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Donna Clotilde Racconta - Capitolo VII

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A Teatro con Memè

Testo Originale (con dialoghi in Dialetto Calabrese)

-Siii!- Rispondo al telefono.

-
-Ciao Memè! No, No! Ero sdraiata di là…-
-
-ERO SDRAIATA DI LA’!- urlo.. E’ una cara ragazza , ma un po’ dura d’orecchi.
- -
-MEME’! MET-TI-TI L’AP-PA-REC-CHI-O!!- Le scandisco.
- Spero che sia andata realmente a prenderlo. Non accetta la sua sordità, ma quello che è peggio, è che pensa che gli altri non se ne accorgano.
-
-L’HAI MES-SO?
-
Bene! Dimmi cara!-
Sono rincasata da poco dopo una giornata, a dir poco, snervante con la zia Gegè, che non sta per niente bene e la telefonata di Memè mi mette un po’ in allarme.
- -
…assieme…a teatro…no…non posso!- La cugina Memè ha già comperato i biglietti e liberarmene sarà molto difficile.
--
-Ho capito…un concerto…
La zia oggi mi ha fatto uscire ben tre volte: una per comperare il pane, una le medicine e l’altra le calze di seta (color castoro, 20 den, di quella marca…”mi raccomando!!!”) perchè…se si dovesse sentir meglio e uscire?! Come farebbe con le calze sfilate!! E non ditemi che forse avrei dovuto rifiutarmi e farle capire che tutto questo è una idiozia perché con la zia Gegè non ci sono ragionamenti che tengano. Ebbene tutto questo mi è passato per la mente sentendo le insistenze di Memè. Anche con lei è una impresa niente male!! Vorrei tanto spiegarle la mia situazione, ma pensate davvero che sia così semplice spiegare ad una sorda, per telefono, le mie ragioni?
-Tesoro!! Sono stanca morta e non mi…- cerco inutilmente di spiegare ma lei non ascolta e continua a parlare.
-
Si Memè! Si…va bene! – Faccio prima ad arrendermi.
-
-A che ora devo venire a prenderti?-
-
-A CHE ORA VEN-GO? – Accorcio come posso.
Ha vinto. Come sempre del resto. E’ una cara ragazza, ma è molto difficile comunicare con lei.
Apro l’armadio, sperando di trovare, almeno lì un po’ di entusiasmo.
Guardo indecisa, poi…si, opto per la gonna di velluto nero e quella magnifica casacchina in lamé: per una serata a teatro è quello che ci vuole e poi è un po’ larghina e nasconderà i miei difettucci.
Le scarpe? Quelle di vernice. Non ne sopporterei altre: sono le uniche che riusciranno a contenere i miei piedi gonfi.
Ma nell’armadio l’unica cosa che non ho trovato è stato proprio l’entusiasmo.
Bene o male riesco a darmi una restaurata: calcolo che incontrerò sicuramente conoscenti ed amo apparire a tono.
Finalmente riesco ad uscire di casa, faccio partire la mia macchinetta azzurro-metallizzata e mi dirigo da Memè.
La trovo davanti casa sua che sbuffa per il mio ritardo con l’ennesima sigaretta in bocca.
Da quando ho smesso di fumare odio le donne con la sigaretta in mano, soprattutto per strada.
Scendo dalla macchina, la bacio cercando di scusarmi per il ritardo e le apro lo sportello.
La sua mole, già di una certa stazza, deve essere notevolmente aumentata in questi ultimi venti giorni, perché, infilata la gamba sinistra e la rispettiva natica, la mia macchina sembra non voler contenere nient’altro.
Cerco inutilmente di condurre le manovre di entrata, ma non riesco a venirne a capo per ovvi motivi. Lei intanto suda abbondantemente, poi sbuffa:
-…Clotì, ma ppecchì ‘on t’accatti ‘na machina decente!?-
Non le rispondo. Vorrei tanto dirle che alla mia macchina non manca proprio niente e che forse è lei ad avere…troppo, ma la mia classe e il suo udito me lo impediscono.
Mi rendo tristemente conto che la giornata, già partita male, sta evolvendo velocemente al peggio.
-Memè, tesoro –mi limito -…si sta facendo tardi!-
--
Lei stranamente capisce. Al lettore risparmio la sua scurrile risposta.
