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La stagione dell’ira - Capitolo 3

Capitolo Terzo

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Un suono lugubre replicò
tre volte la squilla.
Intorno, un gemito s’intese.

MICKLE

Molti giorni trascorsero senza novità di rilievo. Diversivi? Le apparizioni delle nostre amiche!
Teo e Ben, appresi da Getulio, montavano sui ripiani in cemento delle proprie finestre in attesa del loro arrivo.
Intanto osservavano quanto accadeva in strada.
Gli altri reclusi che, a buon diritto, avrebbero potuto protestare e persino opporsi, tacevano.
Da casa avvertivano: Sarai presto libero! Non nutrivo speranze.
Anche il nostromo aveva espresso severi giudizi sulla pericolosa faccenda che ci riguardava e previsto finanche il nostro trasferimento.
Qualcosa di preoccupante bolliva in pentola.
Non conoscevo le motivazioni che avevano suggerito tanti arresti e mi sembrava di vivere una storia assurda, irreale. A conti fatti, avevamo imboccato un vicolo cieco e non gradivo, non avevo mai gradito, le situazioni prive di sbocco.
Quando mi recai in infermeria dopo aver lamentato dolori ad un ginocchio un secondino, nato evidentemente il giorno di santa solerzia, sventò il mio ardito tentativo d'ingresso nella stanza ove si trovava mio padre. Non fui punito, neanche ammonito.
Appresi in seguito del sequestro in casa nostra di una pistola automatica.
Mio padre aveva comandato, fino al giorno dell'arresto, una Compagnia di fanti di stanza nelle Casermette cittadine e la Browning sequestrata, era una delle armi - tra cui alcune per la caccia grossa - in suo possesso. Denunciate a norma di legge.
Appresi in seguito che sarebbe stato liberato prima di sera e rimasi in vedetta sulla finestra finché non lo vidi passare tra due poliziotti in abiti civili.
Il giorno dopo incontrai Ben e Teo in sala docce. Mi informarono del piano di fuga ordito dai reclusi della numero sei.
Consigliammo a Ben di non partecipare, comunque, al tentativo di fuga e restare sempre sul chi vive. Il nostro amico sapeva come comportarsi. Lo confermava la prudenza che aveva sempre caratterizzato i suoi comportamenti. Sereni dignitosi esemplari. Nel recarmi in Direzione per sottoscrivere la delega a rappresentarmi all'avvocato difensore, colsi l'occasione per conversare con Emilio-Lupo dal quale appresi che erano stati i carabinieri ad arrestare Bruni e Micciché. Non conoscevo il tenente Bruni in servizio presso il 16° Reggimento Fanteria di stanza in città.
Riassumendo: il 24 aprile 1944 la polizia aveva pedinato Ben e Cola mentre - montati su una prolunga, carretta militare con doppio tiro di muli - erano sul punto di raggiungere casa Perfetti in Via Molinella. Nell'occasione furono sequestrati due fucili e tre moschetti, venti bombe a mano tipo Breda, quattro cassette di proietti per mitragliatrici, una pistola a tamburo, nove cartucce d'inchiostro per ciclostile, un apparecchio per affilare matite, un ventilatore e un fornello elettrico. Circolava un usignolo cieco, gran e bel canterino!
Emilio-Lupo, in un altro incontro, accennò a un suo conoscente. Aggiunse che ne avrebbero disposto il finto arresto e rinchiuso in compagnia di uno di noi per carpirci confidenze compromettenti. Altrimenti per cosa?
Non registrammo arresti e non avemmo possibilità di fare conoscenza dell'ineffabile studente di medicina che, come il Boccheciampe - ben noto componente della spedizione Bandiera in Calabria - 1844 - si era fatto in quattro per consegnarci alle guardie regie.
Lo incontrai alcuni anni dopo in una pensione universitaria di Via Roma, a Napoli. Non fraternizzammo.
Emilio-Lupo colse un’altra opportunità per informarmi che saremmo stati nuovamente interrogati e suggerì di memorizzare al meglio le vicende a me note. Il tenente Nicola Bruni, dagli arresti in Presidio, fu trasferito a soprapalazzo e subito isolato. L'agente di custodia mi scortò in una stanza priva di finestre, con un tavolo e quattro sedie. Ad attendermi il capitano dell'Arma in compagnia di due poliziotti in abiti civili. L'ufficiale mi accolse con un sorriso seguito da un ironico… eccone un altro! Mi invitò a sedere, lo fece a sua volta.
Avevo fatto una scorta di adrenalina quando ebbe inizio l'interrogatorio…
“Speravo di mandarti libero oggi stesso, ma sono emerse nuove gravi responsabilità a tuo carico.”
“Apprenderò finalmente gli addebiti che mi fate?”
