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La stagione dell’ira - Capitolo 25

Capitolo Venticinquesimo

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Piegare il braccio e farsene
capezzale, anche così
si può essere felici.

CONFUCIO

Lo stanzone che accoglieva noi era spazioso ma, per l'infelice esposizione, i raggi del sole non lo avrebbero mai raggiunto. Neanche in piena estate. Nove gli ambienti destinati ai detenuti mentre un terrapieno sovrastava l’intera area dei passeggi. 
Vidi due gatti e gli spostamenti affatto lenti d’una piccola tartaruga, il volo semicircolare dei colombi. 
Il cubicolo a ridosso del muro di cinta era destinato al diporto femminile, dei soggetti pericolosi e dei sorvegliati speciali. Scontato il divieto ai reclusi ordinari d’aver contatti con noi politici. Di reclusi, infatti, non ne incontrammo mai, neanche intravisti, durante i dieci lunghi mesi trascorsi a Melfi. Tranne che nell'unico intermezzo ricreativo di cui beneficiammo. Seguì, sorprendente, la decisione del Comandante e undici coperte di tipo militare furono sistemate a cavallo della corda allungata fra le estremità del portico. Per negarci la vista del cortile. Altrimenti per cosa?
Ci consegnarono i primi otto grammi settimanali di zucchero a cranio. 

“Sei pallido come un morto.” 
“Mi mancano il sole e la frutta.” 
“Canta così porta bene a tutti.” 

Sopra un muro sgretolato, scrisse 
un vecchio carcerato che l’uccello 
che sta in gabbia giammai canta 
per amor bensì canta per la rabbia. 


Il tempo meteorologico volgeva al peggio. Pioggia neve e grandine ci avrebbero deliziato a lungo mentre la speranza di ricevere visite e casanza non trovava riscontro. Quasi un imperativo rifarsi a Keats. 

Il vento freddo soffia e crepita 
il rivo ghiacciato. Non c’è foglia 
nella nuda foresta, né fiore in terra. 
Nessun suono si ode tranne 
il rumore della ruota del mulino.


La nostra stanza era fornita di cancello. La massiccia porta d'ingresso era stata tolta prima del nostro arrivo. Per controllarci meglio. 

Andai nuovamente fuori di senno e fui subito scortato nella sezione degli isolati, cella quattro con tavolaccio alto da terra oltre la norma. 
Ospite della numero due tal Forgnoni, comandante della Colonna monarchica dei cinquemila, o seimila, poco importa quanti. Si trattava dell'ufficiale intravisto mentre si recava a colloquio con i suoi legali. A somiglianza di Cola Bruni, indossava la divisa priva di stellette, gradi e mostrine. 
La buca che accoglieva me era quasi simile a quella del Forte San Giovanni. 
In isolamento si trovava un terzo punito, recidivo per furti nelle canoniche. Mi ricordava Getulio, ladruncolo calvo di Colle Triglio. 
Giunse il momento di aggiornare la mia condizione: l'avventura galeotta avrebbe avuto, prima o poi, fine e l'esperienza acquisita sarebbe servita. Per il momento facevo parte della nutrita schiera di quanti, tornati in libertà, non avrebbero saputo cosa fare oltre (possibilmente) completare gli studi interrotti. Esisteva, in ogni caso, la via dell'emigrazione. Mi proposi di fare scelte oculate, in attesa di ritrovare fiducia in me stesso insieme alla carica vitale originaria non facile da recuperare senza adeguati stimoli esistenziali. 
Considerai intanto che… equità e giustizia non dimorano nelle patrie galere; che i secondini masticavano gomma americana; che la segregazione ha una cadenza particolare perché non soltanto fisica; che vivevo con disagio i giorni dell’ira e dell'esasperato scontro ideologico, ma sarebbe arrivata l'ora della riconciliazione nazionale. Che equilibrio e pazienza sono le migliori doti dell'uomo e mezza speranza è da preferire a nessuna speranza. Che la nostra avventura galeotta non era gran che dissimile da quella vissuta da tanti altri, senza epiche battaglie e nemmeno contraddistinta da imprese eccezionali. Che la buiosa ti piega ai suoi voleri perché annebbia la mente e lacera passioni e sentimenti. Ha un'anima propria, intransigente. Ripercorsi i miei successi sportivi, effimeri, gli insuccessi esistenziali e valutai la dubbia agibilità delle mie affioranti aspirazioni. 
Pesavano, eccome, le sbarre che si mostravano alla nostra vista: a destra e a manca, in basso e in alto, di fronte e alle terga. Provai a ridere delle mie fisime, ma finii stoltamente per inveire contro un ignaro agente. Meglio starmene accucciato nell'angolo buio a smaltire la mia grande sbornia di solitudine. 
Giunse anche il tempo delle fantasie e sorvolai, nudo come un verme, la mia pianura immaginaria. Fiori gialli con sfumature viola pendevano dagli alberi ovunque svettanti che mi richiamavano in mente quello piantato un giorno da mio padre nel giardino di casa. 
Ricordi e sogni non erano sciocchi quando mi riportavano ai luoghi amati della lieta adolescenza. 
Le ore del tramonto? Le preferivo alle altre: quasi un inno alla vita che s'accompagnava a momenti di pura estasi. 
Gozzano? Certo. 