Bene o male, sotto vuoto-spinto, riusciamo a partire.
-Che concerto è?- le chiedo, ma lei non mi risponde. Sono troppo stanca per farmi capire. Così, stipata nella mia macchinetta, la vedo sudare abbondantemente.
-Passami ‘a borsa Clotì!-
Guardo nell’abitacolo cercando di localizzarla, ma si perde in quel mare di ciccia.
-CHE CO-SA TI SER-VE?- Le urlo nelle orecchie.
-Nà sigaretta, Clotì: haju ‘e fuma!-
Con tutto il caldo che c’è in macchina, mi sento ghiacciare il sangue. Sono disperata.
Fermo la macchina e lentamente le mento:
-MEME’, TESORO, TI SEI SEDUTA SOPRA!-
Mi salvo.
Ma lei non sembra rassegnata e continua a sudare.
Finalmente arriviamo a destinazione. Trovo un posticino per la mia macchinetta e, anche con la poca visuale che mi ritrovo, riesco a parcheggiare.
Scendo e prendo una boccata d’aria, poi vado ad aprirle lo sportello.
Intanto, davanti l’entrata del teatro, vedo affollarsi molta gente. Il fatto mi rassicura: penso che siano tutti lì a sentire il concerto.
-Clotilde cara!!!- Mi chiama Mirella Calò che, assieme alla figlia Giacinta, è addobbata per l’occasione.
Lascio Memè districarsi con la mia macchina e mi avvicino a loro.
-Anche voi al concerto?- Chiedo entusiasta.
-No, no, cara…- mi risponde Mirella Calò –andiamo a vedere la commedia brillante che fanno giù al Politeama! Sono andate a vederla Gina e Lorella e me ne hanno detto un gran bene!-
Si avvicinano anche i coniugi Liroi.
Mi giro verso Memè: noto con piacere che è riuscita a liberare una gamba. Vorrei andare ad aiutarla, ma la signora Liroi non me ne da  modo.
-Donna Clotilde carissima, che piacere rivederla!!- Faccio appena a tempo a cogliere lo sguardo fulminante di Memè.
-Cara signora Liroi!!! Anche lei va a vedere la commedia?- Chiedo.
-Si, si! Mio marito ha letto la critica e pare che sia divertentissima…vero Carlo?-
Il marito fa gesti di assenso e…-Viene anche lei, donna Clotilde?- mi chiede.
-No! – Rispondo nascondendo il rammarico -Mia cugina ha preso i biglietti per il concerto!- e indico Memè che a fatica, liberata anche la gamba sinistra, è abbarbicata allo sportello della mia auto nel disperato tentativo di tirarsene completamente fuori.
Penso che sia meglio tornare al più presto da lei, vorrei evitare il peggio, così mi accomiato dai coniugi Liroi, da Mirella Calò e figlia, saluto altri conoscenti che da lontano vedo oltrepassare il Masciari e prendere la discesa alla volta del Politeama. Si girano e mi fanno cenni di saluto.
-CLOTI’, VENI E DUNAMI  NA’ MANU MA’ NESCIU ‘E SA MACHINA!- queste urla sovrumane mi fanno trasalire, non ho fatto in tempo ad evitarle: ho dimenticato che il sordo ha la voce di qualche tonalità più alta del normale.
Odio far queste figuracce!
Faccio finta di non conoscerla lasciando che gli ultimi amici spariscano lungo la discesa del Masciari. Li invidio profondamente.
E’ il momento di correre dalla cugina prima che si faccia conoscere meglio.
Finalmente è riuscita a uscire dall’auto e mi viene incontro minacciosa.
- CCHI’…VENISTI A CATANZARU ‘MA FAI SALOTTU ?!-Mi redarguisce ad alta voce.
Io le sorrido forzatamente mascherando ai passanti il mio disappunto. Non oso nemmeno chiederle di disertare il concerto per la commedia, ammesso che riesca, so già cosa mi risponderebbe:”CChì…Clotì, vò ‘ma minti ‘u concertu ccù chidda buffonata?” Così, rassegnata, mi accodo a lei che, dondolante per la mole, si dirige verso l’entrata del teatro. 
Mi arrendo e mi avvilisco ancora di più quando vedo che il palcoscenico è sguarnito: cinque sedie e rispettivi leggii e pubblico quasi inesistente.
Che posti abbiamo, Memè?” Le chiedo e intanto gli occhi mi vanno agli spettatori. Sono per lo più ragazzi in jeans, magliette scarabocchiate e, in bocca, gomme da masticare. Ma ecco…in lontananza, sola, ben composta, borsa sulle ginocchia, mi pare di  riconoscere Maria Corace. Era una mia vecchia compagna di scuola. Noto che, da allora, non ha perso la sua aria mesta e il suo abbigliamento dozzinale.