“Ti accusiamo d'aver portato, in più occasioni, armi e munizioni in casa Perfetti.”
“E tutto falso.” Risposi.
Affermavo il vero: non avevo nulla da spartire con le armi di cui si blaterava, né con altri strumenti di morte, di qualsiasi tipo, calibro, portata e provenienza. A parte quelle usate nelle esercitazioni militari di tiro sullo stupendo altopiano veneto di Asiago.
Per le mie scelte politiche non esistevano ragioni al mondo per nasconderle a chicchessia.
Il capitano, in apparenza rabbonito, riprese…
“Raccontaci tutto quello che sai e ne terremo conto.”
Risposi: non c’era una sola parola da sostituire o ritrattare di ciò che avevo dichiarato (e sottoscritto) durante il lungo interrogatorio al quale ero stato sottoposto. Così mi espressi in perfetta sintonia con il carattere che mi ritrovo.
L’ufficiale riprese…
“Parlaci della tua posizione di soldato...”
Quale il nesso fra essere sotto le armi e le vicende eversive che m'addebitavano?
Lanciato l'oscuro messaggio dopo avere indossato la cintura con la pistola d'ordinanza, l'ufficiale uscì con simulata impazienza alla ricerca del delatore.
Forse un'anziana delatrice.
Prima di andarsene, si suggerì di vuotare il sacco a beneficio degli inquirenti venuti da lontano per apprendere. Non abboccai e un'improvvisa inquietudine mi colse. Decisi di assumere fiero atteggiamento difensivo dopo aver recepito che gli agenti che s'apprestavano ad interrogarmi non erano informati.
Il più anziano dei due, estratti dalla borsa (stavo per scrivere dal... cilindro) alcuni fogli di carta, penna e calamaio con un fondo d'inchiostro, chiese:
“Mi conoscerai, sono molto amico dei tuoi fratelli.”
Quel signore di mezza età, pelato e di bassa statura, non meritava risposte. Si presentò…
“Sono il Commissario M.”
“Lei signor Commissario.”
L’altro inquirente, lo seppi in seguito, faceva parte dell'intellighenzia italiana al servizio degli stranieri.
Il commissario M.? Un personaggio grigio!
Diffidavo, avevo sempre diffidato di chi assume atteggiamenti confidenziali quando non ti conosce.
Attesi un atto d'impazienza che non tardò ad arrivare quando l'agente, perduto il suo aplomb, m'investì:
“Giochi male le tue carte, se ne hai ancora da giocare; cosa della quale dubito. E' vano recitare la commedia con noi. Sappiamo di te e dei tuoi bravi amici.”
Risposi, con ben dosata discrezione: se sapevano tutto di me e dei miei bravi amici perché insistere tanto?
Per indurmi a compiere mosse avventate, tentò di intimidirmi gesticolando e alzando la voce.
A liberarmi dall'inquirente maldestro giunse, non atteso, il capitano. Senza la preannunziata compagnia d'infamoni, per dirla alla guisa galeotta.
Dopo avere ascoltato quanto riferivano, riprese personalmente l'interrogatorio. Infine sbottò...
“Chiamate chi l'ha accompagnato da noi. Lo portino via. Questo signore non ha confessato e non lo farà.”
Considerai la decisione, così giustificata, un apprezzamento o quasi. Dell'interrogatorio, intanto, ero riuscito a cogliere aspetti non secondari. E' giunto il momento d'informare i cortesi lettori delle ragioni che avevano suggerito tanti arresti.
Lo storico Francesco Tigani-Sava, scrive:
I carabinieri, nella comunicazione diretta al Procuratore del Re, si erano limitati a inoltrare distaccati rapporti su tutto ciò che era accaduto nel corso delle lunghe indagini. I carabinieri di stanza a Cosenza - a differenza di quelli delle altre province - nel tentativo di venire a capo dei motivi che avevano determinato la recrudescenza della propaganda sovversiva, avanzarono interpretazioni intese a scoprire, al di là dei fatti accertati, la presenza di forze tendenti a sovvertire la nuova situazione politica. Gli inquirenti accennavano a non facilmente individuabili soggetti legati al passato regime e si dichiaravano certi che la propaganda si svolgeva preferibilmente fra giovani educati nelle file della Gioventù Italiana che, in gran parte, non si erano associati al nuovo clima politico e ricordavano con nostalgia l’apparente grandezza della patria. Per rompere la monotonia delle ore eguali, i reclusi, senza distinzione, giocavano a morra, allo schiaffo, a braccio di ferro e al più impegnativo pari e dispari. Senza scordare di sfilacciare le coperte e le lenzuola per ricavarne grossi gomitoli di lana e cotone da barattare con pane e altro.
Non perdevo di vista, per quanto possibile, il mio corredo.
Circolavano fior di ladruncoli.

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