Forse pensa ai boschi dove nacque, 
il guizzo allegro della buona fiamma. 


La porta della cella si aprì ed entrarono due secondini. Parlottarono in dialetto pugliese; quello del nostromo Mazza per intenderci. Prima di andare via ritirarono la mia coperta. L'avrebbero restituita al tramonto. 
La psiche? Nella compressa lucana, come in quella del Forte, avevo clamorosamente fallito nella ricerca d'un equilibrio fra motivi contrastanti: su ogni cosa pesava il vuoto fisico che mi circondava. Se avessi avuto un libro da leggere e magari rileggere, probabilmente sarei stato in animo. Non avevo libri né altro e respiravo aria di sconfitta foriera di resa totale e abbrutimento. 
Se tale stato di cose fosse durato nel tempo, avrei reagito. C'era da giurarlo. Non a caso mi ero già ribellato due volte pagando all'idra un tributo sproporzionato agli errori commessi per giovanile inesperienza e impazienza. Di ciò c’erano stati chiari segnali premonitori. 
Se n’era accorto finanche il graduato dal comportamento signorile (Antonino Motta di Scafani Bagni, in provincia di Palermo) che, durante l'isolamento alForte di Catanzaro, aveva osservato… Segui pure la strada imboccata e diventerai simile a coloro con cui parli tutto il giorno senza mai sputare. Presta attenzione a quel che dici e a quel che fai. Bestemmia protesta scalcia e dannati, ma cerca di farlo con discrezione. 

Per un improvviso moto di ribellione, senza particolari ragioni, sollevai il legno sottile che fungeva da traversino. Ecco mostrarsi un panno a scacchi blu e rossi simile a quelli solitamente adoperati in cucina. Avvolgeva un barattolo di vetro privo di chiusura girevole. Aveva custodito, si odorava ancora, bionda confettura di prugne. Che fare del contenitore? Era proibito severamente trattenere oggetti di vetro in cella perché, se ben tritati, potevano essere ingoiati a scopo suicida. 
Più in là nel tempo, mi venne in mente d'introdurvi il ragno che avevo visto arrampicarsi sulla parete annerita dal fumo provocato da chi, prima del mio arrivo, aveva acceso stracci e altro con intenzione di riscaldare l'ambiente. Applicai, al posto del coperchio, un doppio ritaglio di carta ben pressato ai bordi e vi praticai un congruo foro e presi con massima cautela il ragno e lo introdussi nel barattolo. Un ragno? Perché no? 
I cefalotoraci vivono nelle cantine, negli stagni, nei soffitti e finanche nei deserti. Negli ambienti ove mai giunge il sole, la loro sopravvivenza non è assicurata. Pazientai e, dopo qualche minuto, si mostrò una mosca che riuscii ad agguantare al volo e ricacciare in compagnia del ragno. Otturai il foro con pane ben masticato e rimasi in attesa. L’artropodo mosse con intenzione di ghermire la mosca e chiudere celermente la partita. Il tentativo fallì perché la mosca, evidentemente conscia del pericolo che correva finché a tiro di quel bellimbusto in pelliccia grigia, sfuggì all'agguato e svolazzò nel contenitore. 
Appena dopo, il ragno considerò opportuno riproporre la sortita, ma la vittima designata riuscì ad evitare l'aggressione riparando sotto la volta cartacea a prender fiato e intanto seguire le acrobazie del mortale nemico. Dal canto suo, il ragno - facilitato dall'inclinazione che, per gradi, imprimevo al vetro - decise di promuovere un ennesimo attacco. Trovandosi distante dalla mosca e considerata inefficace un'eventuale manovra frontale, mosse con palese intenzione di ghermirla alle terga. Come usava Flora il balordo con le sue vittime. La luce della finestrella si era sollevata mettendo in ombra il contenitore. 
La mosca cercò un ultimo riparo nell'incavo circolare inferiore del barattolo mentre il ragno, pregustando un ottimo e meritato spuntino e trascinandosi dietro filamenti lucidi e bavosi riprese l'azione interrotta. Avvolse la vittima in una rete fine e appiccicosa finalmente raggiunse lo scopo. 
Con mia immensa soddisfazione. 

