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La Palizzata

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Questa è un'elaborazione d'una favola e d'uno scritto, tratti da “Il libro degli esempi” di Bargellini, e, come tutte le favole, contiene in sé un insegnamento che sarà colto da coloro che vorranno, altrimenti sarà considerato uno scritto banale e non lo leggerà, perché le favole sono adatte ai bambini, come se ai bambini non fosse dovuto il meglio, per aiutarli a crescere nella mente e nel cuore.  

In un paese lontano lontano vivevano quattro amici: erano belli, giovani, alti, muscolosi, però il paese li aveva isolati ed emarginati per il loro carattere; chi era collerico, pronto a menar le mani, chi era bugiardo e diffamatore, chi era rabbioso e vendicativo, chi era dedito all’odio duraturo ed al rancore: al loro passaggio, la gente del luogo si scansava, additandoli. Ciò diventò, alla lunga, impossibile da tollerare, oltre che incomprensibile.
Così un giorno, tutti e quattro esasperati per la vita difficile in paese, decisero d'andare presso un saggio, il quale viveva isolato in cima alla montagna, alle spalle del paese, in una grotta, lateralmente ad una cascata d’acqua sorgiva, per capire il motivo di tale isolamento e trovarne rimedio.
Il saggio li ricevette immediatamente, anzi sembrava che fosse là ad aspettarli, seduto su un grosso masso, posizionato ai margini della scarpata, visionando il sentiero.
 I giovani arrivarono in cima, esuberanti e quasi rabbiosi, pronti, ciascuno di loro, a raccontare male della gente locale, secondo il proprio punto di vista, accusando e diffamando tutti i detrattori, capaci d'isolarli ed offendendoli inesorabilmente. Il vecchio non si mosse, seduto sul suo masso, ma li guardò dritto negli occhi, uno per uno a lungo, tanto a lungo che i quattro amici si sentirono in soggezione, abbassarono lo sguardo per terra, spaesati, e poi si guardarono l'un l'altro; dopo un attimo d'esitazione, si sedettero attorno a lui, rimanendo silenziosi fino a quando il vecchio, con un cenno della mano rugosa, sollecitò il primo ad esporgli il problema, già intuito dal saggio, e proseguendo col secondo e via discorrendo, fino ad ascoltarli tutti. Parlando, i ragazzi tornarono ad animarsi, a gesticolare, però il silenzio del vecchio e quello sguardo d'acciaio limitava, comunque, il loro dire rabbioso.

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 Dopo un lunghissimo silenzio, il vecchio si alzò dal masso, meditabondo, e, grattandosi la lunga barba, consegnò loro una cassetta, piena di chiodi; le uniche parole pronunciate furono quelle di discendere a valle e di piantare un chiodo su una palizzata, posta accanto alla prima casa del paese, ogni qualvolta ciascuno di loro avesse ceduto alla collera, fosse venuto alle mani, avesse detto bugie, avesse provato rancore ed odio, avesse perduto l’occasione per perdonare ed amare. Sarebbero tornati da lui nel momento in cui fossero riusciti a non piantare più chiodi.
  I quattro amici scesero a valle, disorientati, pensando non -come all'andata- alle offese ricevute dalla gente del paese, ma alle loro eventuali malefatte. Con la cassetta piena di chiodi, ciascuno, per conto proprio, arrivato a valle dopo la lunga discesa, con una moltitudine di pensieri, risvegliati dal silenzio e dallo sguardo del vecchio, ancora sentiti addosso, memorizzò ogni comportamento errato sulla palizzata, con un chiodo.

All'inizio fu un disastro, perché ne piantarono più di 50, ognuno di essi, nei primi giorni, poi, pian piano riuscirono a controllare le proprie reazioni, ad esserne consapevoli, accorgendosi che diventava sempre più facile contenersi anziché piantare i chiodi. Quando, a fine mese, gli amici riuscirono a non piantarne più, tornarono sulla montagna per conferire con il saggio, restituire la cassetta dei chiodi e vantarsi del proprio successo.
 Il saggio li  aspettava seduto sul masso, con un gesto li invitò a sedersi intorno a sé e, dopo averli osservati attentamente in silenzio, finalmente comunicò loro: "Tornate a valle per togliere un chiodo, ogni qualvolta riuscirete a risanare oppure a rimediare alle vostre azioni cattive, alla parola offensiva, allo sgarbo, ad una maldicenza, ad un sarcasmo feroce!"
 I ragazzi, sconcertati, scesero a valle ed ognuno, per conto proprio, incominciò a rimediare, eliminando chiodo dopo chiodo le proprie malefatte, fino a che la palizzata ne fu completamente libera. Non fu un'impresa facile, bensì una sfida verso sé stessi: così, s'impegnarono, sicuri ormai d'essere guariti, d'essere diventati migliori, d'aver aperto le porte all'amicizia ed alla socializzazione.
 Risalirono, più baldanzosi, sulla montagna, riportando la cassetta, nuovamente piena di chiodi ora rovinati, per consegnarla al saggio, che li aspettava seduto sul caratteristico  masso. Egli dimostrò soddisfazione, quando venne a sapere del successo dell'impresa, ma il suo sguardo era turbato ed ancora addolorato; seraficamente, si alzò in piedi e, con un cenno della mano, invitò i ragazzi a scendere a valle, ma insieme a lui, questa volta. Fu una discesa silenziosa, in fila indiana, il saggio avanti ed i giovani dietro, uno dopo l'altro, con sguardi interrogativi tra loro. Si fermarono davanti alla palizzata ed i giovani furono contenti di poter farla vedere completamente priva di chiodi.
 “Cosa vedete ora?”-chiese il saggio. “La palizzata libera dai chiodi” -risposero orgogliosi i giovani.
“Si, vedo, però la palizzata è rimasta deturpata da tutti questi buchi e non tornerà più come prima"-replicò lui.

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 Perché nulla torna come prima, dopo un gesto cattivo, una parola tagliente, un'offesa; non basta dire: "Mi dispiace!!!”. Purtroppo, la parola ha affondato la lama, squarciando l'anima, e la ferita resterà a lungo: se fosse un fiume si vedrebbe il colore del sangue, che è uscito dalla ferita, andare a valle, arrossando le acque limpide, per giorni e giorni, al suo passaggio.

 Le parole continuano a vivere, dopo di noi, e le loro conseguenze non dipenderanno più da chi le abbia pronunciate, ma, esponenzialmente, porteranno e causeranno male o bene, a seconda di come noi le avremo utilizzate. La parola cattiva, offensiva, uccide, straziando e non si trova giustificazione; il suo uso è analogo a quello d'una mitragliatrice, in mano ad un bambino incosciente, eppure nessuno ne è consapevole, se non quando riceve a sua volta una parola cattiva.
 Nella vita sociale le parole, vincolo più amabile della comprensione e della persuasione, si trasformano in lame taglienti che recidono e straziano il tessuto della concordia. Una parola, inferta come una pugnalata, uccide un'amicizia. Una frase, sferzata come una scudisciata, disperde un'intesa. Un motto oppure un sarcasmo, sbandierato come un improperio, umilia un uomo nel profondo. Il mitra ce l'abbiamo noi, armato, pronto ad uccidere e non lo sappiamo; il mitra vero, quello d'acciaio, ne è vicino, perché il primo ha accorciato la strada, per l'uso del secondo, ed è la fine dell'uomo in quanto tale, col suo spessore morale, in quanto lo ha trasformato in colui che segue i bassi istinti della legge della giungla, dove si vive solo se si uccide.

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Nota: Trovate il seguito di quest'opera qui: Acqua in Bocca.


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