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La stagione dell’ira - Capitolo 6

Capitolo Sesto

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Venga la notte e suoni la campana.
I giorni se ne vanno.
Io rimango.

APOLLINAIRE

“L'acqua è scarsa e tra poco mancherà.”
Era l'agente di custodia, ringalluzzito che tutto procedesse per il verso desiderato, ad avvertirci ed a conversare affabilmente con noi:
“Dormito bene questa notte?”
“Un gran letto di piume.”
Morrone Mazzotta Passarelli Noce Carratelli Codeville Scola Arturo e Macrì si uniformarono di buon grado alla nostra dirompente allegria giovanile.
“Le dieci, l'ora d'arrivo del treno da Cosenza. Avremo visite, sapranno di noi.”
“Un amico ha già avvertito casa mia.” Intervenne - rassicurante - Tano Noce.
Dopo mezz'ora, il custode annunciò la presenza di molte persone dalla città. Rividi mia sorella e mio padre, seguì un lungo colloquio.
A mezzogiorno arrivò la scorta montata su un torpedone, alla guida un soldato americano.
I nostri infilarono un budello maleodorante che portava direttamente all'esterno.
Li seguimmo all'uscita, senza voglia di scappare.
Ci raggiunsero i carabinieri preceduti dall'ormai familiare rumore di ferraglie. L'ora della partenza era dunque arrivata? Saro Macrì lamentò:
“Non dovreste ammanettare un invalido di guerra.” Non ottenne risposta. Sedetti a ridosso della cabina di guida.
La prima parte del parzialmente ripreso proclama numero 1 degli Alleati informava gli italiani dell'avvenuta costituzione del Governo Militare d'Occupazione. Alexander - in possesso di tutti i poteri giurisdizionali e di governo nei territori occupati - disponeva…
Ogni funzionario amministrativo o giudiziario, ogni funzionario o impiegato municipale, ogni ufficiale o impiegato statale o altro - con eccezione dei funzionari e dei capi politici che fossero da me destituiti - sono obbligati a continuare ad assolvere i loro doveri sotto la mia direzione o con il comando degli ufficiali Alleati da me personalmente delegati a tale scopo. Gli abitanti nei territori occupati dovranno obbedire tutte le volte, prontamente, agli ordini impartiti da me e con la mia autorità; astenersi dal compiere atti ostili nei confronti delle nostre truppe oppure atti comunque giovevoli ai nostri nemici e ogni altro atto violento o altra azione intesa a turbare l’ordine pubblico costituito. Italiani, finché rimarrete pacifici cittadini e rispetterete le disposizioni da noi emanate, non subirete noie in misura maggiore di quelle, non evitabili, conseguenti le prevedibili esigenze militari. Potrete pertanto continuare, senza alcun timore, nelle vostre occupazioni. I vostri diritti personali e quelli patrimoniali saranno rispettati e le vostre leggi rimarranno in vigore e avranno effetto fino a quanto i miei doveri di Comandante le Forze Armate Alleate dislocate in Italia, non mi costringeranno a cambiarli con successivi proclami e ordini, miei o diramati sotto la mia direzione.

