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Grande Città

Dalla polvere del tempo - Racconti giovanili 

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Deanna dormiva e dai tratti distesi del viso sembrava non avere sofferto per il recente uso di droga. I suoi piedi nudi si mostravano tra le coltri scomposte. Adriano Volontà tentò di svegliarla, ma ottenne per risposta un prolungato mugugno. 
L'uomo non aveva ancora cinquanta anni e da quasi quindici viveva in quella città. Tre lustri durante i quali era riuscito a guadagnarsi stima e rispetto. 
Era conscio dell'importanza, anche pratica, dei meriti acquisiti nel tempo. Attendeva con rigore al suo lavoro cercando di non incorrere in errori per non incrinare la considerazione di cui godeva. Di contro, da quanto tempo dipendesse dagli stupefacenti, non rammentava. 
Nessuno, peraltro, era al corrente della sua propensione riprovevole. 

I raggi dell'astro filtrarono attraverso le imposte socchiuse. Adriano, avvicinatosi alla finestra, spalancò i battenti. La donna, infastidita dalla luce che aveva improvvisamente illuminato la stanza, restò immobile e l’uomo, dopo averla salutata, tornò ad osservare il mondo esterno che andava animandosi. 
Svanita la sensazione d’insicurezza che lo aveva serrato fin lì, osservò il cielo. S’annunciava un giorno sereno. Aveva finalmente deciso di concedersi un periodo di riposo per recuperare parte del vigore perduto e liberarsi dal torpore che spesso lo infastidiva. 
La voglia di concedersi una pausa era vanificata dagli impegni professionali già presi. Si soffermò a considerare… 
“Avevo promesso a Cloti di rientrare per l’ora di cena. Ha atteso invano. Presto ricorrerà il compleanno di Sandra che compirà sedici primavere. Bisognerà festeggiarla come merita.” 
A proposito della figlia, ammise di non ricordare il giorno in cui era nata e se ne rammaricò. 
Appena dopo rivolse uno sguardo a Deanna e le si avvicinò per farle una carezza. Infine raggiunse il bagno, si lavò il viso e si osservò allo specchio. Notò che i suoi capelli cominciavano ad imbiancare. Era tornato ad interessarsi del suo aspetto estetico. Fin qui gli era bastato essere presentabile. 
Sedette per infilare le calze, accorgendosi di averne messa una al rovescio. Rimediò. Decise di andar via e ben presto si trovò per strada. 
Si era ripromesso da tempo di dare una buona mancia all'uomo che accudiva al posteggio della sua auto. Rispose al saluto di alcuni conoscenti e gli piacque immaginare che anche i passanti vivessero come lui una doppia vita e disponessero d'una nutrita scorta di maschere da porre sul volto a seconda del giorno, dell’umore e delle circostanze. 
Un getto d'acqua gli bagnò i pantaloni. Grugnì all'indirizzo del conduttore dell’autobotte che, dal posto di guida, osservava senza scomporsi. 
Superò la strada imprecando contro quanti trascuravano il decoro della città. Notò che l’addetto al posteggio era stato sostituito. 
Rimuginò che le settimane trascorse non erano state gran che redditizie per la sua fatica professionale e lo colse una sensazione di sconforto che s’aggiunse ai sintomi di instabilità già avvertiti. Si disse che bisognava al più presto correre ai ripari. 
Entrò nello studio, aprì una cartella zeppa di pratiche e s’accinse alla consueta fatica. Più tardi si alzò per osservare dalla finestra e notò un gruppo di persone ferme ad ammirare un nuovo modello di auto. 

