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Intonaco e alluminio

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Intonaco e alluminio hanno sfigurato la gran parte delle case dei nostri centri storici. Rappresentano un segno inequivocabile dell’anelito di modernità che ha spazzato via, in un colpo solo, la saggezza dei nostri padri. Il trionfo dell’artificiale sul naturale tipico delle società opulente e capitalistiche.
Passeggiando nei centri storici dei nostri paesi ci si imbatte frequentemente in scempi e brutture che lasciano inorriditi. Si tratta di operazioni di chirurgia plastica che, tra gli anni ’70 e ’90 del secolo scorso, hanno sfigurato il volto di edifici, chiese, monumenti. Alla pietra si è sostituito il cemento, al legno l’alluminio. All’estetica si è preferita la funzionalità, alla varietà l’uniformità, all’autentitictà l’appiattimento. Se i luoghi hanno un’anima questo è particolarmente vero per alcuni vicoletti dei nostri centri storici che accolgono i visitatori con lo stesso calore che si potrebbe ritrovare in un interno. Molti di questi sono stati cancellati per sempre. Sono sopravvissute solo le case abbandonate, perchè i potenziali violentatori sono emigrati e hanno desistito dall’impresa.
La vergogna di essere considerati poveri o antichi è stata camuffata con questi nuovi materiali frutto della modernità. Anche in queste scelte si cela l’origine della nostra crisi, una crisi di identità che ha consentito alla modernità, per lungo tempo, di poter far credere al miraggio del progresso, della felicità a prezzo di saldo.
Lo stucco – secondo Richard Sennett – fu (tra la fine del ’600 e l’inizio del ’700 soprattutto in Inghilterra ndr) il materiale d’elezione dell’arrampicatore sociale. Esso consentiva la realizzazione veloce ed economica di costruzioni dal tono sontuoso.” Mentre la pietra e il legno rappresentano il desiderio di vivere in armonia con la natura, in maniera semplice e autentica, intonaco e infissi in alluminio rimandano ad un mondo artificiale, fatto di gioco e fantasia dando l’illusione di una maggiore libertà di azione. La stessa illusione che ci ha permesso di agire in questi ultimi trent’anni a prescindere dalla (e contro) natura. La stessa illusione che ci ha fatto credere che potevamo costruire nell’alveo dei fiumi, in cima ai promontori, che potevamo avere un’auto a testa, che industria, lavoro e salute potessero convivere, che il passato potesse essere rimosso.
La nostra infelicità non è data – come scrive Franco Arminio – dalle nostre vicende personali ma dal contesto in cui viviamo. “Per vivere in un paese – ci avverte – devi dismettere ogni arroganza..” perchè l’arroganza “…agisce come un acido che corrode i tuoi legami con gli altri… Il paese ti chiede di amare quello che sei e quello che il paese è. Non devi fare altro.” Sarà per questo che nei paesi non è rimasto più nessuno?

Massimiliano Capalbo
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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