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Una vita per il mare

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Iannuzzi-Merlo-De Santis
Squadra Nazionale di pesca subacquea
Enzo Maiorca

Per chi scende in acqua, al largo oppure sotto-costa, trovarsi a cospetto d’uno squalo non riveste più carattere di eccezionalità o risonanza d’un caso strepitoso. E’ incidentale, ma rientra nel novero dei fatti che, un giorno o l’altro, possono verificarsi.
Le considerazioni appena riportate riprendono la filosofia marinara di Ruggero Jannuzzi (Gegè per gli amici) estrapolate da un suo scritto pubblicato dalla rivista 'Mondo sommerso' - dopo l’inconsueto incontro con la temuta creatura degli abissi. Filmato dai registi Merlo e De Santis.
La dinamica dell'incursione è descritta dal Merlo…
Jannuzzi s’immerse nuovamente con intenzione di riavvicinarsi allo squalo; gli si affiancò puntandogli contro il fucile e attese che si girasse. L’animale si voltò e, trovando di fronte il sub, spalancò la bocca per poi scomparire. Ruggero non disarmò e, a sua volta, scese nel profondo blu. Appena dopo assistemmo a una scena insolita: Gegé, con potenti colpi di pinna, riaffiancò l’animale e, quando lo squalo virò, fece partire un colpo che affondò nelle branchie. Lo squalo puntò al largo per poi tornare minaccioso verso di lui. L’atleta fece allora partire un secondo colpo. La reazione della bestia fu terribile: cercò d’azzannare le aste di ferro infisse nel suo corpo dilaniandosi le carni. Ruggero, agguantato lo squalo per la coda con una mano e una delle frecce con l’altra lo spinse in superficie. Era il primo squalo catturato da un italiano nel Mediterraneo.
Fin qui la ricostruzione di Merlo; efficace, ma non quanto le immagini, prime al mondo, delle fasi della caccia. Ho avuto modo, in seguito, d’assistere alla proiezione del film originale per cortese disponibilità di Nelly, moglie di Ruggero, e del figlio Giuseppe che ha seguito le orme sportive del padre.
Nel tempo ho ricordato spesso i giorni trascorsi sulle marine di Fuscaldo. Allora non si praticava alcuna attività subacquea. La pesca (con fucili, maschere, pinne e bombole) fu introdotta dai marinai giapponesi di stanza a Messina durante la seconda guerra mondiale;  raggiungevano le coste calabre per esercitare lo sport preferito. Noi praticavamo ancora la pesca tradizionale con canna, filo e amo: oppure quella con le comuni reti.
Per alcuni anni non ci vedemmo, ma non trascurai di seguire il suo crescendo agonistico. Lo incontrai casualmente in Fiera a Milano mentre, immerso in una gran vasca di cristallo, si esibiva ad un folto pubblico con indosso una tuta di neoprene e maneggiando i moderni fucili ad aria compressa prodotti da un’Azienda italiana. Attesi e, dopo l’esibizione, ci riabbracciammo. In seguito lo rividi in treno e mi parlò dei suoi trionfi e dei tanti programmi per il futuro. Era diventato capitano della nostra squadra nazionale di pesca subacquea. Notai la sua incipiente calvizie che attribuii allo stress al quale si sottoponeva. Di questo sport stupendo e rischioso Ruggero aveva fatto una scelta di vita.
Durante una battuta a contrada Pietranera di Palmi lo accompagnai in barca. Lo seguiva un marinaio per aiutarlo in ciò che necessitava. Mi accorsi di quanto fossero fuori da tutte le norme prudenziali le risalite dal fondo, alle quali spesso seguiva un forte mal di capo. Non era prudente come in passato! Glielo feci notare, ma non rispose, forse perché concentrato ad approntare la successiva immersione. Era sua consuetudine tuffarsi più volte.

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Ruggero aveva studiato a Cosenza ove anch'io ho vissuto durante i miei primi vent'anni. Frequentavamo scuole diverse, ma ci vedevamo in palestra e nei pomeriggi a casa mia ove mi raggiungeva. Facevamo parte della medesima squadra di atletica. Eccelleva nel lancio del peso, disciplina confacente al suo fisico possente. I rapporti personali? La nostra amicizia restò tale fino alla fine. In primavera, ci dedicavamo a scorrerie nei campi di San Vito in Cosenza e durante le mie puntate estive a Fuscaldo ci inerpicavamo per le colline del vasto entroterra in compagnia del figlio adolescente, già munito di fucile in miniatura.
Gli anni passarono in fotocopia. Giunse, improvviso, il dannato infortunio.
Lo appresi dai quotidiani e seguii con apprensione la vicenda. Lo riabbracciai mesi dopo in casa sua e tornammo a frequentarci. Insegnava educazione fisica agli alunni di Fuscaldo. Lo raggiungevo nel cortile dell’istituto ove, necessariamente seduto, attendeva alla sua professione. Aveva ripreso ad andare in barca, al timone, sempre in compagnia del figlio. Costretto a pescare con filo e amo. Era, purtroppo, lontano da fucile, maschere e pinne!
Gegé non ha smesso un istante di lottare contro la cattiva sorte. Mostrò carattere e coraggio e mai udii un suo lamento. Soffriva in silenzio. Ragioni che mi spinsero a considerarlo un mito.
Appresi da lui la dinamica del fattaccio. Agosto 1971. Teatro dell’accaduto il mare di Siracusa. In occasione di un’immersione di Enzo Maiorca proteso alla conquista di nuovi traguardi di profondità, Iannuzzi, tra i commissari di gara, scese in acqua per controllare se i cartellini di misurazione fossero ben fissi alla cordicella di guida. Aveva riscontrato, infatti, la presenza d’una improvvisa corrente marina che avrebbe potuto spostare la segnaletica. S’immerse dopo aver indossato le bombole che gli porgevano, senza effettuare i rituali controlli. Fatale dimenticanza. Conseguenza immediata il blocco totale degli arti inferiori. A bruciarlo era stata la passione che poneva nelle prestazioni agonistiche. Alto fu il prezzo pagato alla dedizione e al coraggio che lo hanno sempre contraddistinto.
Durante le mie successive visite a Fuscaldo, ci appartavamo nella stanza-museo al piano terra ove custodiva i cimeli rinvenuti sul fondo marino.
Alcuni addirittura straordinari.
A volte, s’appartava per scrivere articoli che trattavano di pesca da inviare alle riviste sportive che ne contendevano la collaborazione. Chi lo conosceva avrebbe potuto cogliere nelle sue pupille lampi di rassegnazione e rabbia ad un tempo.
Trascorremmo in casa sua il Natale 1983. Presenti alcuni amici del posto e, ovviamente, Nelly e i figli Marisa e Pinuccio. Divise con gli ospiti, orgogliosamente ritto, l’ottimo pesce da lui pescato con filo e amo. E’ stata l’ultima volta che l’ho incontrato.

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