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La stagione dell’ira - Capitolo 18

Capitolo Diciottesimo

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Quel che vediamo e quel
che appare, non è che un
sogno dentro a un sogno.

EDGAR  A  PÖE

 

Terzo giorno di udienza. Fu Luigi Filosa a parlare…
“Non avrei detto di me se non si trovasse fra le carte processuali un atto che accenna al mio passato. Quando in un documento giudiziario si afferma: 'questo soggetto è un fanatico, ortodosso, è considerato il capo al quale tutti si rivolgono, il fascista che è andato via dal partito per la sua fede repubblicana', son costretto a parlare del mio passato. Non l’avrei fatto perché non ho l’abitudine di guardarmi nello specchio e richiamando i miei trascorsi, non rinnego nulla perché non ho nulla da rinnegare. Del mio passato sono orgoglioso e non mi difendo piangendo: lo faccio come fa un uomo, con serenità e con il sole in volto. Lo spettacolo non certo edificante di coloro che, a cospetto dell’Alta Corte di giustizia, piagnucolano beccandosi come bambini sorpresi con le dita sporche di marmellata rubata, non è per me. Ho militato nel fascismo sin dalla fondazione e me ne sono allontanato quando la mia coscienza mi ha imposto di farlo. Ho cominciato a prendere posizione nel Congresso di Napoli allorché affermai di non volere Duci per diritto divino. Ciò dissi, non perché fossi in polemica con colui che doveva guidare, per tanti anni, i destini della Nazione, ma perché conoscevo la Storia d’Italia e mi era noto il carattere dei miei connazionali. Temevo che la corte che si andava formando intorno all'Uomo, avrebbe portato il paese alla rovina. Non mi sono sbagliato. Mussolini può avere molti torti, ma ai miei occhi ha un merito: aver sognato la Grande Italia. Tornato a Cosenza, compresi che dovendosi con l'avvento del fascismo affermare la volontà e l'autorità dello Stato, bisognava a ciò uniformare ogni nostra azione. Per questo, allorché in Consiglio Provinciale, ove rappresentavo il mandamento di Aprigliano, alcuni soggetti cercarono di far violenza a un consigliere di parte socialista, mi opposi energicamente. Feci osservare che, essendosi ricostituita l’autorità e la forza dello Stato, anche le più piccole violenze di parte dovevano cessare. Aggiunsi che senza debolezze mi sarei opposto a qualsiasi prepotenza. Parlando dello Stato, ricordo a me stesso la tragedia spirituale del Pubblico Ministero che si trova in quest’aula a rappresentarlo e difenderlo, mentre i suoi tre figli, ufficiali, si trovano oltre il fossato che divide gli italiani per servire altri eserciti e altre ideologie.
“Del richiamato episodio del Consiglio Provinciale ho fornito a suo tempo documentazione originale esibendo il foglio di Cronaca della Calabria del maggio 1923. Per questo fui espulso dal partito, per indisciplina! Da quel momento, assunsi atteggiamento di opposizione contro tutto ciò che faceva inesorabilmente slittare il Paese. Per queste ragioni, nel 1930, fui inviato al confino dopo un lungo periodo di carcerazione. Dal confino, tornai per l'amnistia del decennale, non perché avessi firmato atti di misericordia come hanno fatto tanti politici oggi in auge che chiesero indulgenza a Mussolini. Il mio atteggiamento non è mutato. Del periodo trascorso al confino parlo per qualcosa che allora mi colpì profondamente. Per la ragione dell'assegnazione al confino, nei miei confronti, pur avendo fatto il mio dovere in guerra (come risulta dallo stato di servizio e dalle ferite riportate) fu adottato dall'Esercito un provvedimento disciplinare e, con il pretesto dell'attività politica, fui rimosso dal grado di ufficiale. La cosa strana è che