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La stagione dell’ira - Capitolo 22

Capitolo Ventiduesimo

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La pupilla nella notte
Si dilata e finisce
per rintracciare il giorno.

VICTOR HUGO

Non eravamo soltanto noi a fare le spese del bifronte rigore della legge. Al Forte San Giovanni giunsero molti utenti con pesanti accuse di cui rispondere. 
Mi riferisco a quanti avevano tentato di realizzare la repubblica rossa di Caulonia nel corso dell'insurrezione capeggiata dal maestro Pasquale Cavallaro. Trecento i fermati tra i quali il Cavallaro e i suoi figli. L’ambizione degli insorti era di concretare, estendendolo a tutto il Mezzogiorno, un Ente di giustezza e parità escludendo ogni particolarismo e favoritismo. 
A tali obiettivi avrebbe dovuto uniformarsi il Tribunale del Popolo insediato nell'ingresso del Municipio lo stesso giorno dell'occupazione. 
La fame di terra, il bisogno di non dipendere mai più dall'odiato padrone e lavorare la zolla in proprio fu il motivo ispiratore della rivolta che seguì nella cittadina ionica. Quella del Cavallaro fu una Repubblica controversa anche per la piega assunta dagli avvenimenti che coinvolsero la politica del Partito Comunista. 
Ricorrendo il decennale della storica sommossa, il giornalista Sharo Gambino scrisse del sogno ambizioso e utopico di Cavallaro che i detrattori qualificarono avanzo delle patrie galere. La ribellione, anche se non riuscì a realizzare la Repubblica tanto agognata, qualcosa di nuovo e di positivo fu in grado di far germogliare. I rivoluzionari che avevano preso coscienza del loro essere uomini e della forza in grado di esprimere se uniti, non si scappellarono oltre davanti agli gnuri, padroni e agrari. Non si umiliarono più per ottenere una giornata di lavoro compensata con un mo-desto misurino d’olio e un pugno di fichi secchi. Le loro mogli non servirono più gratuitamente nei palazzi dei signorotti e gli abitanti di Caulonia chiusero per sempre con i giorni oscuri della loro storia.
Gambino non è stato l'unico a scrivere della rivolta. Lo hanno fatto Libero Greco, Vincenzo De Virgilio, Vincenzo Laganà, Francesco Pitaro, Pasquino Crupi, Eugenio Musolino, Ilario Ammendola, Franco Silvi. Anche Alessandro Cavallaro, figlio di Pasquale, ha pubblicato due libri sull'argomento: La rivoluzione di Caulonia e Operazione armi ai partigiani. Con sentenza dell'agosto 1947, gli imputati furono condannati, con il beneficio dell’amnistia per alcuni. Amnistia non concessa a Pasquale Cavallaro considerato mandante dell'omicidio del parroco Amato, neanche per Bava Ilario e Manna Domenico ritenuti esecutori materiali del delitto. 

Lo sticco versò nella mia gamella un mestolo di cavoli neri che divorai integrandoli con l'acqua della brocca. 
Appena dopo mi calai nella lettura - in quel momento greve - delle Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij, il libro che m'ero portato appresso infilato nella tasca posteriore dei pantaloni. Al calare del sole, tribolai per un fastidioso malore che si sarebbe ripresentato nelle vecchie celle. 

