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La stagione dell’ira - Capitolo 8

Capitolo Ottavo

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I saggi non ne hanno
così belli come i folli.

BAUDELAIRE

Il vitto era diventato immangiabile. Per protesta, nella nostra stanza, rifiutammo il pane e il latte del mattino. Il Direttore, accompagnato dal Comandante e da tre agenti, si presentò per scongiurarci (è il giusto termine) di non mettere in atto l'inconsueta protesta. Non seguimmo i sensati consigli e i secondini, per alcuni giorni, piantonarono la stanza. Dodici di noi furono puniti. Non fui compreso tra gli isolati.
Norman Lewis, l'agente inglese appena citato oltre che apprezzato scrittore - in Napoli 44 - descrive l'eruzione del Vesuvio del 22 marzo dello stesso anno...
La paura della popolazione sale perché vede, in crescendo, aggiungersi nuovi problemi ai tanti altri che è già costretta ad affrontare. Il paese di San Sebastiano starebbe per essere travolto dalla colata di lava. L'abitato di Cercola è minacciato. La pioggia di lapilli e pietre ha ucciso un uomo mentre una nuvola di cenere sovrasta la zona colpita. C'è chi commenta: è incredibile come si continui a vivere in quel posto. Il paese, costruito ai margini di una lingua di terra risparmiata dal vulcano e circondato dalla lava di una precedente eruzione, è adagiato nella zona che lo separa dalle vecchie colate. Ci informano, intanto, che - nell'ultimo secolo - si sono verificate ben nove grandi eruzioni, senza contare le minori. La lava, intanto, avanza lungo l’abitato principale mentre, a cinquanta metri di distanza, le persone stanno in ginocchio, pregando. Molti innalzano stendardi e figure di santi mentre i chierichetti fanno ondeggiare i turiboli per l’incenso e spruzzano ovunque l'acqua benedetta. Il battere insistente della pioggia sui vetri non rallegrava. Era l’acqua che temevamo. Quando le nuvole scure come la pece si mostravano all'orizzonte, mio padre diventava taciturno e correva a rintanarsi chissà dove. Mia madre s'affrettava ad accendere il cero che teneva sempre in serbo e si inginocchiava a cospetto dell'effige del santo protettore dei campi e dei raccolti. Appena dopo, faticammo per trasferire il fieno al riparo della nuova tettoia mentre le nuvole scaricarono pioggia e grandine a non finire.
Gli anziani del villaggio dissero che quella trupìa non sarebbe stata dimenticata e suggerirono di legare i buoi ai carri per raggiungere celermente la collina ove le querce ci avrebbero protetto con i loro grandi rami dalla furia scatenata degli elementi. Sistemammo, tra le coperte ed i viveri, ammalati, anziani, donne e bambini e ci avviammo verso l'altura. Le ruote affondarono nel fango e, per raggiungere la meta, faticammo oltre ogni pessimistica previsione. La tempesta infine cessò e, anche se non fu agevole, gli uomini in forze scesero ben presto al piano per recuperare il recuperabile. Mossi con loro e presto uno spettacolo inaspettato si mostrò: il fiume era straripato a vista d'occhio travolgendo ogni cosa sul suo cammino. Anche il cimitero era stato investito, tutto disperso. Croci tumuli fiori ceri ex voto icone lampade e bare. Una storia vera della mia terra. I reclusi di Crotone confluirono nella nostra stanza e Cola Bruni chiese di restare nel padiglione Italia. Da Regina Coeli giunsero Luigi Filosa, Capocasale Pietro, Paparo Aldo, Colosimo Antonio e gli altri promotori. Da Pietro apprendemmo dei suoi trasferimenti da Poggioreale a Roma...
Dalla sede del Contro Spionaggio Italiano, in Via del Tritone, mi trasferirono a Regina Coeli, nel settore giudicabili. Presso l’ingresso sostavano due giovani agenti della polizia alleata. Seguì la perquisizione e un bagno caldo. Fui destinato alla trequattrocinque. Un soldato mi rivolge la parola in inglese, lingua che non conosco. Se ne accorge, sorride e ricorre a segnali. Terzo piano, cella trequattrocinque. Entro, butto la valigia in un angolo e mi stendo in branda. Si presenta, poco dopo, il recluso che occupa la trequattrosei. Chiedo: si può uscire dalla cella? Risponde: si può, tutte le volte che lo vuoi. Mi vien da considerare che a Poggioreale non ho scambiato una parola con chicchessia. Qui è possibile muoversi a piacimento. Ci raggiunge il recluso della trequattrosette con della frutta per me. Lo ringrazio e parliamo. Ci accorgiamo che la branda non è più utilizzabile. Il trequattrosei mi fa notare che è facile rimediare. Lo seguo nella trecinquezero e preleviamo la branda