla piccola figlia dell'autista dei Larrabee, più questa pellicola si perde, dopo una partenza sprint, nel suo stesso piacere di rimirarsi. Con Parigi a fare da contorno ed attori di primissimo piano, la trama perde consistenza e diventa quasi una burla. Difficile affezionarsi a Jo , che dopo un inizio fortemente empatico, diventa noiosa, scontata, e distante da quell'ideale di donna moderna che aveva conquistato il cuore degli americani. Non mi meraviglio della mancanza di veri riconoscimenti (leggi Oscar), mi meravigliano più le 4 nomination, anche se arrivate per altro (sceneggiatura, fotogragia, scenografia, costumi).
La storia d'amore delude. Forse è troppo fresco nella mente il duo Hepburn/Bogard, o forse è tutto sin da subito troppo scontato. Si vedono e si amano, il resto son fandonie. E quando ci si aspetta un salto di livello con l'arrivo a Parigi, si finisce in quel buio malinconico chiamato noia, dove tornare indietro pare l'unica strada. 
"Si parla anche di altro, ad esempio di una donna che si scopre e ritrova se stessa", potrebbe obiettare qualcuno. 
Si, è vero, chi sono io per negarlo? L'ingannevole tentativo di dare spessore alla figura di Jo è piuttosto esplicito ed a tratti anche lodevole. Purtroppo fallisce, veloce così come era nato. Interessa la storia d'amore, nient'altro. Lo sa il regista e lo sa lo spettatore, pare solo lo sceneggiatore non averlo capito. Ma poco importa. Per lui una nomination per l'opera svolta, per chi guarda la gioa della storia d'amore. Sul resto, il sogno di una Jo più "matura", si può glissare, così come sull'incontro tra l'ingenua protagonista ed il suo filosofo/conquistatore, capace solo di togliere valore a quel termine "intellettuale", casa e anima della nostra presunta-nuova Hepburn .

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Potrà non sembrare, ma salvo molto di questo Cenerentola a Parigi. Apprezzabile l'idea, molto belle le coreografie (provenienti dall'omonimo musical di Broadway del 1927 di George Gershwin e Ira Gershwin, benché il film sia in realtà ispirato a un altro musical teatrale, Wedding Bells di Leonard Gershe) e molto accattivanti le interpretazioni, fra cui, mi spiace dirlo, la Hepburn a tratti delude, lasciando però spazio ad una magnifica Kay Thompson (Maggie), duttile e decisamente convincente, e ad un bravissimo Fred Astaire, che nei momenti di noia sfodera il suo repertorio migliore, riempiendo la scena con il suo "pazzesco" modo di ballare (sappiate che, tra l'altro, gli viene generalmente riconosciuto di essere stato il ballerino più influente nella storia dei musical sul grande e piccolo schermo). Sono molti i momenti indimenticabili, che - se scorporati dal contesto - resteranno impressi come diapositive di un'epoca che fu e che manca tanto anche a chi come me non l'ha mai vissuta, ma solo sognata. 
Un film da vedere, nel bene e nel male, perché da solo vale tutti i film usciti negli ultimi cinque anni. Un film da vedere, nel bene e nel male, perché certe cose si devono conoscere, capire, scoprire.

Buona visione. :cool:
Alla settimana prossima. :)

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