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Due spari dalla collina

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Il cane che abbaiava oltre il muro di cinta mi ricordava Birba, il nostro bel setter bianco con grandi macchie scure sul dorso. S'era ammalato di 'cimurro' e, anche se curato, non accennava a migliorare. Soffriva al punto da spingerci a farlo eliminare. Tali erano, infatti, le usanze del tempo. 
Di buon mattino, insieme a mia madre, m'incamminai verso Panicocoli, una delle contrade delle 'Nuove Terre' non distante dalla città. Cesco, il figlio del lattaio, interpellato in tempo, s'era detto pronto a far fuori la cagna e mio padre aveva approntato per la bisogna due cartucce a pallettoni. I contadini erano già sui campi e, in arrivo dal bosco, s'udiva l’eco dei colpi d’ascia che fiaccavano i tronchi. Macchie di sole intanto si allargavano sui prati mentre l’acqua dei ruscelli s'immetteva nei torrenti per raggiungere il fiume dopo aver superato la pianura. 
Mia madre inciampò più volte nelle pietre del sentiero mentre Birba sbavava e rincorreva gli uccelli. Di tanto in tanto si fermava a prender fiato e fissarmi con occhi striati di sangue, lingua rugosa e biancastra penzoloni. Mi invitava a correre al suo fianco come facevamo spesso sullo spiazzo erboso di Via Molinella non ancora soffocato dal cemento. 
Per strada palpai diverse volte le due cartucce riposte in una tasca interna della giacca, farlo mi procurava piacevoli sensazioni. 
Cesco attendeva sull'aia. Gli consegnai le cartucce raccomandando, a nome di mio padre, di trattenere il respiro mentre prendeva la mira; fare ciò che c'era da fare con scrupolo e precisione. Rispose: in quanto a fucili e a mire sapeva il fatto suo!
Avrebbe risparmiato una cartuccia, da trattenere per sé, ovviamente. 
Ci mostrò un albero privo di foglie sotto il quale aveva già deciso d'interrare la cagna e, dopo averla agguantata per la pelle del collo, la strattonò per l'erta.
Eravamo sulla via del ritorno quando udimmo un colpo di fucile seguito da guaiti. 
Ecco Birba mostrarsi, raggiungerci, scodinzolare e investirci. Sanguinava abbondantemente da un orecchio forato in più parti. 
Mia madre strappò una striscia di tela dalla bianca sottoveste e tamponò alla buona le ferite. 
Appena dopo la sua rabbia esplose: 
"Mannaggia a te e al tuo bel caca fuoco del cavolo." 
Evocato, Cesco ci raggiunse. Era rosso in volto come un peperone per lo scorno d’aver clamorosamente cileccato. Un'onta difficile da cancellare!
Dapprima si scusò: non aveva mai mirato ad un bersaglio in movimento. Appena dopo, cambiò solfa: invece di protestare tanto, avremmo fatto molto meglio, nell'approntare le cartucce, ad utilizzare polvere da sparo marca Sipe e piombo adatto allo scopo. 
La colpa era tutta nostra. Serviti!
Afferrata Birba dall'orecchio integro, la trasse a morte. 
Un secondo sparo echeggiò dalla collina.

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