l’esercito che allora mi ha giudicato antifascista oggi mi qualifica fascista ortodosso e fanatico. Nell'aprile 1943, allorché molte cose dolorose erano già in vista, accettai di rientrare nel partito e, facendo ciò, ho ubbidito ad un conosciuto detto inglese che recita… quando il tuo paese è in guerra, non domandarti se lo è a torto oppure a ragione, servilo! Giusto o sbagliato che sia, è la tua patria! Noi italiani abbiamo per vizio secolare l'abitudine suicida di litigare per i conti della servitù che abbiamo dimenticato di rivedere ieri. Va detto anche questo. Rientrato nel partito, assunsi posizione critica contro molte cose. Secondo me, bisognava subito epurare certi ambienti per meglio arginare la tempesta che si addensava sul nostro paese. Scrissi in proposito su Calabria fascista e, mi espressi in questi termini: la sola libertà di gridare eia eia alalà alle cose buone e alle cattive, porta la nazione alla rovina. Mi fu in seguito affidato il comando delle 'guardie ai labari', allo scopo di condurre la guerriglia in caso di invasione. Il comando mi è stato tolto per le scelte giornalistiche prese e, maggiormente, perché convinto che di siffatte bande dovessero far parte tutti gli italiani, senza distinzioni. Al di fuori della loro appartenenza politica. Giunto l’otto settembre - il giorno più amaro della millenaria storia d'Italia - vedendo che tutto precipitava, compresi che qualcosa si doveva pur fare. Che bisognava soprattutto non partecipare alla pagliacciata tragica in corso. A quanti mi avvicinavano ho consigliato di non far politica in questo momento perché è vergognoso far politica a seguito delle guardie scozzesi e dei battaglioni delle diverse nazionalità. Per me, infatti, quelli che in molti affermano abbiano portato la libertà nel nostro paese e che voi chiamate Alleati, sono semplicemente gli inglesi e gli americani. Questo infine il mio passato. Mi trovo oggi con tanti giovani e insieme viviamo i giorni non facili della carcerazione. Ne sento spesso i canti della patria. Né io né voi possiamo giudicarli. Chi può farlo? È quanto mi chiedo. Bisogna tenere in mente che abbiamo ricevuto in eredità un’Italia in fioritura e lasciamo loro un paese in totale disfacimento. Di chi la colpa? È inutile fare del gesuitismo; non addebitiamo tutto al fascismo se l’Italia è caduta com'è caduta. La colpa è di ciascuno e tutti. Nessuno può tirarsi indietro! Lo intende il mio dire, signor Generale? Questi giovani e chi vi parla si trovano oggi a cospetto d'un Tribunale Militare straordinario di guerra, ma non intendono diventare l’osso gettato in bocca allo spietato cane demagogico. Mi si dice di gente che mi stima. Non so che farmene della stima degli altri: sono io che disistimo molta gente. Sono stato fermato a Bari e trasferito a Poggioreale; da Napoli a Regina Coeli, da Regina Coeli a Poggioreale a disposizione degli inglesi, per oltre due mesi. Sono rimasto segregato in una cella della sezione amministrata dagli inglesi e dagli americani. Gli inglesi, che istruivano la cosa, non dovettero trovare niente di preoccupante nella faccenda che mi riguardava. Appresi, infatti, che nulla era emerso contro di me per dar luogo ad altri procedimenti. La mia permanenza a Roma non risulta dagli atti. Chiedo, in proposito, che si facciano i necessari accertamenti. Aspetterò con serenità la sentenza che sarà pronunciata da voi rappresentanti del nostro Esercito che, a parte le sventure del momento, resta l'unica cosa alla quale gli italiani hanno sempre creduto. L'Esercito deve tornare ad essere il Grande Silenzioso, al di sopra delle parti. Per far ciò, non può essere scavato ancor più il fossato che divide gli italiani.”