A corsa ultimata riparammo in sala d'aspetto della stazione ferroviaria e gli uomini di scorta approfittarono per rovistare nuovamente nei bagagli. Rividi i miei ed arrivò il convoglio. Cola Bruni osservò…
“Sono carri per il trasporto di bestiame. Purtroppo buona parte del parco ferroviario giace sotto le macerie.”
Sul carro a noi destinato era segnalato con calce, a caratteri cubitali, riservato a detenuti!
Giunsero quattro ferrovieri e, dopo aver sollevato sui carri due pesanti panche di ghisa, ci aiutarono a salire. Il caposcorta decise di restare con noi ed approfittammo per chiedergli cosa avremmo dovuto attenderci in quel di Napoli. Rispose che saremmo rimasti a disposizione del SIM Servizio Informazioni Militare; e del CSI Contro Spionaggio Italiano. Infine dell'OSS americano e della Intelligence Service inglese.
I reclusi provenienti da Catanzaro Nicastro Sambiase e Crotone viaggiavano sui carri vicini al nostro.
Varrà richiamare che, degli 88 presunti eversori in-criminati, 26 provenivano da Nicastro, 16 da Catanzaro, 8 da Crotone, 1 da Santa Eufemia, 3 da Petronà, 14 da Cosenza, 2 da Roma, 1 da Napoli. In quanto alle attività, si contavano 27 universitari, 21 studenti delle medie, 1 barbiere, 8 commercianti, 4 impiegati, 2 ferrovieri, 1 venditore ambulante, 1 meccanico, 1 operaio, 1 bracciante, 1 vice segretario comunale, 1 giornalista, 1 ingegnere, 1 industriale, 1 insegnante, 1 agente assi-curativo, 1 dattilografo, 1 marinaio, 1 sottotenente, 1 fante, 1 allievo ufficiale, 1 sotto ufficiale, 1 capitano in congedo. In 24 superavano trenta anni.
Il convoglio ripartì e le chiusure a scorrere del carro rimasero provvidenzialmente aperte. Essendo le panche scomode perché sprovviste di puntelli adeguati, sedemmo sull'impiantito, le gambe allungate e le spalle poggiate le une alle altre.
A Battipaglia il caposcorta si trasferì su di un carro prossimo al nostro. La sosta fu breve, non altrettanto a Salerno. Sulle strade dissestate circolavano agili jeep americane multiuso, autocarri con le coperture mimetiche, carri armati Sherman cannoni mortai obici ambulanze. In oasi di verde si scorgevano tendopoli per soldati in avvicendamento dal fronte di guerra, prefabbricati per feriti e convalescenti. Gli americani: scarpe alte e ghette chiare, pistole Webley e fucili Garand.
Riandai, con vigile memoria, agli amici commilitoni Caduti sulle balze dolenti di Montelungo, presso Mignano, poi chiamato Mignano Montelungo, ad un tiro di schioppo da Cassino. In particolare, ai piumati della seconda compagnia comandata dal capitano Visco.
Seguono alcuni nomi: Enrico Farinosi Ferruccio Gambaruto Franco Guarino Giovanni Ferretti Renato Gozzini, Osvaldo Galletti, Federico Gobio Gaetano Lanza Luigi Luciano Federico Marzollo Federico Marzocchi Nicola Guglielmi Giovanni Guadagna Arrigo Naccari Giovanni Mazzali.
Avvertii la carezza delle piume di gallo cedrone e riecheggiarono gli squilli di tromba nell'ora del silenzio e in quella della fatica d'armi. L’eco dei canti e il passo dei soldati. Ripercorsi le maratone e le arrampicate in bicicletta con il provvidenziale rocchetto fisso, l'eterno ribelle sellino da addomesticare. Per le strade che portano a Cima Grappa. Le discese a rotta di collo verso la valle, le esercitazioni con il fucilone Solothurn di fabbricazione svizzera. L'ausilio di ciascuno per quanti in difficoltà. La lunga sosta in Puglia, la buona terra del sergente maggiore Giuseppe Torre.
Quanti non erano più. Ben modesto il nostro infortunio galeotto se raffrontato all'estremo sacrificio di tanti altri. Rivissi l'accanimento delle fortezze volanti sull'aeroporto di Palese-Bari ove ci trovavamo per difesa mobile anti-paracadutisti. Gli ufficiali: Aldo Visco Moiso Amabile Ruini Scamuzzi Beccari Andrei Castelli Stoppa e magnifici altri.
Addio ragazzi del Cinquantunesimo, ci rivedremo al tramonto.

