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Donna Clotilde Racconta - Capitolo III

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Torniamo ora alla nostra donna Clotilde. Il pullman ormai è partito.

Testo Originale (con dialoghi in Dialetto Calabrese)

I tre vecchietti in panchina, la settimana scorsa, ci hanno distratto, lasciando la nostra Donna Clotilde nel pullman diretto a Catanzaro; dobbiamo assolutamente sapere da lei come procede il suo viaggio.

Il tempo si sta guastando: andiamo verso grossi nuvoloni. Stanno proiettando un film in video-casetta: “Autunno a Nuova York”.  Non  parla nessuno, nemmeno la signora Cuncetta dietro di me; solo a lato i due fidanzatini non sembrano presi dal film e bisbigliano vicini vicini: è facile immaginarsi cosa si stiano dicendo.
Il dondolio del pullman e il film che ho visto più volte mi conciliano il sonno.
Mi appisolo.

Quando apro gli occhi vedo che si è fatto già buio.
Piove a dirotto.
Il film è quasi alla fine e, lentamente, la vita qui dentro si va animando.
La signora Rosina Caputo ha in mano un altro panino con la mortadella, quasi ultimato anche quello.
Mi rinnova l’invito allungandomi sotto il naso i resti. Rifiuto adducendo come pretesto che non ho fame.
Dietro, sento blaterare la signora Cuncetta:
’On l’avia ‘e fara Adelaide! ‘U picciriddu avia e stara a la casa…’u sai quanti voti ‘nciù dissi!!!  Ma iddha… nenta! comu si eu ‘on avera parratu ‘e nenta!
Làssala stara, Cuncè…’u figghiu è dò soi…!” Giuà.
…ed eu sugnu ‘a nunna…’A NUNNA…”  Cuncetta.
Zitta Cuncè! Mu cunti doppu…fammi vidìra su filmu!”
Capisco il povero Giuà, mi metto nei suoi panni, ma…nei suoi panni un po’ ci sono già: la signora Rosina Caputa, visto che ormai mi sono svegliata, visto che ha scambiato il mio silenzio per consenso, ricomincia…
Comu vi chiamati?” Mi chiede deglutendo il suo ultimo boccone.
Letizia!” Rispondo “Donna Clotilde De Verra!
Si presenta anche lei porgendomi la sua mano callosa.
Ma la signora Rosina non si accontenta di sapere il mio nome: continua agganciandosi al film  “Mi fa chiangìra!” insiste e si gira verso di me asciugandosi la guancia un po’ umida.
E’ molto bello, in effetti” Commento.
Pecchì ‘on mi veniti ‘a trovara ddhà…. a Sambiase?
Signora io non mi trattengo molto a Catanzaro…sa…” Cerco di arginare.
Aviti ‘e venira, eu v’aspettu…ddhà avimu robba bbona!
Ma non so nemmeno la strada…” Mi difendo ancora come posso.
…e cchì ‘nci vò!! Com’arrivati a lu paisa, basta cchì diciti duva abita Rosina Caputu. eh!…figurativi!!…mi canùscianu tutti…!
Non lo metto in dubbio, ma..” 
Il pullman, intanto, lascia l’autostrada, imbocca una statale.
La signora Rosina si alza e comincia a prepararsi per scendere e intanto…
E’ vicinu a Catanzaru…chì cci vò!” insiste.
Il pullman gira a sinistra, si perde per una strada più stretta…poi si inerpica, si infila tra case basse.
Chissa è Nicastru, ‘on esta Sambiase, ma è vicinu!…vena fìgghiamma mà mi pigghia ccù ‘a machina!
Io accenno ad un sorriso di compiacimento.
Intanto si è già infilata il cappotto nero.
Compare dai finestrini una piccola piazzetta e il pullman finalmente si ferma.
Intanto la signora Rosina guarda dal finestrino…cerca la figlia, poi…finalmente…
…’a viditi?…’a viditi? Fìgghimma arrivau mà mi pigghia!” e saluta con la mano.
La signora Rosina Caputo anni settantuno è arrivata.
La guardo, si è legata in testa il fazzoletto, anche questo rigorosamente nero, e con la sua borsa nera, antiquata e consunta, agganciata all’avambraccio, si china e mi porge la mano per salutarmi.
