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L’involuzione della comunicazione

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Le cronache di questi ultimi mesi evidenziano un’escalation di atti intimidatori nei confronti di amministratori calabresi. Nulla di nuovo potrebbe sembrare, lo stereotipo che vuole la Calabria una terra di n’drangheta, infatti, spinge (in particolare i media) a trarre affrettate conclusioni ed a classificare come tali questi eventi, specie quando avvengono a breve distanza l’uno dall’altro. E invece ho l’impressione che qualcosa di nuovo ci sia e che rischi di sfuggire ad uno sguardo superficiale.
Qualcosa che nulla ha a che vedere con le organizzazioni criminali e con la Calabria in particolare, ma molto con il clima di imbarbarimento generale che si respira nel nostro Paese. Il fenomeno che caratterizza sempre di più quell’ambito della vita pubblica che ci ostiniamo ancora a definire “politica”, al quale preferisco sostituire il termine “partitica”, è quello della contrapposizione personale perenne. Un tempo, precisamente nel secolo scorso, i contrasti avvenivano sulle idee (c’era una volta infatti la politica), degenerate poi in ideologie. Da quando, per fortuna, sono crollate assieme al muro di Berlino, essendo rimasto in piedi l’unico valore universalmente riconosciuto, ovvero il denaro e dunque l’interesse privato, i contrasti non avvengono più sulle idee ma sulle persone, sulle antipatie, le gelosie, le invidie, su chi può ostacolare o minacciare in qualche modo la tutela dei propri interessi privati. I personalismi sono diventati la ragione di tutto. Nessun leader politico, infatti, ha oggi uno straccio di idea (nonostante la quantità di parole proferite), nessuna battaglia interna ai partiti avviene per affermare un’idea, si tratta solo di sgomitare per raggiungere un posto al sole (ben retribuito ovviamente). Io sono migliore di te non perché ho idee migliori delle tue ma perché ti considero inferiore a me. In questo clima vince chi la spara più grossa, chi fa più rumore. E il rumore può essere un’affermazione forte, una minaccia, come “spianiamoli con la ruspa” piuttosto che “spariamo ai gommoni” oppure un atto intimidatorio eclatante rivolto verso la persona considerata il nemico da colpire. E’ l’unico modo per ottenere visibilità sui media, interessati a dare ampio spazio a tutto ciò, è l’unico modo per catturare l’attenzione, per far passare il messaggio, in un mondo coperto da un continuo rumore di sottofondo.
La novità, dunque, è che stiamo assistendo ad un’involuzione nella maniera di relazionarsi e di comunicare degli individui che non necessariamente devono essere “affiliati” per agire in quel modo (secoli di attentati hanno fatto scuola) ma è sufficiente che siano limitati nelle proprie capacità relazionali e comunicative, è sufficiente che non conoscano o dispongano di altri mezzi per comunicare. Utilizzare questi media allora diventa un modo (l’unico per loro) di comunicare il proprio dissenso, un linguaggio di comunicazione barbaro, incivile, primitivo, rozzo.
Di fronte a questa regressione degli individui le istituzioni, così come le aveva pensate Rousseau, avrebbero dovuto rappresentare quel presidio di civiltà in grado di mediare tra interessi contrapposti, che sono sempre esistiti, evitando che sfociassero in atti di barbarie, disinnescando la miccia, attraverso un passaggio dallo stato di natura (meglio dire di barbarie) allo stato di civiltà degli uomini. Ma invece di comportarsi da arbitri, spesso, i rappresentanti giocano in una metà del campo. In campagna elettorale, oltre ad affermare di essere sempre migliori degli avversari, si attivano in un’opera di reciproca delegittimazione, sul piano personale prima che su quello dei contenuti, che lascia sul campo solo macerie oltre che rancori pronti a esplodere (è il caso di dire) alla prima occasione e, una volta battuto l’avversario, producono quello spoil sistem (il sistema del bottino) per cui con il cambiare del governo cambiano anche i “favoriti” che coincidono quasi sempre con i propri sostenitori, ovviamente. Questo avviene a tutti i livelli: nazionale, regionale e comunale. L’alterazione di questi equilibri facilita, dunque, il verificarsi di eventi forti, in grado di destabilizzare i rapporti di forza. La somma di questi rancori ha prodotto un Paese dilaniato da conflitti interni mai risolti ma anzi incancrenitisi col tempo, evidenti a partire dalla violenza con cui si esprimono i commenti sulle pagine Facebook delle varie fazioni.
Per ambire a diventare il rappresentante di una comunità, piccola o grande che sia, occorre avere grandi capacità comunicative, prima ancora che amministrative o di altro genere, il che non significa occupare i media con lunghi monologhi o grandi sproloqui o realizzare l’infrastruttura del secolo, ma avere la capacità di mediare e ricomporre i dissidi interni alle proprie comunità attraverso atti concreti di riconciliazione. Prima ancora di costruire opere pubbliche occorre ricostruire un tessuto relazionale sfilacciato, caratterizzato dalla sfiducia e dalla diffidenza reciproca, nel quale non si è in grado neanche di inaugurare un’aiuola senza generare uno strascico di polemiche.

Massimiliano Capalbo 
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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