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Il Pezzente

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Sono stanco del lungo cammino.
Ascoltate la mia storia, ma non condannatemi senza avere prima appreso di me.
Mi chiamano il pezzente. Forse perché sono povero di spirito?
Sono, questo sì, l’uomo dalle cento vite: sono stato un gladiatore, uno schiavo, principe indiano, commerciante armeno, bucaniere e tiranno. Sono l’uomo dalle cento vite, mi rinnovo come le stagioni e, come le stagioni, puntualmente muoio. Sono nato lo stesso giorno in cui è venuto al mondo Caino, mi sono coperto di pelli e nutrito di carni crude; ho acceso il fuoco battendo la pietra contro la pietra, cacciato le fiere e i selvaggi.
Il Pezzente! Un soprannome ignobile impostomi da gente perversa più di me, la stessa che mi ha relegato in questa bolgia infernale ove le mie cento vite vissute a nulla valgono.

Avverto i passi dei secondini che si avvicinano.

Nelle notti in cui la lucerna si spegne per mancanza di olio, gli incubi tornano ad assalirmi. Non mi resta che scuotere il mio triste compagno di cella che, mentre mi affanno senza prender sonno, se ne sta lungo sbracato sul sacco noncurante dei miei problemi e della mia insonnia.
Butto giù dal letto il Rosso, questo è il suo nome, e lo redarguisco: dannato essere, dammi la tua pipa se non vuoi finire oggi stesso i tuoi giorni!

La mia occupazione? E' presto detto: disseccare verde d'ogni genere da utilizzare in strani miscugli dei quali ho appreso recentemente le ricette. Da fumare o barattare con pane, fichi secchi e altro.

Mi hanno costretto sul letto di Procuste.
I polsi e le caviglie sanguinano. Saranno visibili in eterno i profondi solchi impressi dagli anelli di cuoio rinforzati con spessi fili metallici.

Ieri mi hanno bastonato di brutto. Il peggio è che non ne conosco nemmeno le ragioni.

Perché son finito in isolamento di rigore?
Non lo immaginate? Stavo per ammazzare il Rosso. A salvarlo appena in tempo è arrivato lo ‘sticco’ addetto alla sezione che mi ha colpito con un bastone nodoso. Mi chiedo: cosa avrei potuto far d'altro se non strattonarlo e chiedergli la sua pipa di radica?
Avevo fame e, fumando, i crampi allo stomaco sarebbero probabilmente cessati.

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Domani mi trasferiranno in una delle sei celle del quadrato, destinate ai traditori, infamoni e spie.

Mi trovo ora in compagnia di un giovane dal naso tutto roso dal lupus. Se ne sta in disparte, in silenzio, rannicchiato nell’angolo buio. Dicono sia uno sporco parricida. Al suo confronto mi sento una bianca colomba di pace. Fino a quando lo sopporterò?

Rimpiango già la compagnia del Rosso.
Oggi hanno consegnato il pane che mancava da settimane. Ne ho ricevute dodici di pagnotte. Al mio compagno ne hanno date addirittura venti. Se penso a com'è corso a nasconderle nel sacco, il suo, il sangue mi vien su a fiotti. Ora si finge ebete per tenermi buono.
Una cosa è certa: non ne molla nemmeno mezza di pagnotta.

Il pane, informa lo sticco di guardia, a iniziare da domani, sarà distribuito con la primitiva regolarità nella misura di cento grammi giornalieri a cranio. Lo consegneranno attraverso lo sportellino della blindo.

Il mio compagno non si fida. E' sempre in piedi per essere pronto alla consegna. Dal canto mio ho deciso: mi impadronirò delle sue pagnotte e dei quattrini che nasconde in un sacchetto di tela verde appeso al collo, sotto la maglia di lana.
Presto sarà tutto mio: pane, scudi, coperta e pipa.
Lo colpirò al capo con uno zoccolo ferrato e lo stenderò sul fianco come preferisce restare quando finge di dormire. Lo finirò con calma e, quando i guardiani chiederanno di lui, risponderò che dorme.
Lo lascino pure riposare e consegnino a me la sua razione di cavoli e tutto quel che gli spetta d'altro.
Abboccheranno, potrei giurarlo perché, oltre ad essere delle perfette canaglie, sono terribilmente stupidi.

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Ho raggiunto il mio scopo: lui è lì, disteso, esanime, di fronte a me. La sua fronte si avvia a diventare gialla come il limone, le orecchie trasparenti, il viso flaccido, la pelle rugosa; la bocca atteggiata ad un beffardo sorriso.
Spero prendano presto la decisione che il caso suggerisce perché tutto riesco a sopportare tranne il fetore dei corpi in disfacimento.

Hanno scoperto ogni cosa. Colpa del gran puzzo che si è sparso nella casa di pena.
Avverto acute fitte alla nuca e le forze continuano ad abbandonarmi.

Il corpo del mio compagno è stato portato via.
Chi vuol scommettere una pagnotta intera che accuseremmo me d'averlo fatto fuori?

L’alba ha scacciato le tenebre.
Durante la notte - dall’avaro pertugio che funge da presa d’aria - ho seguito il sorgere della luna, l'esodo delle nuvole, le stelle brillare come lustrini.

Come dispone la prassi, hanno controllato se il mio cuore batte. Prendete buona nota: batte nella norma, come sempre in passato.

Dai rumori e dal tempo impiegato è facile intuire che scavano una fossa.
E' quella che accoglierà il mio corpo nel cimitero per galeotti senza nome e senza patria.
Oltre il doppio muro di cinta.

Hanno deciso: domani sarò seppellito vivo.
Ho appreso che mi legheranno all’ergastolano deceduto ieri per condividerne la rapida decomposizione.

Per discutere dell'argomento, potete adoperare il nostro forum andando qui...

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