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Su "La musica del mais" e su come l'ho ascoltata

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Alle volte, il titolo di un libro può dire tutto oppure farti chiedere: “Cosa avrà voluto dire?”. Quando mi pongo questa domanda, solitamente, sfoglio le prime pagine per saperne di più, se le prime pagine mi piacciono, prendo il libro e continuo a leggerlo, se lo finisco, allora significa che davvero voglio vederci chiaro e che l’autore mi sta aiutando a risolvere il mistero, accompagnandomi nella lettura, mantenendo il mio interesse alto. Questo è ciò che è successo con: “La musica del mais”, Edizioni Bibliofabbrica, scritto da Maria Sardella.
Scrivo ciò che penso su questo libro a quasi un anno dalla lettura del romanzo.
L’ho fatto apposta!
Perché mai?
Per vedere se l’entusiasmo e tutto il sentire che mi hanno abbracciato allora avrebbero vinto il tempo, senza mutare. Così è stato, così, ora, vi beccate il mio pensiero.
“La musica del mais” è la storia di una conoscenza, non una qualsiasi, ma quella più difficile di tutte e dalla quale spesso si fugge: la conoscenza di sé. Non è solo questo, o meglio, per tentare di intraprendere questo tipo di conoscenza c’è bisogno non solo di sé, ma anche dell’altro l’altro ha le sembianze, il vissuto e il cuore di coloro con cui si divide il percorso di vita. Ne “La musica del mais”, l’altro ha il volto del silenzio di Piero, degli occhi scuri di Jamal, di Elisabetta e Matteo così lontani e vicini insieme, della schiettezza di Laura, l’amica di sempre. Conosceremo tutti questi volti insieme a Gemma che si scoprirà anche grazie a loro.
Gemma, la protagonista, una meravigliosa figura femminile perfetta nella sua imperfezione e nella sua continua tensione verso il miglioramento, attraverso la messa in discussione di sé, vive tra le parole di Maria Sardella accompagnandoci nella sua esistenza proprio come se ci accogliesse nella sua casa piena di rosso che riflette la sua attitudine naturale alla cura e all’attenzione verso i dettagli e le piccole cose. Già, le piccole cose, quelle che fanno la differenza, quelle che per Gemma sono un ricordo, un gesto affettuoso, un’attenzione alla parola o al momento giusto. Le piccole cose per Piero sono tutte nella fisicità, nella forza della vita scambiata e divisa con Gemma, nella sicurezza della previsione dei gesti più naturali, nella conoscenza dei loro corpi da vivere senza troppe parole, ma con profonda appartenenza.
Due mondi, quelli di Gemma e Piero, apparentemente distanti eppure così vicini proprio in quella difficoltà di comunicare che caratterizza entrambi. Piero affida i suoi dubbi al silenzio, Gemma riempie la sua vita di parole, ma le inquietudini vengono taciute per poi essere scarnificate proprio come fa con la pelle dei suoi piedi. Due mondi che resistono, si attraggono e vincono la distanza, di sicuro ci provano.
Durante tutto il romanzo non si può non identificarsi con Gemma o con lo stesso Piero, entrambi suscitano un sentimento di affezione, ma a tratti anche di antipatia o insofferenza. Pierò ce la mette proprio tutta, nella prima parte del romanzo, a farsi odiare; comprenderemo un po’ di più il suo mondo alla fine della storia e non potremmo non capirlo, almeno un po’. Gemma, d’altro canto, alle volte, è un ingorgo di pensieri, intenzioni, supposizioni, tanto da far pensare: “Lasciati andare, anche solo per un momento!”, almeno io l’ho pensato, poi ho pensato anche a me e a tutte le volte che somiglio tanto a Gemma, perché a lei, indipendentemente dall’età che si vive, non puoi non sentirti vicina. Il risultato è una lettura partecipe, appassionata e destinata a non terminare con la chiusura del romanzo.
La narrazione di Maria Sardella non annoia, complice la vivacità linguistica dell’Autrice, accompagnata da una storia attuale e da una struttura non priva di incursioni interessanti come la trascrizione di sogni, incubi, appunti, con citazioni di stralci di canzoni che quasi possiamo ascoltare.
Il finale, sul quale non anticipo niente, chiude la storia lasciandoci la meraviglia di una musica suonata dalle sole parole, facendo di questo romanzo un’esperienza preziosa che si è stati fortunati a incontrare e vivere.

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Maria Sardella è Autrice di romanzi. Così è la vita, amore mio, Altrimedia 2009, Premio Città dei Sassi, e La musica del mais, Bibliofabbrica, Brescia 2013. Ha scritto numerosi racconti, alcuni dei quali presenti sul suo blog Otium, in numerose antologie e su riviste letterarie come Storie Rivista Internazionale. Traduttrice di Tahar Djaout con L'ultima estate della ragione, Bibliofabbrica, Brescia 2009. Vive a Brescia.

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