 

Gli interrogatori proseguirono e avemmo la possibilità di constatare la conferma, da parte degli imputati, delle deposizioni rese nel tempo.
Poche le rettifiche, irrilevanti. Restavano da interrogare quanti si trovavano a piede libero e in libertà provvisoria, allorché l'Accusa chiese al Generale di 'procedere alla contestazione per Colosimo Antonio e Scola Giuseppe della qualifica di promotori'. La richiesta, accolta, sollevò le proteste dei difensori che chiesero di… 'conoscere per quali motivi, dopo una così lunga istruttoria, si procedesse, senza alcun preavviso, ad altre pesanti contestazioni'. Non ottennero risposte. Per dar modo ai difensori di consultare gli atti relativi alla richiesta furono concessi cinque giorni di tempo. Nuova Calabria avanzò critiche allo strano Tribunale nel quale l’Accusa impera e neanche uno straccio di verbale è stato redatto!
Alla ripresa del dibattito, toccò agli inquirenti italiani riferire. Pecorella, del Contro Spionaggio Italiano, era il più autorevole. Salutò, giurò, sedette e parlò di… vicende riprese nei verbali. Filosa aveva la passione per le bande armate. Può essere considerato la Ninfa Egeria alla quale tutti attingevano. Molti furono i gruppi collegati fra loro, ma non abbiamo prove. Filosa si è allontanato da Cosenza recandosi a Bari con l'intenzione di sottrarsi all'arresto, ma non esiste alcuna certezza che abbia ordinato l'incetta delle armi. Filosa chiese al Pecorella:
“Perché sono stato trattenuto a Regina Coeli?”
“L'imputato è stato a disposizione degli Alleati.”
“Sono stato a disposizione degli inglesi; cosa ben diversa a mio parere.”
Il Pecorella rigirò nervosamente i guanti tra le mani e abbozzò un enigmatico sorriso. Era stato giudicato agente freddo, risoluto e spietato, simile a Javert. Degno della penna di Victor Hugo. Grande esperto in intimidazioni e minacce. Fine, astuto ed infaticabile doppiogiochista. Molti accusati erano stati da lui interrogati, altri ne avevano avvertita la presenza ingombrante nei lunghi dieci mesi trascorsi in quel di Poggioreale, a Napoli. Perché mentiva e tergiversava? Seguirono giorni contrassegnati da rapporti tesi tra l'Accusa, sempre più accanita, e la Difesa, ancor più determinata. Quanto accadeva lasciava perplessi. Avevamo sperato in un processo rapido e sereno, ma tale non era. Nei giorni che seguirono assistemmo a un curioso episodio: uno dei minorenni, tra quanti sedevano appena fuori dalla gabbia, si alzò ed - elusa la sorveglianza - raggiunse il tavolo dei giudici e balbettò frasi sconnesse. Il Generale non mosse ciglio e il giovane fu riaccompagnato al suo posto. In quegli istanti avvertii ancor più chiara la certezza della condanna.
Seguì l'arringa del Procuratore che procedette per fasi. L’ultima trattò della storia del processo. Inconsistenti gli argomenti trattati. Mi domandai: dove riscontrare i collegamenti tra i singoli ed i gruppi di presunti eversori? Come sostenere, a un tempo, l'esistenza dell'associazione per delinquere e la sovversiva? Come supportare l'immenso castello accusatorio con il ritrovamento di poche armi e per le confidenze di alcuni sprovveduti? L’intervento, monotono e prolisso, ebbe fine. Notammo che il Procuratore aveva subìto una profonda metamorfosi. Il tono della sua voce era, infatti, diventato aspro, ogni blandizia dissolta:
“Voi colpevoli, eversori, sabotatori. La mia arringa ha rappresentato la schiacciante dimostrazione di circostanze e accadimenti delittuosi da perseguire con la massima severità. Avrei fatto meglio a rubricare il reato di guerra civile come consigliavano i miei collaboratori. Riaffermo le responsabilità dei promotori e ne chiedo nove anni di reclusione. Ribadisco le colpe dei partecipanti e ne sollecito la condanna a quattro anni.
Per i minorenni, nei limiti consentiti dalla legge, chiedo la riduzione della pena di un terzo. Per quanti si trovano a piede libero e in libertà provvisoria, avanzo richiesta d'assoluzione per insufficienza di prove.

 

Condivisi il punto di vista di quanti giudicavano non essere la nostra un’associazione sovversiva. Tale associazione presuppone impegno costante e attività ininterrotta, impiego notevole di uomini e mezzi, possesso di armi efficienti e munizioni in quantità. Addestramento continuo e specializzazione dei singoli aderenti, a prescindere dal loro numero e dalla loro età. Era inimmaginabile che ottantotto soggetti, in maggioranza giovani e giovanissimi, con il concorso esterno di alcune decine di anziani, senza scorte di armi, viveri e mezzi finanziari, potessero attentare alla sicurezza dello Stato e del nuovo ordine costituito. Senza tener conto che l'impervio e vasto territorio che doveva diventare teatro delle loro gesta, si trovava sotto il ferreo controllo delle efficienti polizie militari di due tra i più potenti eserciti del mondo. Ove riscontrare, inoltre, i segni della violenza che di solito s'accompagna alle azioni di gruppi eversivi compatti e determinati?
Avevamo tentato di prosciugare il mare con un guscio di noce (il parere dell'Accusa espresso pubblicamente in aula) e non si prevedevano attenuanti per gli adulti. Neanche per i minori.
Il portone d'ingresso al Forte si chiuse alle nostre spalle. Ci avrebbe restituiti il giorno dopo ai disciplinati carabinieri del maresciallo Putortì.