Ni vidimu, signò! Eu arrivavi! Sugnu cuntenta cà vi canuscètti ! Si vuliti venira mà mi trovati, siti a la casa vostra…
Si…si! Grazie!” Mi affretto a rispondere accennando ad alzarmi.
N’un v’azati! Stacìti assettata…!” E mi trattiene dal braccio.
E allontanandosi, mi saluta di nuovo per l’ultima volta con la mano “Ni vidimu!” e si dirige verso l’uscita, l’andatura dondolante, la destra carica di due buste di plastica piene di roba.
Con lei scende qualche altro passeggero.
Guardo dal finestrino. Tra gli incontri festosi degli altri passeggeri la intravedo: ha incontrato la figlia, saluti, baci e abbracci, poi si allontanano arrancando, appesantite dai bagagli, lungo il marciapiede del piccolo giardinetto.
Ora che la vedo andar via, quasi mi dispiace…
…Sambiase!” penso “…e perché no? Non ho scadenze per il momento!
Ma anche il mio viaggio è alla fine.
Il pullman riparte, la piazzetta si perde alle nostre spalle inghiottita dalle case e scendiamo ripercorrendo la strada a ritroso.
Molti passeggeri sono in piedi, si preparano a scendere…chi s’infila il cappotto, chi si accinge a chiudere il piccolo bagaglio a mano…
…volera cangiàra motu…
I due fumatori sono in piedi e chiacchierano; non sembrano aver fretta…
…pecchì non vi pigghiàti l’Honda?
Uno poggia un gomito sullo schienale del sedile, l’altro, la schiena, mani in tasca; i due fidanzatini sono gli unici a non accorgersi che il viaggio è ormai al termine… i cestini dei rifiuti sono pieni e, a terra, rotola disordinatamente un bicchiere di carta vuoto.
Giuà, mintati ‘u cappottu!” Cuncetta incalza, petulante, il marito.
…è presto Cuncè!
…E chè ci vò mà arrivamu! Mintatillu, sent’a mia!
Giuà, sbuffa e, spazientito, si alza infilandosi lentamente il suo trench, forse spera che…
…abbuttùnatillu Giuà!” …non spera più…
Cuncetta ha stressato anche me; mi giro a guardare dal finestrino, il pullman ha imboccato la superstrada che porta a Catanzaro.
Mi concentro sul paesaggio. Guardo quel poco che si vede nel buio, e, stranamente, non riesco a far combaciare la realtà al ricordo: la superstrada sembra un’autostrada a tutti gli effetti e la grande piana di Sant’Eufemia è punteggiata di industrie e grandi ipermercati.
…CARAFFA…GERMANETO…scorrono i cartelli indicativi e, d’un tratto, compare la bocca della lunga galleria che porta ai piedi di Catanzaro.
Infine…eccola! Abbarbicata su quella collina. La città è così picchiettata di luci! mi sembra un grande presepe.
Il pullman svolta deciso a sinistra e si inerpica lungo la strada che, coi suoi tornanti, sale verso la città, verso il mitico “MOTEL AGIP”. Quanti ricordi! Quanti appuntamenti!
Mi alzo in piedi e mi volto: voglio guardare come sempre…come tutti, quello straordinario ponte che si aggancia tra le due colline mostrandosi, con le sue luci diffuse, in  tutta la sua regalità. Non nascondo un sospiro.
E’ bello, eh? Signò?” E’la signora Cuncetta che, seduta, alza la testa, mi guarda e commenta. Non mi sfugge una gomitata del marito che, invano, cerca di azzittirla.
Non siti ‘e cchà?” Continua non curante delle sollecitazioni del marito.
No!” Rispondo laconica “buona sera!”saluto e mi risiedo. Anche se ho rischiato di essere scorretta,  sono giustificata: da quando ho lasciato mio marito non mi ritrovo più tanta pazienza.
Chè t’inda ‘mporta?!” Sento il marito.
E mò, ‘on pozzu mancu fara nà dumanda!?” Risponde prontamente lei.