Aria appiccicosa passò dalla bocca di lupo portandosi dietro odore di pesce fritto, del tutto estraneo alla raffinata cucina del reclusorio. Di cimici e miriapodi meglio non scrivere: non meritano menzione. Un secondino suggerì: 
“Porta la coperta e solo ciò che è tuo. Segui me.” 
Superato un vasto cortile e due pareti a cielo aperto giungemmo in segregazione. Fui assegnato alla cinque con l'ingresso rinforzato da larghe fasce acciaiose. L’antro, si odorava, non era stato utilizzato da lustri e l'agente suggerì di prendere il bugliolo di creta nel contiguo deposito. Gli chiesi… 
“Per quanto tempo dovrò rimanere?” 
“Dieci giorni a pane acqua e tavolaccio.” 
La porta fu rinchiusa, le cerniere non stridettero oltre perché lubrificate alla mia presenza. Notai un fascio di luce provenire dall'esterno e infilai una mano nella brocca per sincerarmi che contenesse acqua a sufficienza; posai la pagnotta sulla coperta ripiegata e la misi sul pavimento. Intorno, il lezzo acre di piscio stantio. 
A mo’ d'antidoto, fantasticai di corse in libertà. A tutto avrei rinunciato per riviverle. A cosa? 
Programmai l'attività motoria che il buonsenso suggeriva di non trascurare e misurai in lungo e in largo la cella con il palmo d'una mano. Tre metri per due. Restava da affrontare il freddo che sarebbe aumentato nelle prime ore del mattino e una coperta non bastava. Scivolai con le spalle lungo la parete e sedetti per terra, dita incrociate e braccia attorno alle ginocchia. 
Valutai che, seduti, si spreca meno energia che restando in piedi mentre il cuore si affatica meno. Meglio ancora distesi. 
Mi allungai sul pavimento dopo essermi avvolto nella coperta. Più in là nel tempo, mi sollevai per osservare, attraverso il pertugio che fungeva da avara presa d'aria, l'agente di guardia con il moschetto in spalla che si spostava sul camminamento di ronda. 
Andava veniva soffiava e starnutiva. Avrei voluto fargli pervenire un segnale, provocarlo. Quale miglior modo per sentirmi vivo, ancora partecipe di quel mondo crudele e stolto. Reagire, invece di starmene in beata contemplazione. Lo stimolo era grande, ma lo soffocai. Ma come l’avrebbe presa lo sticco che, in compagnia d'un cane, vigilava sulla torre maestra? 
Al controllo del mattino, fui invitato a trasferirmi in corridoio per nettare il bugliolo, ventilare la coperta e riempire la brocca. Mi lavai con l'acqua piovana contenuta in una botte segata a metà e mi asciugai con il lembo della camicia sfilata dai pantaloni. Non disponevo di panni né d'altro avendo ignorato i sensati consigli di portarmi dietro quanto poteva essere utile. Il secondino comandò: 
“Rimetti subito a posto i tavoloni.” 
Non avevo [i]tavoloni 
da restituire perché avevo dormito disteso sulla coperta, per guanciale le scarpe girate dalla parte morbida delle tomaie. L'agente fece una smorfia di disappunto e chiese di conoscere i motivi che avevano suggerito d'ignorare il suo invito a prendere i tavoloni, uno per volta, e adoperarli per giaciglio. Su-pino sul fianco sul ventre a mia discrezione; avrei evitato d'assorbire tanta umidità. Lo contestai con garbo ben calcolato: nessuno m'aveva mai suggerito di portare a compimento l'ardua operazione tavoloni. 
Durante la notte, i rumori mi facevano sobbalzare. Ero finito come bestia rabbiosa? 
Verso un cane oppure altro animale, rabbioso o meno, l’idra avrebbe commiserato quella povera bestia costretta in così immondo e angusto spazio. Con il trascorrere delle ore mi convinsi che sarei dovuto entrare, mente e corpo, nella parte assegnatami dalla sorte se ancora determinato ad uscire indenne dalla condizione alienante. Decisi di montare sulla finestra che guardava in corridoio tirandomi su a forza di braccia e facendo leva sulle ginocchia non ancora sbucciate. Avevo udito parlare e azzardai: 
“Uomini bianchi delle celle.” 
“Politico della cinque.” 
Sapevano di me. Udii altre voci, in apparenza distanti. Suggerii… 
“Perché non salite sulle finestre?” 
Ebbe inizio la conversazione, a più voci, interrotta dai frequenti controlli dell'agente di guardia. Quando lo sentivo arrivare, mi calavo in fretta dalla finestra e vi risalivo, sempre con maggior sforzo, quando tornava ad allontanarsi. Ero in condizioni per farlo. 
Gli altri reclusi si comportavano alla stessa maniera. Seguirono le presentazioni. 
Cella numero 1 - furto con scasso. 
Cella 2 - diserzione. 
Cella 3 - rapina a mano armata. 
Cella 4 - omicidio. 
Cella 5 - eversione. 
Cella 6:- sfregio. 
Cella 7 -  sfruttamento della prostituzione. 