Montelungo, definito dal feldmaresciallo tedesco Kesserlring un monte inespugnabile, segna la prima tappa percorsa dalle nostre truppe, partite da Bari nel mese di ottobre del 1943 quale Primo Raggruppamento Motorizzato che risale la penisola fino alla conclusione del conflitto. Solida e attrezzata cerniera della linea difensiva tedesca Berhard ancorata al sistema montuoso, avrebbe dovuto costituire valido baluardo anteposto alla linea Gustav. Il piano d'attacco era stato elaborato dal Comando della 36° Divisione Texas facente parte della Quinta Armata. La conquista dell'altura fu assegnata agli italiani con intervento, sul lato sinistro, del 142° Reggimento USA (sulle pendici di Monte Maggiore) e del 143° su quelle di Monte Sammucro. L'azione non fu sostenuta dalle truppe alleate perché bloccate dalla nebbia. E neanche dalla loro artiglieria.
Le nostre forze, raggiunte le posizioni loro assegnate, si trovarono esposte al fuoco intenso proveniente dalle pendici di Monte Maggiore e da Monte Camino (ai lati del massiccio) presidiate dai tedeschi e dovettero ripiegare verso la località di partenza. Il 67° Reggi-mento Fanteria e il 51° Battaglione Allievi Ufficiali Bersaglieri, comandati, parteciparono all'azione ed ebbero gravi perdite. Nel Cinquantunesimo molti furono i feriti, oltre trenta i Caduti. Seguono i loro nomi:
Aguzzi Alfredo Roma; Biancofiore Michele San Giovanni Rotondo, Bornaghi Gianbattista Treviglio, Bonaccorsi Edmondo Roma; Canali Emilio Parma. Cardone Mario Mantova; Corvino Sergio Bolzano. Cosimini Carlo Bologna; De Dionigi Alessandro Milano; De Falco Primo San Vito dei Normanni; De Francesco Antonio Napoli; De Marco Filippo Frosinone; Faggi Attilio Como; Ferrando Sandro Genova; Focaccia Carlo, Rimini; Frappoli Franco Piacenza; Luraschi Ludovico Pola; Maccheroni Leone Perugia; Mattoccia Ulderico Roma; Morelli Umberto Roma; Nay Giuseppe Pavia; Pomati Natale Reggio Emilia; Razzetta Remo Genova; Riccardi Giuseppe Bergamo; Santi Licio Pola; Sibilia Dario Novara; Tagliaferri Roberto Venezia; Tambalo Gino Verona; Tarli Alighiero Ascoli Piceno; Ursino Cosimo Catania.
La Seconda Compagnia del 51° pagò un prezzo amaro in sacrifici umani. Partita all’alba dell'8 dicembre 1943, dal lato sinistro di Montelungo, fu decimata dal tiro incrociato proveniente da Monte Maggiore e da Colle San Giacomo mentre si trovava sulle gobbe del cammello inginocchiato come fu definita la dolente altura.
Tra quanti hanno scritto degli avvenimenti, da ricordare l'allievo Onelio Supplizi con il suo Pan di Zucchero.
Seguono alcune pagine del suo bel libro.
Superai Bassano, la città del Ponte e vidi le mura in arrampicata e il Castello di Marostica. Le colline circostanti e le frazioni sul basso. Le porte e la piazza della bella località turrita, patria degli scacchi viventi che ci vide scalpitanti piumati. D’un baleno si riempì l’animo di ricordi e figure care, rivissi le esplosioni delle camerate al mattino con i suoi duecento e oltre ospiti scalmanati con personali reazioni allo squillo di tromba della sveglia. Il frenetico saliscendi per le scale verso i lavabi. Il mio pensiero corse agli Amici caduti l'8 dicembre 1943. Ad ogni passo risuonavano le sventagliate delle mitragliatrici che uccidevano i miei amici e commilitoni. Eccolo il Pescia, un torrente trasformato in fiume in piena. Bisognava guadarlo con acqua torbida che arrivava al mento e che ci trascinava via, in quella tragica mattina di dicembre, in ora antelucana. Attenti. Non bisogna farsi avvistare! Nel bosco saremmo stati al sicuro. E via a combattere la corrente gelida con le armi dritte, sopra le teste sferzate dalla pioggia, in