che si trova lì, in buone condizioni. Più tardi il recluso della trequattro-sette m'informa che la minestra è stata distribuita e consiglia di raggiungere il quarto piano per ritirare la razione che mi spetta. Prendo la gamella, salgo e faccio presente d'essere arrivato da poco. Mi riempiono il recipiente di pasta. Di cavoli neanche il lontano odore. Trattandosi di pietanza gradita, anche se distribuita una volta al giorno, è più incoraggiante che in quel di Napoli. Rifocillato, rientro in cella e m'accorgo di non avere acqua per bere, chiedo informazioni al recluso della trequattroquattro. Risponde: laggiù troverai l'acqua ed il pitale. Prendo i recipienti e m'avvio verso i bagni ove sostano in molti. Dopo le presentazioni, fraternizziamo e mi trattengo per conversare. Infine prendo l'acqua e rientro in cella. Più tardi mi vien da pensare alla disciplina che regna a Poggioreale, alle porte blindate con gli sportelli eternamente chiusi, al comportamento severo degli agenti di custodia. Qui tutto è facile, c’è anche la lampada in cella. Leggo e prendo sonno.
Seguono altre confidenze di Pietro, già tenente della Divisione Brescia già dislocata a Tobruch.
L’auto si ferma, in panne. Il centro vicino è Marino Castello situato ad appena dodici chilometri da noi. Il maresciallo e il medico che viaggiano insieme a me fermano un automezzo del Vaticano e vi montano per recarsi in cerca di soccorso. Rimango con l’autista e l'agente del nostro Contro Spionaggio. La località è amena, circondata da un bosco di castagni e tutto appare favorevole alla fuga. Considero che il milite sia armato di mitra. Mi distendo sull'argine della strada per riposare e intanto ammirare il verde lussureggiante che mi circonda. In effetti, sono interessato ai movimenti del carabiniere. Se fuggo, considero, non potrà inseguirmi perché avrà bisogno di tempo per decidere se è opportuno o meno abbandonare l'auto per corrermi dietro. In ogni caso, son sicuro che non sparerà. L'autista? Quale sarà il suo comportamento? La mia non è storia che lo riguardi. Considero che in tasca ho denaro a sufficienza e mi sento in condizioni fisiche per raggiungere Roma e, subito dopo, sparire. Purtroppo c'è il rovescio della medaglia: la mia fuga aggraverebbe la posizione degli amici che si trovano in carcere. Un’ora dopo arriva una 509 che ci accoglie. Il sole affronta l’ultima parte del suo cammino; non più l'accecante luce del meriggio, ma una sfumatura rosa che tinge le cose donando loro una patina di bellezza. Anche perché copre e sembra voler disperdere con il suo tenue incarnato le brutture seguite al passaggio della guerra. In questo tripudio di colori, si mostra il lago di Castel Gandolfo circondato da una cornice di colline. Lo osservo dall'alto: somiglia ad uno stagno iridescente sul fondo del burrone circondato da tanti paesi appollaiati sui colli. Regina Coeli è ancora oggi la struttura carceraria più conosciuta di Roma oltre che Casa Circondariale della capitale. Ubicata in Trastevere - al 29 di Via della Lungara - trova collocazione in un complesso risalente al 1654. Un giorno convento, nel 1881 fu convertito all'odierno utilizzo e dedicato a Maria, appunto Regina Coeli. La costruzione del complesso carcerario ebbe inizio nel 1642 durante il pontificato di Urbano VIII.
La morte del pontefice fece sospendere i lavori, ripresi dal successore Innocenzo X. Dal 1810 al 1814, il convento fu confiscato in ottemperanza all'editto di Napoleone con il quale si decideva la soppressione de-gli ordini religiosi. La medesima cosa accadde nel 1873 allorché le Carmelitane della Congregazione di Sant'Elia dovettero abbandonarlo a seguito d'una legge, simile a quella napoleonica, emanata dal nascente Regno italiano. I lavori di adattamento finirono nel 1900.
Nel 1902 il carcere diventò sede della prima scuola di polizia scientifica, fino agli anni venti, oltre che casellario giudiziario. L’archivio carcerario fu sfruttato quale materiale di studio per le nascenti discipline dell'antropologia criminale. Più tardi, come la struttura di Via Tasso in Roma, ospitò gli oppositori politici.
L'attuale capienza è di 900 soggetti, numero spesso superato dalla popolazione detenuta. I padiglioni di Poggioreale si riempirono di reclusi fin quasi a scoppiare. Per l'acuirsi delle difficoltà ricettive, ci augurammo che avrebbero deciso di liberarsi di noi rispedendoci tamburo battente in Calabria. Evento che, naturalmente, non si verificò.

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