Voglio concentrarmi sui miei ricordi e su questa città che non vedo da anni. Ecco, in lontananza mi appare l’insegna del MOTEL…ma…leggo BENNY HOTEL!! Mentre ci avviciniamo, al buio, dal finestrino, tento di ripassare alla mente la silhouette dell’edificio AGIP. Non c’è dubbio è lui.
BENNY!  Mi chiedo a chi sia mai venuta l’idea di dare questo nome ad un albergo.  Mi ricorda tanto Walt Disney: Bamby… Berny...Denny…
Il pullman si è ormai fermato.
…e moticàtti!!
Mi giro: uno dei due fumatori, mano in tasca e sigaretta e accendino nell’altra, rimprovera la moglie, che lo segue a fatica nello stretto corridoio del pullman; è accaldata: una mano è carica di borse e buste di plastica piene di panini non consumati, l’altra  trascina un bimbo assonnato.
Mi chiedo dove mai sarà finita la galanteria. Sarei quasi tentata ad alzarmi e redarguire questo maschilista, ma…la mia signorilità ha il sopravvento e, anche se sono indignata, mi ricompongo.
Finalmente lasciamo questo motel  “BENNY” come si fa chiamare e percorriamo la tangenziale. E’ buia! molto buia! nemmeno i fari del pullman riescono ad illuminarla!
Scuola Agraria. Usciamo dalla tangenziale e imbocchiamo finalmente via Aldo Barbaro scendendo giù verso S. Leonardo. 
Sospiro. Anche qui la mia mente si affolla di ricordi. Ma chi, avendo vissuto anche per poco tempo in questa città, non avrebbe qualche ricordo legato a questo rione?  E intanto nella mente  rivedo quel minuscolo giardinetto, incolto, col suo alberello solitario, che fa da crocevia tra via Barbaro e via Del Turco con accanto quel minuscolo bar…e più avanti di fronte  l’elegante cinema ODEON..
Una risatina della ragazza seduta dall’altra parte del finestrino mi fa trasalire: è pronta a scendere, indaffarata non tanto  a raccogliere il suo bagaglio, quanto a civettare con il suo ragazzetto. Mi fanno tenerezza. Sorrido e guardo fuori.
Credo di avere le allucinazioni: due eleganti bar vistosamente illuminati prendono il posto del piccolo bar (giardinetto incluso). Il pulman si ferma davanti all’ODEON, ma l’ODEON non c’è più! la serranda è abbassata e l’insegna è sparita…
Sono scesi quasi tutti. Rimane solo il ragazzo. Il pullman riparte costeggiando il vecchio INCIS che, me ne rallegro, trovo intatto: via Piave, un pezzetto di via M. Greco ed ecco a destra mi appare la “salita di Mauro” (via Vercillo) in questo caso “discesa” da cui si allunga via Indipendenza, il punto più stretto della “clessidra” catanzarese. È tardi e con tutto ciò è ancora intasata di macchine, concludo che anche qui non è cambiato nulla. 
L’autista del pullman è ormai stanco e, attraversata via Indipendenza si tuffa a gran velocità nell’enorme Piazza Matteotti…Rimango esterrefatta. E’ tutto cambiato anche qui!…bianco, nero, bianco, nero…
E quella? E’ una scala? Si…no potrebbe essere una meridiana, và restringendosi. Cosa mai significherà? E’ sicuramente qualcosa, ma sono troppo stanca per qualsiasi elucubrazione. E il Cavatore? Dov’è? Non lo vedo. Ma si! Eccolo! è coperto da quel chiosco! Il chiosco mi copre il Cavatore! Sono decisamente stanca, forse è l’effetto del viaggio, ma credo di dover rivedere le mie nozioni di prospettiva.
Il pullman si ferma davanti l’istituto tecnico.
Sono arrivata. E’ il momento di scendere. 
Clotildeeee!” Riconosco il classico urlo di Tonina, mia cognata che, addobbata come un albero di Natale, mi fa cenno di scendere. Noto con piacere che lei, come la Scuola Agraria, l’INCIS e la “Salita di Mauro”, fa parte della Catanzaro di un tempo. 