direzione della boscaglia oltre la quale, nascosto dalla nebbia, c'era Montelungo, cima da espugnare. Nel bosco avremmo trovato riparo, c’era stato detto, ma s'era appena raggiunto e ci si trovava presso il canalone quando, inatteso, esplose l’inferno. Addio organizzazione, addio squadre e plotoni, la studiata strategia. Ognuno parava i colpi come poteva e moriva come poteva. Scorsi Biasibetti in una buca che s'affannava a far funzionare la radio crivellata di colpi; vidi Rebeschini adoperarsi con il mitragliatore. Dal mio canto, sparai e sparai finché, senza più munizioni, non le urlai a Biancofiore che se ne stava buono, più in giù, senza rispondere. Corsi a scuoterlo, ma era morto. Nino, con un movimento del capo, confermò. Mi voltai per chiedere proietti a Focaccia, ma continuava a fissarmi con un fiotto di sangue sulla bocca. Perrotti osservava, ma la sua mano stroncata sanguinava. Non capivo nulla e non m'importava nulla. Avevo bisogno di munizioni e nessuno me le porgeva. Scavalcai la ferrovia inciampando nel corpo di Bonaccorsi. Sibilia, che stava ritto, rise e rise spalmandosi, come per gioco, manciate di fango sul viso. Finché non fu abbattuto. Invocai Ursino, compagno di squadra, ma Rebeschini, che aveva appena terminato di sparare, mi urlò che Ursino era morto. Ci guardammo intorno, i pochi superstiti, e ci ritrovammo circondati da corpi dilaniati tra serpentelli d’acqua arrossata che corre-vano di fianco e sotto i corpi, annientati da un raccapriccio d’urla e gemiti misti a raffiche e scoppi imperversanti intorno. Flagellati dalla pioggia di schegge, acqua e terriccio. Vidi Tambalo e Luraschi morire. Cardone crollare e Sibilia spegnersi. Il buon Tarli rovinare e stringersi dolorosamente il petto. Ianni continuare ad agitare un braccio dal fianco insanguinato. Poi non vidi altro. Perché? Era nebbia, fango oppure pioggia? Ero morto anch’io? Una sensazione straordinaria quella di non essere più tra i vivi. Immaginai la Morte simile a un niente, una continuazione od un approdo all’altra riva raggiunta dopo le tante angosce della traversata. Per guardare indietro e considerare con benevola pietà le vissute umane miserie. Mi dissi che forse la morte non esisteva e che presto avrei rivisto i miei amici, in altri luoghi e altre vesti. Ci saremmo ritrovati non potendo essere morti e improvvisamente annullati. Perché? Altrimenti quali le ragioni per nascere, esistere e per finirla così? Un urlo mi scosse e balzai ansioso di soccorrere, ma ricaddi avvertendo fitte e rattrappendomi nelle ferite. Eccoli, presso la porta all'entrata di Marostica, gli Amici e Commilitoni che dormono il sonno più bello sulla costa arsa e brulla del Monte e non soffrono più. Attendevano, in gruppo etereo, per il bentornato e mi venivano incontro con le braccia aperte.
Numerosi i libri pubblicati nel tempo da storici, studiosi e uomini appartenenti al Cinquantunesimo e al 67° Fanteria. Anche dai loro congiunti.
Seguono notizie sulle più recenti pubblicazioni:
Pierluigi Villari - Tragico settembre - IBN. Editore
Pierluigi Villari - L'Alba della riscossa IBN. Editore
Leone Orioli - Montelungo il riscatto - Bonanno Edit.
Angelo Castellaro - Montelungo 1943 - Bonanno Edit.
Rosolo Branchi - Nebbia amica - Memori Editore. Con presentazioni di Cinzia Leone e Mario Pirani.
Giuseppe Conti, docente presso l'Università La Sapienza di Roma: Primo raggruppamento motorizzato. Edito dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito. Con presentazione di Renzo De Felice. Da non dimenticare - ultimo soltanto in ordine di citazione - il componimento poetico dell'allievo Gianni Recchi… La Madonnina di Montelungo  