Giunse la febbre e galleggiai senza peso senza volume e mi accartocciai sul sacco come feto nel ventre materno. Tornarono i secondini e mi restituirono la coperta. Il giorno era dunque al termine? Non riuscii a prender sonno e mi attardai a confrontare la cella a quella del Forte. Un modo come un altro per stimolare la mente. Nel San Giovanni mi era possibile parlare con altri segregati e seguire, attraverso la presa d'aria, la geometria della torre mastra e l'andirivieni dello sticco sul camminamento di ronda. Osservare il passaggio dal giorno alla notte, l'esodo delle nuvole. Ammirare la luna rotondetta, la medesima luna che, scesa sulla culla del mio amico Charles, gli aveva sussurrato in un orecchio: 
Sarai sempre dominato dalla potenza del mio bacio: amerai ciò che amo e quel che mi ama; l’acqua le nuvole il silenzio il luogo ove non sarai, le amanti che non avrai incontrato, i fiori mostruosi che sembrano turiboli d’una religione sconosciuta. I profumi che turbano la volontà; i gatti che nella notte gemono e sdilinquiscono come le donne con voce roca e carezzosa. 
Un secondino, provvisto di lampada che parve di fuoco, lanciò un'occhiata regolamentare alla finestra. L'altro agente, accortosi del mio intenso tremore, s'avvicinò per controllare. Informò il collega: 
“Ha la febbre alta. Andiamo a dirlo al Comandante.” 
Nessuno venne quella sera e neppure in seguito per sincerarsi delle mie reali condizioni ed, eventualmente, intervenire. Scontata la punizione fui riaccompagnato in camerata. Malconcio ma ancora in pista. La branda era stata ritirata e, in attesa di recuperarla, srotolai il pagliericcio (si trovava ritto in un angolo) sul pavimento. Gli amici chiesero d'essere informati del bell'intermezzo ricreativo ma, debordando la loro pur legittima curiosità nel sarcasmo, suggerii di provare. Nessuno volle seguire i miei disinteressati consigli. 

La cucina del carcere forniva due pasti caldi ogni giorno a base di verdure a me gradite. Alla lunga, la stessa zuppa stufava. Per nostra buona sorte, un cittadino di Melfi sapeva e interveniva. Si trattava del farmacista dottor Carlucci, Presidente della Conferenza Cristiana di San Vincenzo de’ Paoli, che ci gratificava di visite, giammai a mani vuote. Anche i reclusi comuni - ai quali si erano intanto aggiunti molti disertori - erano assistiti dal benemerito sodalizio cristiano. 

Quanti avevano lasciato il Forte dopo di noi si trovavano nel carcere di Santa Croce a Potenza. 
Un diversivo su cui potevamo sempre contare: i cambi dei turni di vigilanza. Quella dei custodi era un'esistenza non certo invidiabile: delicato il loro compito e insufficiente la paga. La nostra comprensione non era bastevole a spingerci all'indulgenza: tra loro si contavano arroganti oltre misura. Senza dimenticare il comportamento non comprensibile del Comandante. A chi voleva rendersi gradito il gran capo? 
Cadde la neve e l’acqua gelò, il mercurio scese. 
I fiocchi bianchi, superato il séparé, volteggiavano sotto il portico come farfalle impazzite terminando la loro folle corsa ai piedi del cancello. 
Quando il vento soffiava con intensità, entravano svolazzando nella stanza. Il tutto appagava. Correvo, infatti, ad infilarmi tra le coperte, le orecchie ben tese per non perdere neanche un soffio della tempesta che infuriava. 
Ero uscito dal tunnel della crisi, ma in libertà avrei patito per alcuni anni di fastidiosa claustrofobia. 
Del periodo lucano restarono vuoti incolmabili. Quali ragioni, ad esempio, avevano suggerito al Comandante di spedirmi in segregazione? 
Chiesi ragguagli agli amici, ma non seppero, o non vollero, informarmi. Cosa avevo combinato di tanto grave?

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