 

Giunse l'ora dei difensori. Primo a parlare il penalista Caio Fiore Melacrinis, decano del Foro di Nicastro.
Era seduto nell'angolo anteriore sinistro del quadrilatero difensivo, presso la gabbia degli imputati.
Accanto a lui Leonello, suo figlio, il bel ragazzo biondo che amava giocare con il tritolo.
"Son vecchio e questa è la mia ultima arringa! Questi adolescenti hanno creduto e, non ostante tutto, continuano a credere. Questa è la loro colpa! Chi oserà levare la spada per abbatterli? Fra tanta umana miseria, questa vicenda è una rara dimostrazione di tenacia, integrità morale ed onestà. La giustizia deve punire i colpevoli. Il magistrato non può farsi guidare da sentimenti di parte. Bisogna avere il coraggio di giudicare con serenità e in coscienza assolvere. Se si condannano questi giovani, si offende il loro sentire e si calpesta la memoria di quanti hanno creduto e non sono più."
Seguirono gli interventi dei difensori Bona, Madia, Pittelli. Gennaro Madia, del Foro di Roma, si espresse:
“Parlando di giovani, considero mio dovere citarne uno - Aldo Paparo, il miglior difensore di se stesso - del quale non sapremmo se maggiormente ammirare il tecnicismo dell'espressione oppure la sicura aderenza ai fatti della causa. Egli afferma essere gentiliano, direi neo-idealista hegeliano. Noi che apparteniamo alla generazione anteriore alla sua, ritroviamo la sincerità di confermare che il più gretto pragmatismo ha ispirato la nostra condotta di vita durante il ventennio. Assistiamo al crollo di miti e speranze. I ragazzi dei quali parliamo sono ripiegati nella negazione d’ogni certezza e valore perché troppo giovani per divenire presto uomini e per darsi altre ideologie, per ritrovarsi nel quadro dei sogni spezzati e dei superiori ideali infranti. Un’acre ironia del destino od un oscuro disegno della storia, vuole che in questo processo si colga l’estremo anelito del Paese. Questa gabbia, materialmente e simbolicamente, è angusta, non idonea a custodire quanti fanno parte della giovinezza d'Italia. Dev'essere subito spalancata! Se così non fosse, se rimanesse sbarrata, questi giovani perderebbero la speranza nell'avvenire e la fede nella libertà.”

 

Sulla personalità di Aldo Paparo, studente in legge e primo catanzarese ad essere interrogato, si soffermarono i periodici locali. Nuova Calabria' scrisse di lui…
“Non senza emozione abbiamo visto, attraverso le sbarre, dietro le quali eravamo abituati ad osservare le sembianze di uomini incalliti nel delitto o ivi spinti dalle travolgenti passioni - levarsi la figura di questo catanzarese che conoscemmo come giovane dal brillante ingegno e dalla solida preparazione. Ingegno e preparazione che non ha, neanche per un istante, smentito nell'autodifesa. Con parola sicura, ha esposto la sua tragedia che è la tragedia dei giovani che hanno visto crollare miti e ideali nei quali avevano creduto. Nord e Sud scrisse di fiumi di parole e auspicò la ricerca della verità che ormai deve essersi fatta strada nel cuore e nella mente dei giudici. Seguirono le arringhe dei difensori Serra, Caporale, Sapia, Marini, D'Ippolito. Tassone, Madonna, Cantafora, Casalinuovo Aldo, Cribari, Ruffo, Goffredo, Cerra, Carolei. Alcuni provocarono un gran vespaio nel Palazzaccio. Furono costretti a rilasciare dichiarazioni autografe nelle quali affermavano di non avere mai inteso fare, nelle loro arringhe, richiami adulatori al passato regime.
L'episodio rassegnava il clima di quei giorni difficili saturo di tensioni ideologiche e accesi scontri personali.

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