  O Madonnina sulle pietre fredde
  di Montelungo ascolta quanti credono
  nel Cristo della Pace e, tra le rocce,
  t'hann'invocata con un fil di voce.
        Proteggi col tuo manto bianco il sonno
        dei tuoi Soldati stesi in abbandono
        all'alito della Morte che veloce
        li ha gelati con le braccia in croce.
   Li ho visti morire ed eran tanti
  ed eran Bersaglieri ed eran Fanti
  ed era rosso il fior della granata
  sbocciato il giorno dell'Immacolata.
        Quando rintocca lenta la campana
        e tra la nebbia grigia della piana,
        trascinando fantasmi di paura,
        l'acqua del Peccia si fa ancor più scura.
  Vedo nel fango l'ombra di un Fratello
  con le braccia aperte a misurare il cielo:
  coprilo col tuo manto per bandiera
  quando sul Monte scivola la sera.

Il treno riprese ad ansimare. L’ultima volta che m'aveva trasportato attraverso quelle contrade, andavo a servire il mio Paese in armi. A cosa era valsa la mia dedizione? Era pur valsa a qualcosa, volli fermamente credere. Tornai all'oggi e all'incerto domani. Mi chiesi: eravamo davvero diretti a Napoli?  Quale l'alternativa alla lunga carcerazione? L'intelligence alleata avrebbe indagato oppure meditava qualcosa d'altro? Napoli ci accolse con la sua calda luce.
“Contate i detenuti e ricontateli.”
Arturo Scola ottenne il permesso di salutare suo fratello Attilio e i nipoti, Giuseppe e Francesco, del gruppo di Crotone. Zigzagammo tra i facchini che reclamavano la precedenza; civili e soldati in arrivo e in partenza. Cola Bruni avvertì: "Eccoli i nostri furgoni."
Ci pigiarono sui mezzi dell'Amministrazione carceraria mentre molti cineasti alleati filmarono.
Orazio Carratelli commentò:
“Queste immagini presto appariranno sugli schermi di mezzo mondo con didascalia… pericolosi banditi meridionali tradotti in un noto reclusorio campano.”
Incollai il viso al finestrino munito di rete e grata per meglio osservare i soldati che s'erano avvicinati per curiosare: inglesi americani marocchini canadesi tuni-sini brasiliani polacchi. Neozelandesi e australiani con i loro caratteristici cappelli a larga tesa.

Ecco infine il Poggio Reale, suburra dell'inferno, immenso formicaio umano. Con padiglioni a schiera.
Venti agenti attendevano all'ingresso. Si racconta che il progettista di quegli edifici, accusato d'un delitto mai commesso, s'impiccò in una delle celle infami. Una storia non vera, ma ben trovata. Si provi a immaginare dei grandi manufatti con centinaia di bocche di lupo, squallidi boccaroli che permettono ai reclusi di seguire brevi scorci di cielo.
Puntuale il diario di Pietro Stella…
La cittadella di Poggioreale sembra disabitata. Il mio sguardo riesce ad abbracciare parte della struttura mentre un senso di solitudine pervade il mio animo. Il silenzio regna sovrano intorno a noi e suggerisce che l’eterna clientela della giustizia penale è alle prese con l’odiata malinconia. Scuotendo di dosso ciò che appare come un sogno, osservo l'aspetto della casa di pena. A sinistra, i padiglioni che, con l’avvicinarsi delle ombre serali, assumono sembianze quasi lugubri. Alcuni sono danneggiati dalle incursioni aeree. Sono tutti della medesima altezza, diciotto metri circa, suddivisi in quattro piani. Ogni piano conta quarantotto bocche di lupo (ovvero quattro dozzine per facciata) che somigliano alle occhiaie vuote di un teschio. La distanza tra un edificio e l’altro è di dieci metri circa. L’agente di custodia che ci accompagna al K, padiglione degli uffici, informa che soltanto sei dei quattordici manufatti originari funzionano a pieno regime e, prima dello scoppio del conflitto armato, la popolazione carceraria arrivava a novemila anime. Alcuni edifici sono strutturati come cellulari. Proseguiamo lungo il corridoio che fiancheggia il padiglione Italia che accoglie detenuti politici. Non s'avvertono rumori. Ecco, infine, il padiglione H. L’edificio è poco rischiarato mentre il soffitto, in parte di vetro, è compreso tra quelli danneggiati dai bombardamenti. Ai lati della corsia longitudinale al padiglione si mostrano le porte blindate delle celle che, ai piani superiori, affacciano su un angusto passaggio sospeso nel vuoto delimitato da ringhiere metalliche. Ogni piano è diviso in settori e, su ogni braccio, le celle sono disposte una accanto all'altra, tra ingresso e finestroni alle estremità del manufatto. Piano terra, stanze 14, 13, 12, 11. La numero undici misura tredici metri. E' stretta, con soffitto a botte. Cinque bocche di lupo ci consentono d'osservare una striscia di cielo mentre dalle loro basi si eleva il muro inclinato fin quasi alla sommità. Le sbarre concorrono a renderle più tetre. Poggioreale dispone di forniture ridotte essendo stato saccheggiato più volte. Per il momento, niente coperte e lenzuola! Le brande sono mal messe e i sacchi in gran parte sventrati. Si procede alle presentazioni. Con noi si trova il gruppo di Cosenza.  