Le faccio un cenno di saluto. Lei si aggiusta gli occhiali e mi risponde con un timido sorriso.
SECUNDA FILA: POSTU NOVA e DECIA!” Urla Memè.
Penso che mi si sta presentando una serata niente male…e la mia mente vola alla commedia brillante.
Memè intanto, a fatica, si è fatta strada tra le due file di poltrone.
CLOTI’!” mi chiama “… VENI!” Ha trovato i due posti prenotati.
La raggiungo velocemente e mi siedo.
Memè è contrariata: il suo di dietro non entra assolutamente nella minuscola poltroncina del teatro. La guardo rammaricata. Lei sbuffa…borbotta. 
Ho capito Memè! dovrebbero anche qui fare poltrone decenti?” la provoco.
‘On fara ‘a spiritosa Clotì!” risponde seccata. Stranamente mi ha sentita “…e aiutami ppemma m’assettu!” continua.
Dopo vari tentativi riusciamo nell’intento.
Intanto sul palcoscenico sono entrati i maestri d’orchestra: un violino, un contrabbasso, un clarinetto, un oboe e un trombone. Tutti in frac alquanto dimessi e fuori misura.
Squallido.
Seguono suoni incrociati e disordinati: i maestri stanno provando gli strumenti.
Memè dorme.
Me ne accorgo per un leggero fischio che mi giunge all’orecchio destro.
Una gomitata e Memè si riprende.
Quanto dura il concerto?” Le chiedo disperata.
Non mi risponde. Non mi ha sicuramente sentita.
Gli strumenti tacciono: entra il direttore. Capelli grigi, lunghi e arruffati, viso rugoso, una leggera gobbetta e frac abbondante; annuncia in russo le esecuzioni.
E Memè…si è di nuovo addormentata.
La mia disperazione aumenta quando l’orchestra comincia a suonare. Non rilevo alcun motivo, solo rumore, ma fingo attenzione, poi guardo Memè che continua a dormire profondamente.
La sveglio con un’altra gomitata: lei apre gli occhi, mi guarda e…:
CCHI’ VOI CLO’?” Mi chiede ad alta voce.
Vorrei sprofondare. Con lo sguardo le indico il palcoscenico. Lei si ricompone.
Ma il danno ormai è fatto: un orchestrante mi lancia occhiate di fuoco.
Mi ricompongo anch’io.
Lei si riaddormenta; penso che a questo punto sia meglio lasciarla dormire.
Finisce la prima esecuzione, gli scarni applausi provvidenzialmente la svegliano. 
Applaude anche lei.
L’orchestra ricomincia a suonare. Voglio dimenticare  Memè e penso: se dorme?...che dorma pure!
Comincia il secondo pezzo, poi il terzo… mi sembrano tutti una ripetizione del primo.  Memè naturalmente, come previsto, dorme, ma pian piano il suo sonno diventa più pesante e (haimè) comincia a russare.
Ricomincio allora con le gomitate, leggere… non arrivo a capo di nulla  e la mia mente vola di nuovo alla commedia del Politeama.
Lei continua a russare, sempre più pesantemente e…rumorosamente. Mi gioco il tutto per tutto e gli sferro una gomitata energica. 
Lei si sveglia improvvisamente, mi guarda disorientata, ma il mio sguardo l’agghiaccia: non proferisce parola, si gira verso il palcoscenico e finge indifferenza, ma il pezzo per fortuna è ultimato, è finita la prima parte del concerto: i maestri, strumenti alle mani, si inchinano agli scarni applausi del pubblico.
Ed io tra gli applausi le urlo in un orecchio: “NELLINA, TESORO… - la menzogna a volte è legittimamente concessa –IL CONCERTO E’ FINITO! POSSIAMO ANDARE!


Avviso: Questo Capitolo non ha la traduzione in Italiano: ci è sembrato fin troppo comprensibile. Se richiesto però, saremo ben lieti di realizzarla. ;)


Nota: Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale. I personaggi e le storie narrate sono frutto della pura immaginazione dell'autrice. Si declina ogni responsabilità.

 

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