Cloti accolse suo marito con un rimprovero che si spense a fronte dell’indifferenza di lui. 
Era avvilita e avrebbe voluto gridargli in viso la sua rabbia ma non lo fece. 
L'uomo la raggiunse in soggiorno. Erano soli in casa. 
Sua moglie decise di non mollare. Avrebbe voluto battere i pugni, ma si guardò bene dal farlo: sapeva che la reazione dell’uomo sarebbe stata scortese. Cercò d’essere accomodante e si augurò che Adriano si mostrasse disposto ai chiarimenti che s'imponevano. 
Gli chiese se desiderasse un caffè. Accettò. 
Adriano era convinto che Cloti non meritasse d'essere trascurata: in fondo era un’ottima moglie. 
Ella apparve con il vassoio in mano. Zoppicava. 
Il marito le chiese: 
“Cos'hai?” 
“Un'iniezione fatta male.” 
Cloti sedette. Era giunto il momento atteso. 
“Avrei tanta voglia di sapere cosa ti preoccupa. Da molti mesi sei distante. Cosa ti rode? Non menare il can per l'aia. Puoi rimediare se tu vuoi. Discutiamone ora.” 
Aveva formulato le domande con tatto e il marito, si augurò, avrebbe risposto i termini altrettanto cortesi. 
Adriano, in verità, aveva già deciso di prendere altro tempo. Avvertì d’essere in difficoltà e si chiese se sarebbe riuscito a respingere il folletto che gli  suggeriva di dire tutto alla moglie. Temporeggiò: 
“Sai del pessimo momento che attraverso nel lavoro. Tanti sono i programmi andati a monte.” 
La risposta non si fece attendere. 
“Cosa ha da spartire quanto cianci con l’abitudine di non tornare a casa la sera?” 
“Sono stato con amici che non vedevo da anni.” 
“Non credo a chi non ha nome né volto. Non sono tanto sciocca. Non fare la commedia con me.” 
Adriano, pur riconoscendo alla moglie il diritto di protestare, non era disposto a farsi prendere al laccio. 
Meglio lasciar cadere il discorso. 
Cloti non mollò e decise di tornare alla carica: 
“Eludi sempre le mie domande? Non ho intenzione di sopportare oltre le ambiguità. Sei stanco di me? Ammettilo e insieme decideremo il da farsi. Una famiglia a pezzi e una figlia di sedici anni cosa vuoi che contino per te?” 
L'uomo restò in silenzio e intanto si soffermò a considerare che Cloti e Deanna rappresentavano le due facce della stessa moneta. In quanto a lui, aveva caricato il giocattolo fino a romperne la molla e non c'era alcuna possibilità di porvi rimedio. 
“Ciascuno ha, prima o poi, una crisi da superare. Ora tocca a me. Vuoi che mi confidi e che inventi? Lo farò se desideri. Ho da tempo un'amante. Ora sai e dovrai lasciarmi in pace se non vuoi che tutto precipiti. Voglio una tregua e non puoi rifiutarla.” 
Cloti avvertì che Adriano affermava il vero. Ne fu sgomenta e corse a rinchiudersi in camera. 

Deanna, alzato lo sguardo, incontrò quello di Adriano. La giovane, in fondo, non era bella. Era stato il lato misterioso della sua vita ad attrarlo. L’aria ingenua, trasognata e incredula, che spesso assumeva aveva fatto breccia in lui. 
Si riassettò i capelli e balbettò qualcosa che Adriano non capì o fece finta di non avere capito. L’assuefazione alla droga era palese. 
La donna estrasse un piccolo contenitore di metallo dal comodino e l'aprì. L’uomo prese un laccio e la siringa e cercò la vena nel braccio di lei. 
“Dimmi se mi ami?” Chiese la donna. Non ottenne risposta: Adriano, era ben chiaro, non l'amava, non l'aveva mai amata. 
Deanna fu colta dal tremore che precedeva l'effetto della sostanza e il suo collo si irrigidì. Toccò all'uomo iniettarsi il contenuto di un'altra fiala. 
Quel liquido non fugava le angosce, non dava risposte e alla lunga avrebbe distrutto le loro esistenze. 
Adriano ricorreva agli stupefacenti nella speranza di ricreare le medesime sensazioni avvertite dopo la prima presa. Era passato dalle droghe leggere a quelle pesanti. Si era detto che un uomo non è tale se non conosce l’effetto della scimmia. Tra fantasticherie e ricorsi mentali, una volta alla mercé della brutta  bestia, recuperava brevi spiragli di lucidità.
In quei momenti, si vedeva riflesso in lei, mentre i loro corpi e le loro menti viaggiavano nel carro dove aveva preso posto sorella morte. 
Deanna fu colta da un moto collerico e s'avventò su Adriano - che non reagì mostrandosi fragile e indifeso - scuotendolo. 
Infine si denudò e l'uomo, che avvertiva intenso il tremore di quel corpo, tentò invano di goderne.

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