Nota: Per chi non avesse familiarità con il dialetto calabrese, ecco a seguire la traduzione completa in italiano.



Testo Tradotto (con dialoghi in italiano)

[spoiler title=""]I tre vecchietti in panchina, la settimana scorsa, ci hanno distratto, lasciando la nostra Donna Clotilde nel pullman diretto a Catanzaro; dobbiamo assolutamente sapere da lei come procede il suo viaggio.
Ci aveva lasciato appena il  suo pullman era partito.

Il tempo si sta guastando: andiamo verso grossi nuvoloni. Stanno proiettando un film in video-casetta: “Autunno a Nuova York”.  Non  parla nessuno, nemmeno la signora Cuncetta dietro di me; solo a lato i due fidanzatini non sembrano presi dal film e bisbigliano vicini vicini: è facile immaginarsi cosa si stiano dicendo.
Il dondolio del pullman e il film che ho visto più volte mi conciliano il sonno.
Mi appisolo.

Quando apro gli occhi vedo che si è fatto già buio.
Piove a dirotto.
Il film è quasi alla fine e, lentamente, la vita qui dentro si va animando.
La signora Rosina Caputo ha in mano un altro panino con la mortadella, quasi ultimato anche quello.
Mi rinnova l’invito allungandomi sotto il naso i resti. Rifiuto adducendo come pretesto che non ho fame.
Dietro, sento blaterare la signora Concetta:
Non lo doveva fare Adelaide! Il bambino doveva stare a casa…lo sai quante volte gliel’ho detto!!!! Ma lei? Niente! Come se non avessi parlato affatto!” 
Lasciala stare, Concetta…il figlio è suo…!” Giovanni
..ed io sono la nonna…LA NONNA…” Concetta
Stai zitta Concetta! Me lo racconti dopo…fammi vedere il film!
Capisco il povero Giovanni, mi metto nei suoi panni, ma…nei suoi panni un po’ ci sono già: la signora Rosina Caputa, visto che ormai mi sono svegliata, visto che ha scambiato il mio silenzio per consenso, ricomincia…
Come vi chiamate ?” Mi chiede deglutendo il suo ultimo boccone.
Letizia!” Rispondo “Donna Clotilde De Verra!
Si presenta anche lei porgendomi la sua mano callosa.
Ma, la signora Rosina non si accontenta di sapere il mio nome: continua agganciandosi al film  “Mi fa piangere!” insiste e si gira verso di me asciugandosi la guancia un po’ umida.
E’ molto bello, in effetti” Commento.
Perché non venite a trovarmi,  là…a Sambiase?” 
Signora io non mi trattengo molto a Catanzaro…sa…” Cerco di arginare.
Dovete assolutamente venire, vi aspetto….là, abbiamo tutta roba genuina!
Ma non so nemmeno la strada…” Mi difendo ancora come posso.
Non ci sono problemi! Come arrivate al paese, basta domandare dove abita Rosina Caputo. Eh!...mi conoscono tutti…!” 
Non lo metto in dubbio, ma..
Il pullman, intanto, lascia l’autostrada, imbocca una statale.
La signora Rosina si alza e comincia a prepararsi per scendere e intanto…
Il paese è vicino a Catanzaro…non ci vuole niente ad arrivare!” insiste.
Il pullman gira a sinistra, si perde per una strada più stretta…poi si inerpica, si infila tra case basse.
Questo paese è Nicastro non è Sambiase, ma è vicino!...viene mia figlia a prendermi con la macchina!” 
Io accenno ad un sorriso di compiacimento.
Intanto si è già infilata il cappotto nero.
Compare dai finestrini una piccola piazzetta e il pullman finalmente si ferma.
Intanto la signora Rosina guarda dal finestrino…cerca la figlia, poi…finalmente…
…la vedete?...la vedete? È arrivata mia figlia!”’ e saluta con la mano.
La signora Rosina Caputo anni settantuno è arrivata.
La guardo, si è legata in testa il fazzoletto, anche questo rigorosamente nero, e con la sua borsa nera, antiquata e consunta, agganciata all’avambraccio, si china e mi porge la mano per salutarmi.
