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Ruzzoloni e punti di svista

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Relatività, Escher

«Non capisco perché ci abbia messo così tante scale. Ok, la vita è complicata, le difficoltà innumerevoli, gli obiettivi difficili da raggiungere, ma tutte quelle scale. Che titolo, poi: Relatività. Punti di vista o di svista? La verità è che quando meno te l’aspetti ruzzola tutto e tu che fai? Scegli il bianco o il nero? Bianco, io scelgo sempre il bianco! Non capirò mai Escher, avrò anche una fantasia sfrenata, ma proprio non lo capisco. Tutte quelle scale... ah, io il bianco e il nero li uso di sicuro in modo meno faticoso e più piacevole!».
Lucilla si è presentata così o meglio, la voce di Lucilla ha fatto irruzione nella mia estatica contemplazione dell’opera di Escher “Relatività”, riportandomi, è il caso di dirlo, giù dalle scale. Devo ammettere che c’è voluto davvero poco per passare dal bianco e nero di Escher al rosso carota dei capelli di Lucilla. Come essere indifferenti a una nuvola rossa così voluttuosa, illuminata da due grandi occhi color muschio incastonati in un delicato e delizioso visino da bimba? Quell’osservazione impertinente sulle famosissime scale di Escher non poteva non incuriosirmi e invitarmi all'incontro con quella che sarebbe diventata la mia delizia del mercoledì sera.
«Mi scusi, non ho potuto fare a meno di ascoltare la sua osservazione su Escher, mi chiedevo in che modo lei usi il bianco e il nero.»
Lucilla si voltò con fare indagatore, pareva si stesse chiedendo chi avesse invaso il suo pensiero ad alta voce e, dopo aver esaminato superficialmente l’ inconsapevole disturbatore, rispose con decisione: «Scacchi!»
«Scacchi?» riuscii a ribattere con tono incerto.
«Conosce un modo migliore e più piacevole per usare il bianco e nero? Io no, ci ho provato, ma niente: il piacere che mi danno combinandosi negli scacchi lo trovo ineguagliabile.»
«Non ci avevo mai pensato… »
«Non mi stupisce, nessuno ci pensa, o meglio, nessuno gioca a scacchi come gioco io e nessuno dedica agli scacchi un giorno, sempre lo stesso, come faccio io. Mercoledì né un giorno in più né uno in meno!»
«Mercoledì? Perché proprio il mercoledì?»
«È per non aspettare troppo, mercoledì è a metà. Beh, non proprio a metà, ma quasi. Il giovedì lo trovo noioso, il martedì è troppo vicino al lunedì, insomma il mercoledì è quello giusto.»
Poco tempo dopo avrei compreso quel suo discorso tanto strampalato quanto attraente e avrei visto Lucilla aspettare con impazienza ogni mercoledì a partire dal mercoledì sera, appena dopo la fine della partita. Avrei capito anche perché lo considerasse il suo piccolo momento di piacere e, forse avrei anche carpito qualcosa in più su quegli occhi verde muschio che mi si erano incollati addosso dal momento in cui ero caduto giù dalle scale di Escher.
«Non sono molto bravo con gli scacchi, lo sono più con le scale, ma se volesse insegnarmi le sarei davvero grato.»
«Dovrei rifletterci, così, su due piedi, non so nemmeno come si chiama, ma, a pensarci bene, non sa nemmeno come mi chiami io, quindi siamo pari e direi che: sì, potrei insegnarle!»
Il suo modo di fare e quei piccoli ragionamenti di cui non riuscivo ad afferrare la logica erano per me un invito sempre più irresistibile. Desideravo che quel ruzzolone fortuito continuasse sull’affascinante pianura bicolore, speravo che avvicinarmi a Lucilla mi avrebbe potuto dare accesso non solo al gioco degli scacchi, ma a quel mondo che non vedevo l’ora di visitare.
«Le voglio dare un vantaggio. Guido, mi chiamo così e sono un critico d’arte. Adesso sa una cosa in più su di me.»
«Interessante, così lei se ne intende di tutte queste scale, di quello che Escher voglia dire, ammesso che quello che lei sa sia davvero quello che pensava Escher. Del resto, chi può sapere cosa viva nel mondo silenzioso di cui noi, di volta in volta, decidiamo cosa svelare? Guido, nome interessante e, mi dica, è sempre lei a condurre nella vita o lascia che la conducano? Non trovi banale la domanda, ma credo che niente nella vita ci capiti a caso, neppure un nome e il suo potrebbe essere una sorta di messaggio, ci ha mai pensato?»