Rotto il ghiaccio, i detenuti non ebbero remore nello spiattellare le proprie referenze delittuose; mi parve di capire che alcuni di essi ambissero informare il mondo intero di che pasta fossero impastati. Non fecero mai cenno alla loro identità: sapevano che nomi e cognomi non contavano mezzo fico secco nella cloaca massima del reclusorio. Parlò per primo il rapinatore: 
“Per tutti i diavoli dell’inferno, domani verrà mia moglie e non otterrà il colloquio perché non richiesto in tempo; non può andare e venire gravida grossa com'è.” 
“Tu sei dentro da anno. I conti? Non tornano?” 
“Ti ammazzo gran puzzo d’uomo.” 
“Grugnisci come fanno i porci. Non scordare che oggi sei incudine e devi stare sotto.” 
“Presto sarò martello e so già con chi fare i conti. Tu sei in cima alla lista. Hai offeso l'onore di Caterina.” 
“Il tuo no? Dimenticavo, tu non hai onore. Quanti anni ti restano? Due? C’è tempo! Bacherozzi miei conoscete le novità? Il letto di forza torna a funzionare.” 
“Non l'avevano già pezziato durante l'ultima rivolta?” 
“Vi hanno legato ieri quel trombone di Capodicane. Se l’è presa con il brigadiere sardo: pensa un po' tu che scienza. Ha solo crusca nel cervello.” 
“Perché si trova dentro Capodicane?” 
“Omicidio. Anche sua moglie è nella femminile.” 
“Un delitto passionale?” 
“Quando c’è di mezzo una donna di cosa può trattarsi secondo te? È stata lei ad accoppare il soldatino che la corteggiava. Era diventato insopportabile e bisognava per forza farlo fuori! Naturalmente con la complicità del marito cornuto. A questo sono destinati certi uomini: becchi e bastonati. Il giorno dopo hanno recuperato il corpo dal letame ove l'avevano infilato.” 
“Dove si trova adesso?” 
“In fondo a un pozzo.” 
“Meglio nella calce o nell'acido. 
“Come hanno fatto a trovarlo?” 
“Li avevano notati mentre lo trasferivano in carrozzella. L'uomo s'è preso diciotto anni, a lei ventiquattro.” 
Lo sticco s'avvicinò con l'intenzione di sorprenderci mentre discutevamo. Calzava scarponi chiodati. 
Ai discorsi sui vantaggi d'un eventuale ritorno in libertà, si aggiungevano storie di delitti e incontri con femmine capaci di suscitare straordinari afrori. 
Le vicende delittuose? Quanto più torbide tanto più ascoltate. Seguivo le storie di donne e delitti e intanto sfogliavo il taccuino sgualcito della memoria per recuperare il ricordo delle recluse incontrate nell'espletamento del gradito incarico di scrivano che mi portava, tutti i lunedì, nella sezione affidata alla signora Perri Costa Carolina che, al nostro apparire - dello scopino, dell'agente e mio - ci offriva un fondo di bicchiere di nocino, il liquore da lei approntato con l'utilizzo del mallo delle comuni noci. 
Lo sguardo al pertugio, seguii lo sticco che guardava verso la Fiumarella, il rivolo anemico sul fondo valle. 
Dall'intensità cromatica della volta celeste previdi che sarebbe caduta la pioggia. In attesa, sedetti a considerare che errori ed ambizioni richiedono un pesante tributo da pagare e che avrei spartito volentieri con alcuni falsi amici i giorni della segregazione. Non riuscii a prender sonno e rimasi in attesa dell’alba che, dopo essersi tinta di rosa pallido, esplose in un intenso grumo di luce. Un attimo di luce vale più di mille notti scure. 
Cadde la pioggia e quando cessò potei ammirare uno scorcio dell'immenso arco di colori. 

O arcobaleno, o arcobaleno. 
Tu che splendi così in alto, così in alto.

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