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Panopticon ed horror vacui: la privacy e noi.

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La metafora di Jeremy Bentham del panopticon narra di un modello ideale di società in cui tutti i consociati siano controllati e perennemente visibili dai controllori. Il sistema è semplice: un edificio a forma circolare in cui i controllori al centro hanno sempre la possibilità di vedere i controllati ai margini. Ma il panopticon ha un problema di fondo: il controllore finisce per fare la stessa vita del controllato, non potendo allontanarsi, distrarsi o distogliere l’attenzione. La schiavitù mentale, dunque, finisce per coinvolgere anche il padrone rendendolo schiavo di se stesso e della sua funzione.
Esiste, però, un modo per aggirare il problema: con la tecnologia. Videocamere, microfoni, sistemi di controllo, incrocio dei dati, consentono al controllore di controllare a distanza, in modo asettico e anodino, senza farsi coinvolgere dal controllato che diventa un semplice numero statistico.
Ecco che la raccolta dei dati diventa la nuova frontiera del controllo ed ecco che tutti quanti si affannano ad entrare nel mercato pur quando ufficialmente negano di avere alcuna ambizione in tal senso.

Il gioco è facile. Basta creare un contenitore abbastanza accogliente e carino e saranno gli stessi consumatori a riempirlo di dati. Così è stato per Facebook, ad esempio. La paura del vuoto, horror vacui, spinge le persone a riempire i propri profili di notizie, foto, condivisioni e documenti. Siamo noi stessi che infrangiamo la nostra privatezza in nome di questa universale partecipazione ed offriamo ai controllori il vantaggio di non dover muovere un muscolo per controllarci: la porta della gabbia è sempre stata aperta ma stavolta non per uscire ma per entrare e sono io ad entrarci volontariamente!

Per questo sorrido quando sento taluni invocare la privacy a difesa di dati che essi stessi mettono in giro con facilità e spensieratezza. La paura del vuoto comunicativo esteriore ci sta intrappolando in gabbie dorate sempre più seducenti e ci incita a dismettere diritti e facoltà che altrimenti avremmo difeso a spada tratta.

Un tempo, la riservatezza era figlia dell’ignominia e della vergogna e nulla doveva trapelare al di fuori del contesto familiare. Oggi, l’ostensione completa di tutto ciò che ci riguarda è uno strumento di esistenza mediatica, una prova di esistenza in vita.
La virtù non sta nel medium, ma siamo noi che ci mettiamo sempre in mezzo…

Nuccio Cantelmi
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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