No, nemmeno a questa cosa avevo mai pensato, come a tutte quelle cose che pochi minuti trascorsi con quel fortuito ruzzolone mi sembrava di non aver mai guardato, almeno non con quegli occhi.
«Condurre? Credo di non averci mai pensato… »
Ecco l’unica cosa che mi venne in mente di dire, mentre i miei pensieri correvano al mercoledì, forse, più veloci di quelli di Lucilla che sembrava vivere solo per quel giorno.
«Ci pensi, oggi è venerdì, ha un po’ di tempo fino a mercoledì, vedrà, basterà iniziare a giocare a scacchi e non vorrà più perdere un mercoledì. Sono proprio curiosa di vedere come se la cava, la aspetterò a casa mia, in via Bonaventura 33, alle 21. Mi raccomando, che siano le 21. Lucilla, io mi chiamo così».
Lucilla e il mio primo mercoledì con lei non potevano che diventare la mia ossessione di quella settimana. Avevo ripensato alle sue parole: “È per non aspettare troppo, mercoledì è a metà. Be’, non proprio a metà, ma quasi”. A me sembrava non arrivasse mai, ma alla fine era arrivato puntuale come ogni settimana. Alle 21 meno 3 minuti ero davanti casa sua e, alle 21 in punto, il mio dito premeva ansioso il campanello.
«Puntualissimo! Mi segua, giocheremo in una stanza che uso solo per il mercoledì», questo il suo benvenuto. Era ancora più bella di quando l’avessi lasciata, i capelli le incorniciavano quel piccolo giaciglio niveo per quegli occhi di muschio che non riuscivo proprio a non guardare.
«Allora, Guido, ci ha pensato? Conduce sempre lei?»
«No, non sempre, stavolta mi affido completamente a lei, credo conosca meglio di me le regole del gioco». Intanto la porta della stanza del mercoledì, come l’aveva definita Lucilla, era aperta. Una stanza bianca, due cuscini e una scacchiera, nient’altro.
«Si sieda, la prego, si metta a suo agio».
Lucilla, era già a terra, gambe incrociate e sorriso luminoso. Io ero rimasto lì, cercavo di capire cosa trovasse di così speciale in quella stanza bianca abitata solo da quei cuscini e la scacchiera.
«Guardi che se è vero che ognuno di noi sceglie cosa rivelare del proprio mondo silenzioso, è anche vero che qualche volta si riesce a leggere nel pensiero. Sieda e scoprirà cosa ci trovo di così bello in questa stanza bianca quasi vuota.»
Mi aveva scoperto! Che riuscisse sul serio al leggere nel pensiero? Quasi speravo potesse, quasi volevo sapesse quanto avevo atteso quel giorno e come fosse incomprensibile per me desiderare tanto una partita a scacchi con una sconosciuta, io, che a scacchi nemmeno sapevo giocare.
«Eccomi, sono pronto ad ascoltare le regole.»
«Regole? Non ce ne sono, semplice! L’unica regola è che io prendo sempre i bianchi!»
E, mentre lo diceva, accarezzava i suoi pedoni bianchi come non potessero essere altro che una piccola parte di lei.
«Io credevo… »
«È questo il punto, in questa stanza non esiste niente che possa essere logicamente spiegato, qui io e lei siamo soltanto due cantastorie. Gli scacchi interpretano quello che noi vogliamo raccontare, così le torri sono torri costiere, oppure fari che illuminano il cammino dei fanti alla ricerca di regine perdute, i cavalli corrono liberi sul mare o tra i boschi e i sovrani decidono le sorti dei loro sudditi. Io e lei saremo l’anima di questa scacchiera che racconterà di volta in volta una storia diversa, una storia dove il bianco può diventare nero e il nero bianco. Una storia che sarà sempre e solo la nostra storia, sempre diversa, in cui noi stessi saremo noi e, al contempo, distanti da noi. Tutto si concluderà alle 24 né minuto più né minuto meno, a quel punto la porta si aprirà, lei andrà via e non ci vedremo né sentiremo fino al mercoledì successivo. Crede di voler iniziare a giocare?
Glielo chiedo perché c’è un motivo per cui non ho un compagno di gioco fisso. Loro iniziano, credono di potercela fare, di riuscire ad abbandonare la logica, a vivere il mercoledì come un gioco, ma arriva sempre il momento in cui vogliono che il mercoledì sia accompagnato da tutti gli altri giorni della settimana. A quel punto, devo ricordar loro che ho scelto il mercoledì, proprio perché è a metà e che sarà sempre l’unico giorno in cui il bianco e il nero si incontreranno».
Ammetto che la risposta non sia stata semplice come si possa pensare, