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La stagione dell’ira - Capitolo 7

Capitolo Settimo

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Se fissi a lungo lo sguardo
nell'abisso anche l'abisso
affonderà lo sguardo in te.

NIETZSCHE

I politici provenienti da Cosenza furono sistemati al pianoterra del padiglione H, stanza numero undici.
Dell’uomo è il terrore e scuote il forte! Scandì il buontempone di turno.
Un secondino fischiettò l'aria di... fenesta ca lucive e mo non luce! H 11 - porta blindata e acqua corrente, al cloro.
Uno studente di Sambiase, Raffaele Caporale, Raf per noi, febbricitante, affondò nel sacco senza un lamento.
Sugli uomini stanchi scesero grevi le ombre.

I lavori per la costruzione della Casa Circondariale di Poggioreale, già Carcere Giudiziario, iniziarono nel 1905 per far fronte al sovraffollamento dei reclusori esistenti ovvero Vicaria, già Castel Capuano; Carcere del Carmine e Forte di Vigliena.
Poggioreale sorse ad oriente della città, su progetto redatto nel periodo borbonico, in località paludosa.
Per questo, fu escluso dal piano urbanistico redatto da Pedro de Toledo nel secolo XVI come area di sviluppo della città. La costruzione fu orientata a occidente in quanto zona confortevole per paesaggio e clima. La bonifica del territorio seguì il colera che colpì la città ed ebbe inizio nel 1830 e termine nel 1844. Durante la guerra 1915-18 alcuni padiglioni furono utilizzati per accogliere i nostri feriti. Nel 1921, dopo la fuga di alcuni detenuti, s'avvertì l'esigenza d'un servizio di vigilanza esterna che esiste ancora. Poggioreale prevedeva celle di tipo cunicolare, due metri per due, della medesima altezza e singole. Il carcere fu trasformato in seguito in struttura mista con ambienti con di-verse bocche e camerate in grado d'accogliere un maggior numero di detenuti.

Notte da incubo. Aliti di vento ci raggiunsero attraverso le cinque bocche di lupo.
Macrì già fraternizzava con Ugo Notaro, ex Presidente del Collegio Notarile di Lametia. Insieme a noi si trovavano i giovani di Sambiase e di Nicastro che, accantonata la loro esuberanza, rimasero sereni, giammai rassegnati. Alla loro età era una tragedia dell’anima non essere liberi secondo natura. Provati, d'accordo, rimasero sempre indifferenti a cospetto delle restrizioni proprie d'un regime carcerario semirigido e non si arresero neanche ai morsi della fame non domabili quando la casanza tardava ad arrivare.
I gustosi affettati di salame casereccio e le abbondanti pozioni di pollo ruspante con tante patatine rosolate al punto giusto; il pane caldo di forno cosparso dell'ottimo olio della Piana, erano argomento principe delle interminabili conversazioni serali. Ogni giorno, alla stessa ora, si spalancavano le blindo ed i cancelli per consentir loro di godere, per sessanta minuti, non oltre, d'una salutare passeggiata. Signorina pagnotta, minuta molliccia patita, giungeva nelle prime ore del mattino. A mezzogiorno, con seguito di scopini scodinzolanti, arrivava madama marmitta colma di cavoli neri e farina di piselli. Farina di piselli e cavoli neri a sera.
Rifocillati, al calar del sole, i ragazzi sedevano sui propri sacchi a commentare con sana ironia (Raf Caporale in fattispecie) le notizie interne alla buiosa e quelle esterne diffuse con dovizia di dubbi particolari da quanti si recavano al colloquio nelle ore antimeridiane.
Al termine del giorno, mentre il silenzio serrava lo spirito inquieto degli anziani - i nostri ragazzi si calavano nel gorgo tepido dei ricordi a ricercare Piazza Grande illuminata a festa per il Carnevale in dirittura d'arrivo, l'atteso derby di calcio e - prima d'ogni altra cosa - la formosa cassiera del Bar Pansino.
Infine si appartavano per scrivere ai familiari (dopo aver concordato le notizie da fornire) di giorni sereni ed ore di svago sotto bel il cielo napoletano pennellato di rosa e di scarlatto; dei multicolori palloni frenati nel campo azzurro sovrastante il Vesuvio, vulcano soltanto in apparenza tranquillo.
Alle bocche, mai nessun cenno!
Tra loro, sensibili poeti, come dimostravano i versi di Giuseppe Famularo, diciottenne studente di Sambiase deceduto alcuni anni dopo la scarcerazione.

Si sveglia la terra al palpito
immenso, si scuote dal lungo torpore.
S’ingemmano i rami e il vento
intona canzoni di fronde,
di querce e abeti sul monte,
di gelsi e salici al piano.
Di vele sul mare…

Cola Bruni e Ben Micciché furono isolati. La stessa sorte toccò ai promotori appartenenti ai diversi gruppi.
L'isolamento di Ben seguiva il balordo tentativo di evasione del quale era stato accusato da Flora e i nu-merosi altri masnadieri.

Nel giugno del 1944 gli inglesi avevano chiesto in visione gli atti processuali che riguardavano noi. Vagliati i risultati delle indagini svolte in Calabria e in Campania, restituirono i fascicoli affinché fossero gli inquirenti italiani a proseguire nell'istruttoria.
Ed a trarne le conclusioni.

Morelli e Pignatelli furono gli unici blasonati a far parte del presunto gruppo eversivo meridionale detto degli ottantotto. Duecentocinquanta, di contro, i nobili volontari nell'Ottava Armata alleata che indossarono uniformi inglesi quali Ufficiali di collegamento e interpreti nei vari Comandi. E parteciparono alla risalita della penisola. A guerra conclusa, ovviamente, ottennero ben remunerati incarichi nelle ambasciate, consolati, nelle multinazionali e nei nascenti pingui organismi europei.

I giorni passavano, lenti e monotoni. Oltre a leggere i libri personali (la biblioteca carceraria non funzionava) si giocava a scacchi e alle carte (napoletane), opere certosine di Francesco Fatica, studente d'ingegneria catanzarese. Uno dei nostri simpatici veci ci rifiutò i suoi libri. Inaspettato comportamento, da biasimare.

Non ricevevamo notizie rassicuranti ed eravamo destinatari di frequenti divieti. Mi riferisco, in particolare, alle perquisizioni. Del resto, cosa potevano attendersi cotanti esperti in sottomarini, bande armate, ponti minati e tritolo?
Proveniente da Bari, giunse Luigi Filosa, subito trasferito a Roma su richiesta de l’Intelligence Service. Si disse: lo avremmo presto raggiunto nella capitale.
Altre fonti confermarono che Pignatelli era assurto a dignità di Coordinatore unico delle Guardie ai Labari, nuclei di presunti eversori operanti nel Mezzogiorno d'Italia fin dallo sbarco alleato in Sicilia. È la guerra dei nervi e chi la dura la vince. Questa è la nostra ultima trincea. Giurava 'zio Arturo Scola' senza mai togliersi l'eterna pipa di bocca.

Il professor Carmelo Garofalo, docente del Magistero presso l’Università di Messina e Direttore del periodico Eco del Sud - Messina Sera - testimone di numerosi avvenimenti drammatici - scrive... Dopo il ferragosto 1943 arrivarono i liberatori sbarcati in Sicilia il 10 luglio, stesso anno, strategicamente guidati da mafiosi eccellenti che - sottrattisi in tempo ai provvedimenti restrittivi del Governo deciso a debellare i fenomeni malavitosi - si erano rifugiati negli Stati Uniti. Da quel paese mossero per essere paracadutati o fatti rientrare clandestinamente in Italia con l'incarico di spianare il terreno all'imminente invasione. Fu così che molti uomini d'onore diventarono Amministratori di altrettanti Comuni ripristinando il criminoso intreccio tra mafia e politica che tanto danno ha procurato, procura e procurerà al nostro Paese.

Suonò l’allarme e un ricognitore tedesco sorvolò la città. Ci trasferirono nei sotterranei che fungevano anche da ricovero. Sgattaiolai negli ambienti destinati ai politici del padiglione Italia e chiamai a voce alta Ben Micciché e Cola Bruni. Fu il primo a rispondere. Cola preferiva restare in cella. Ci appartammo a conversare e, poco dopo, mi indicò un giovane sorvegliato da due soldati inglesi.
“Sorpreso a rubare su un autocarro che portava viveri per le truppe alleate ha accoltellato a morte il conducente. Lo fucileranno. Il padiglione I accoglie politici e condannati per spionaggio. Vi transitano quanti sono destinati al penitenziario borbonico di Procida. La numero sette ospita Cesare Rossi, ribelle del fascismo.”
Ben era coscio del rischio che correvamo d'essere incriminati per intesa con il nemico perché accusati di aver tentato d'ostacolare con armi da guerra l’avanzata degli Alleati. Parlò di ponti minati e sottomarini, colloqui a colpi di nocche sulle pareti con i vicini di cella. Aggiunse: ci addebitano atti di sabotaggio.
Con riferimento alla mancata fuga da Colle Triglio, si dichiarò certo che, nell'imminente processo, sarebbe stato definitivamente scagionato dalle accuse mosse nei suoi confronti da Flora e accoliti supportati da servili inquirenti italiani. La sirena del cessato allarme interruppe l'incontro e rientrammo nei rispettivi cellulari.
Mai più, nel corso degli allarmi che seguirono, riuscii a rintracciare Ben. Tanto meno Cola, invero pigro.

Diversivi attesi: la passeggiata mattutina e la settimanale doccia dopo aver raggiunto il sotterraneo provvisto di potenti idranti per sedare frequenti rivolte.

Fu il corregionale Santoro, cortese agente di custodia, ad informarci che il napoletanino omicida aveva chiuso i suoi giorni. Mi chiesi: dove l'avevano trasferito prima di farlo fuori? A Nisida od a Santa Maria Capua Vetere ove già operava un'efficiente centrale operativa alleata? Vi praticavano torture psicologiche e i soggetti compromessi erano eliminati nel corso d'improbabili evasioni oppure rinchiusi in sotterranei oscuri, malsani e lasciati morire di fame, sete e stenti.
Molti furono gli italiani soppressi nella tristemente nota cava di pozzolana di Sant'Angelo in Formis. Quanto appena affermato, solo che si voglia, è facile riscontrare in Napoli 44, libro di Norman Lewis, agente segreto inglese e testimone di quel drammatico periodo.
Concluse le indagini per la mancata fuga da Colle Triglio, Ben Micciché tornò in nostra compagnia. Da lui apprendemmo del napoletano omicida. Giocava a carte con i custodi e comunicava a gesti. Prima d'esser fucilato era rimasto isolato per alcuni giorni in una cella con pareti imbottite, solitamente destinata a dementi e drogati in crisi di astinenza.
La droga mieteva già molte vittime.

Durante il passeggio del mattino incontrammo altri compagni d’avventura tra cui Nando Di Nardo, simpatico baffuto avvocato napoletano, coordinatore, dopo l'arresto di Valerio Pignatelli, della presunta organizzazione eversiva meridionale.

Le sigarette mancavano. Accorati gli appelli ai latitanti cilindretti profumati d'esotico. Perché dannarci tanto se la nostra esistenza era quella che era?
Toccava a noi viverla nel migliore dei modi.

A consegnarci tutti i lunedì un foglio, penna e calamaio per scrivere ai familiari - dopo aver raggiunto l’ultima cella est del pianoterra nel padiglione H - era Gennaro Abbatemaggio detto 'o cucchiariello. Impartiva puntuali sermoni concludendo sempre con la medesima frase: Madama Politica è più compromettente di Margherita Gauthier!
Don Gennariello aveva fatto parte del gruppo di camorristi accusati per il famoso delitto Cuocolo. Il processo, seguito al grave fatto di sangue, fu celebrato a Viterbo ritenendosi l’ambiente partenopeo non consono al sereno svolgimento. Quarantacinque gli imputati. Abbatemaggio denunciò i complici: giurò d'essersi redento e, smascherandoli, aveva intenso rendere un servizio alla società! I giudici credettero e comminarono a tutti pesanti condanne. Liberando lui, naturalmente. Per colmo d'ironia, negli anni che seguirono, raggirò due facoltosi agricoltori conosciuti nella città di Viterbo ove si trovavano quali giurati nel processo già richiamato.
Si presentò qualificandosi impiegato del Commissariato nazionale approvvigionamenti e concordò la consegna d'una consistente partita di latticini, intascò la caparra e naturalmente non consegnò i… formaggi.

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