Ci vediamo signora ! io sono arrivata ! sono contenta di avervi conosciuta ! se volete venire a trovarmi, siete a casa vostra... ! »
Si…si! Grazie!” Mi affretto a rispondere accennando ad alzarmi.
No! Non vi alzate! Rimanete seduta…!”  E mi trattiene dal braccio.
E allontanandosi, mi saluta di nuovo per l’ultima volta con la mano  “Ci vediamo!”  e si dirige verso l’uscita, l’andatura dondolante, la destra carica di due buste di plastica piene di roba.
Con lei scende qualche altro passeggero.
Guardo dal finestrino. Tra gli incontri festosi degli altri passeggeri la intravedo: ha incontrato la figlia, saluti, baci e abbracci, poi si allontanano arrancando, appesantite dai bagagli, lungo il marciapiede del piccolo giardinetto.
Ora che la vedo andar via, quasi mi dispiace…
…Sambiase!” penso “…e perché no? Non ho scadenze per il momento!
Ma anche il mio viaggio è alla fine.
Il pullman riparte, la piazzetta si perde alle nostre spalle inghiottita dalle case e scendiamo ripercorrendo la strada a ritroso.
Molti passeggeri sono in piedi, si preparano a scendere…chi s’infila il cappotto, chi si accinge a chiudere il piccolo bagaglio a mano…
…vorrei cambiare moto …
I due fumatori sono in piedi e chiacchierano; non sembrano aver fretta…
…perché non vi comperate l’Honda?” 
Uno poggia un gomito sullo schienale del sedile, l’altro, la schiena, mani in tasca; i due fidanzatini sono gli unici a non accorgersi che il viaggio è ormai al termine… i cestini dei rifiuti sono pieni e, a terra, rotola disordinatamente un bicchiere di carta vuoto,.
Giovanni, mettiti il cappotto!” Concetta incalza, petulante, il marito.
…Concetta è presto!”
…manca poco! Mettitelo, senti a me!” 
Giovanni, sbuffa e, spazientito, si alza infilandosi lentamente il suo trench, forse spera che…
…aAbbottonatelo Giovanni!” …non spera più…
Concetta ha stressato anche me; mi giro a guardare dal finestrino, il pullman ha imboccato la superstrada che porta a Catanzaro.
Mi concentro sul paesaggio. Guardo quel poco che si vede nel buio, e, stranamente, non riesco a far combaciare la realtà al ricordo: la superstrada sembra un’autostrada a tutti gli effetti e la grande piana di Sant’Eufemia è punteggiata di industrie e grandi ipermercati.
…CARAFFA…GERMANETO…scorrono i cartelli indicativi e, d’un tratto, compare la bocca della lunga galleria che porta ai piedi di Catanzaro.
Infine…eccola! Abbarbicata su quella collina. La città è così picchiettata di luci! mi sembra un grande presepe.
Il pullman svolta deciso a sinistra e si inerpica lungo la strada che, coi suoi tornanti, sale verso la città, verso il mitico “MOTEL AGIP”. Quanti ricordi! Quanti appuntamenti!
Mi alzo in piedi e mi volto: voglio guardare come sempre…come tutti, quello straordinario ponte che si aggancia tra le due colline mostrandosi, con le sue luci diffuse, in  tutta la sua regalità. Non nascondo un sospiro.
E’ bello,  Signora, non è vero?”  E’la signora Concetta che, seduta, alza la testa, mi guarda e commenta. Non mi sfugge una gomitata del marito che, invano, cerca di azzittirla.
Voi non siete di queste parti, è vero?” Continua non curante delle sollecitazioni del marito.
No!” Rispondo laconica “buona sera!”saluto e mi risiedo. Anche se ho rischiato di essere scorretta,  sono giustificata: da quando ho lasciato mio marito non mi ritrovo più tanta pazienza.
Che te ne importa?!”  Sento il marito.
E adesso non posso nemmeno fare una domanda?” Risponde prontamente lei.
Voglio concentrarmi sui miei ricordi e su questa città che non vedo da anni. Ecco, in lontananza mi appare l’insegna del MOTEL…ma…leggo BENNY HOTEL!! Mentre ci avviciniamo, al buio, dal finestrino, tento di ripassare alla mente la silhouette dell’edificio AGIP. Non c’è dubbio è lui.
