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Catanzaro chi?

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Nelle scorse settimane i media locali hanno cercato in tutti i modi, pubblicando stralci di intercettazioni telefoniche, di far scoppiare lo scandalo a livello nazionale sulla città di Catanzaro. Ma non ci sono riusciti. La vicenda è passata quasi inosservata. Mentre i titoloni sui giornali promettevano eclatanti sviluppi nessuno faceva una piega, nè i protagonisti nè i cittadini.
Per due ragioni: 1) un pò perchè ciò di cui si parla è ormai diventato prassi comune. Si, certo, se ci capita di parlare con qualcuno per strada si dirà che è una vergogna, che sono dei ladri farabutti, che devono andare tutti a casa ma, terminato lo sfogo, torniamo a comportarci come prima. Appena ci si presenta l’occasione cerchiamo una raccomandazione per trovare lavoro, per farci levare una multa, per sbrigare una pratica. D’altronde, perchè possano accadere certe cose, è indispensabile la collaborazione di due attori, l’autore e il complice. E più i protagonisti sono disperati, privi di qualità, competenze e valore e più le probabilità che si sia disposti a fare di tutto per ottenere queste cose è elevata;
2) un pò perchè Catanzaro non fa testo, non hai mai contato nulla nello scacchiere regionale, figuriamoci in quello nazionale. Nel resto del Paese c’è ancora chi è convinto che il capoluogo di regione sia Reggio Calabria e quando li correggi ti rispondono: Catanzaro chi?
Catanzaro è una città fondata sui legami forti e i legami forti tendono sempre a formare un cerchio ed a stabilire un confine tra chi vi sta dentro e chi vi sta fuori. Si tratta di una comunità i cui abitanti tendono ad includere nella propria cerchia di amicizie le persone che vivono in aree molto ristrette, oltre ai propri parenti, con il risultato finale che tutti finiscono per conoscere tutti. Questo modello sociale riduce le occasioni di confronto, le possibilità di allargare i propri confini sociali e culturali e l’apertura a persone e realtà nuove e tende a trasformare questi gruppi sociali in circoli chiusi dove chi accetta di farne parte, accettandone anche le regole non scritte, può sperare in qualche “favore” che può tornare utile allo scopo di “risolvere il problema di vivere”. Chi non aderisce è destinato a restarne fuori e deve scegliere se emigrare oppure, se armato di grande forza di volontà, faticare di più per raggiungere i propri obiettivi. Questo schema, solitamente, dall’ambito privato automaticamente si estende a quello lavorativo e, portato alle estreme conseguenze, può dar vita a clientelismi, favoritismi che poi sfociano in inchieste della magistratura. Non c’è legge che tenga.
Se a qualcuno (per esempio a quelli che sono convinti che il ponte sullo stretto sia sufficiente a determinare lo sviluppo dell’area in cui sorgerà) serve la riprova dell’inutilità dei ponti in cemento armato venga a Catanzaro, la città dei ponti e delle sopraelevate, costruiti più per consentire a chi vi si reca di giungervi che a chi vuole aprirsi verso l’esterno di lasciarla. Una città urbanisticamente e socialmente frammentata in tante piccole enclave, estranee tra di loro, con lo sguardo rivolto al passato (a quando l’imperatore Carlo V la definì Magnifica et Fidelissima, a quando produceva la seta, a quando la squadra di calcio era in serie A, etc.) incapace, invece, di ridefinirsi e programmare il proprio futuro. In un mondo che cambia molto rapidamente e in cui occorre posizionarsi sul mercato dell’attrattività, Catanzaro resta in sospeso, sta a guardare, si rifiuta di fare le sue scelte, come una figlia viziata e immatura. Né industriale, né turistica, né artistica, né tecnologica, né agricola ma impiegatizia, una città che vive di terziario, di statalismo, in un mondo in cui tutti si affrettano a recitarne il de profundis.
Ecco perché si può ricominciare come se niente fosse successo, ecco perchè chiunque decida di governarla si troverà di fronte gli stessi interlocutori. Commercianti che non vogliono chiudere il traffico nel centro storico perchè convinti che così si venda meno, imprenditori (per lo più costruttori) che credono di poter fagocitare terreni all’infinito, professionisti che fatturano non per capacità di competere sul mercato ma grazie alle commesse degli amici che lavorano nella pubblica amministrazione, tifosi che al pari di una lobby continuano a far pressioni perchè continuino ad essere finanziate società sportive rivelatesi più volte fallimentari e così via.
Come scardinare questo sistema? Come sempre partendo da un piccolo nucleo di cittadini, più avveduti e intraprendenti, che cominci a dare l’esempio, a diffondere un nuovo modello sociale partendo da un piccolo quartiere della città e lavorando perchè diventi un esempio per gli altri. E’ più facile, infatti, che un gruppo di cittadini riesca nell’intento di cambiare sindaco che un sindaco in quello di cambiare i cittadini.

Massimiliano Capalbo
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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