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Menico e la Fisarmonica

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Strimpella e canta la speranza. Le note sulle note, a volte strascicate e spesso intense. I tasti saltellano mentre le dita spaziano rincorrendosi. 
Le dita callose d’un montanaro della mia terra. E’ una gioia ascoltare la sua fisarmonica. Essa si comprime, si allarga, dondola, risvegliando i ricordi con le sue note che, una volta spente, lasciano un senso di vuoto. L’uomo, chino sulla cassetta, accompagnava il tirillallera con i colpi cadenzati d’un piede. Al ritmo seguì un canto melodioso. Infine tutto tacque. 
“Cantaci ancora qualcosa, Menico.” L’uomo torna a calcare i tasti. 

Menico viveva in un borgo sperduto tra i monti della mia terra. Un borgo che non vantava più di venti case strette le une alle altre. Viveva lassù e custodiva una dozzina di capre non sue. Poteva contare su un amico di nome Palla, un cane dal pelo grigio e arruffato. A sera, dopo aver chiuso gli animali nel recinto, Menico, seguito da Palla, rientrava in un casolare vicino e aperta la fisarmonica faceva serenate alle stelle. Perché anche le stelle lo ascoltavano vestite del loro abito splendente. Palla s’accucciava ai piedi del padrone. 
Menico amava girovagare per le viuzze del borgo e suonare quando calavano le ombre. 
Molte finestre si spalancavano per ascoltarlo ed i lumi si accendevano dietro ai vetri. Perché Menico era anche un bel giovane. 
Quando la fisarmonica taceva le finestre tornavano a rinchiudersi. Soltanto una lampada restava accesa a lungo ad illuminare il volto della ragazza tanto innamorata di lui che si fermava presso la finestra fino a quando il lume non si spegneva. Era allora che Marta, questo il suo nome, rinchiudeva le imposte per poi sciogliere le lunghe trecce e addormentarsi felice per sognare. 

Venne il giorno in cui fu promessa a Menico e l’annuncio fu dato in chiesa. Quel giorno molte ragazze sbucciarono le cipolle per mostrare a Menico, ove lo avessero incontrato, d’aver pianto. Il giovane non se n’accorse: aveva occhi soltanto per colei che amava indossare, nei giorni di festa, una veste ricamata e portare sul capo uno scialle adorno di fiori di campo. 

Le venti case e la chiesa si trovavano a mezza costa d’un monte che a volte soffiava e fumava da una bocca immensa ed eruttava cenere e lava. Le nonne, in proposito, raccontavano che un gigante cattivo abitava le viscere di quel monte e ogni volta che si risvegliava faceva tremare la terra tutto intorno e lanciava grandi pietre nella valle. 
Un brutto giorno l’uomo perverso si risvegliò e cominciò a tirare calci da squarciare il ventre della montagna. Rotolarono macigni insieme a cenere e sassi roventi. Le case si strinsero ancor più le une alle altre e la campana della chiesa lanciò nell’aere un prolungato allarme. 
Menico, sceso in paese, vide la colonna di fumo levarsi dal monte verso il cielo e sentì la terra tremare. Ricordando quanto raccontavano gli anziani del borgo corse per la valle giungendo fino al colle. Dal punto in cui si trovava avrebbe dovuto scorgere la finestra della stanza di Marta, ma cercò invano. Non vide nulla. Anche le venti case e la chiesetta non c’erano più. Si morse le labbra e si pizzicò più volte accorgendosi di non aver sognato. 
L’inferno aveva inghiottito il borgo e nell’abisso che si era spalancato si riversavano i torrenti di lava. Le acque salirono fino a formare un lago che a Menico sembrava avesse i colori dei capelli della sua innamorata. 

I capelli di Menico sono diventati bianchi e oggi, per poter vivere, continua a vagare di contrada in contrada suonando e cantando. 
Lo ascoltano tutti volentieri. Molte fanciulle accorrono per sentirlo. 
A lui è rimasta la fisarmonica (anche Palla è stato inghiottito dall'abisso) e tenendola stretta al petto racconta a tutti la sua storia d’amore e morte. 

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