BENNY!  Mi chiedo a chi sia mai venuta l’idea di dare questo nome ad un albergo.  Mi ricorda tanto Walt Disney: Bamby… Berny...Denny…
Il pullman si è ormai fermato.
…e muoviti!” 
Mi giro: uno dei due fumatori, mano in tasca e sigaretta e accendino nell’altra, rimprovera la moglie, che lo segue a fatica nello stretto corridoio del pullman; è accaldata: una mano è carica di borse e buste di plastica piene di panini non consumati, l’altra  trascina un bimbo assonnato.
Mi chiedo dove mai sarà finita la galanteria. Sarei quasi tentata ad alzarmi e redarguire questo maschilista, ma…la mia signorilità ha il sopravvento e, anche se sono indignata, mi ricompongo.
Finalmente lasciamo questo motel  “BENNY” come si fa chiamare e percorriamo la tangenziale. E’ buia! molto buia! nemmeno i fari del pullman riescono ad illuminarla!
Scuola Agraria. Usciamo dalla tangenziale e imbocchiamo finalmente via Aldo Barbaro scendendo giù verso S. Leonardo. 
Sospiro. Anche qui la mia mente si affolla di ricordi. Ma chi, avendo vissuto anche per poco tempo in questa città, non avrebbe qualche ricordo legato a questo rione?  E intanto nella mente  rivedo quel minuscolo giardinetto, incolto, col suo alberello solitario, che fa da crocevia tra via Barbaro e via Del Turco con accanto quel minuscolo bar…e più avanti di fronte  l’elegante cinema ODEON..
Una risatina della ragazza seduta dall’altra parte del finestrino mi fa trasalire: è pronta a scendere, indaffarata non tanto  a raccogliere il suo bagaglio, quanto a civettare con il suo ragazzetto. Mi fanno tenerezza. Sorrido e guardo fuori.
Credo di avere le allucinazioni: due eleganti bar vistosamente illuminati prendono il posto del piccolo bar (giardinetto incluso). Il pullman si ferma davanti all’ODEON, ma l’ODEON non c’è più! la serranda è abbassata e l’insegna è sparita…
Sono scesi quasi tutti. Rimane solo il ragazzo. Il pullman riparte costeggiando il vecchio INCIS che, me ne rallegro, trovo intatto: via Piave, un pezzetto di via M. Greco ed ecco a destra mi appare la “salita di Mauro” (via Vercillo) in questo caso “discesa” da cui si allunga via Indipendenza, il punto più stretto della “clessidra” catanzarese. È tardi e con tutto ciò è ancora intasata di macchine, concludo che anche qui non è cambiato nulla. 
L’autista del pullman è ormai stanco e, attraversata via Indipendenza si tuffa a gran velocità nell’enorme Piazza Matteotti…Rimango esterrefatta. E’ tutto cambiato anche qui!…bianco, nero, bianco, nero…
E quella? E’ una scala? Si…no potrebbe essere una meridiana, và restringendosi. Cosa mai significherà? E’ sicuramente qualcosa, ma sono troppo stanca per qualsiasi elucubrazione. E il Cavatore? Dov’è? Non lo vedo. Ma si! Eccolo! è coperto da quel chiosco! Il chiosco mi copre il Cavatore! Sono decisamente stanca, forse è l’effetto del viaggio, ma credo di dover rivedere le mie nozioni di prospettiva.
Il pullman si ferma davanti l’istituto tecnico.
Sono arrivata. E’ il momento di scendere. 
Clotildeeee!” Riconosco il classico urlo di Tonina, mia cognata che, addobbata come un albero di Natale, mi fa cenno di scendere. Noto con piacere che lei, come la Scuola Agraria, l’INCIS e la “Salita di Mauro”, fa parte della Catanzaro di un tempo.

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Nota: Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale. I personaggi e le storie narrate sono frutto della pura immaginazione dell'autrice. Si declina ogni responsabilità.

 

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