La robusta porta d'ingresso si spalancò e riparammo in matricola, subito dopo nei locali per le perquisizioni, deposito bagagli ed eventuali scorte finanziarie.
Uno scopino si avvicinò a Cola Bruni e lo informò…
“Domani arriverà il vostro capo.”
“Non abbiamo capi e nemmeno code.”
Non rivedemmo più il giovane, ingoiato dalla bolgia immane. Passarono tre agenti di scorta ed altrettanti reclusi, rasati e lucidi in testa di brillantina.
Sorridevano e tornavano in libertà.
Poggioreale? Una città nella città: accoglieva settemila detenuti, in maggioranza politici e commercianti dediti alla borsa nera, la cui custodia era assicurata da 700 agenti.
Una galera marcia, a somiglianza di buona parte dei soggetti ospitati. Corridoi, porte blindate, eterno andirivieni di reclusi assegnati ai lavori domestici.
Ponticelli e scale metalliche per agevolare gli spostamenti di [i]spesini
, camosci, scrivanelli.
Una graticola ribollente di speranze, fantasie e sogni, ove gli uomini - trascinati nella 'fossa dei vivi' dalle passioni e dai delitti, in promiscuità caratteriale e fisica - finivano per essere rosolati a puntino. La cella singola. Branda ribaltabile con sostegni cementati alla parete, sacco di crine o di foglie secche, coperta, improbabili lenzuola, il traversino (cuscino). Sul pavimento, la gamella necessaria per il vitto, la brocca per l'acqua da bere, cucchiaio di legno. Niente forchetta e neanche coltello: potrebbero essere usati dagli immancabili malintenzionati. Il bilancino, armadietto, a volte laccato, per riporvi gli oggetti personali. In assenza di tazza, il bugliolo o giara.
Per i reclusi, senza distinzioni, giorni pianificati a dovere. Sistemazione del proprio giaciglio, pulizia della camerata, a turno; igiene personale ed eventuale trasferimento nei laboratori artigiani. Passeggio antimeridiano ed eventuale colloquio. Un'ora alla settimana per incontrare il difensore, i propri familiari, o per le richieste da avanzare al Direttore. Libri, se la biblioteca carceraria funziona. Rasatura settimanale e taglio mensile dei capelli goliardicamente consumato dalla nutrita squadra bianca di reclusi barberi, crème de la crème de la crème della fine delinquenza partenopea.
Il bagno caldo? Ogni mese. Scambio di tabacco, in particolare da cicche, con gli spesini, gli scopini e, perché no, con agenti di custodia. Nulla è lasciato al caso e all'iniziativa dei singoli. Ci mancherebbe altro

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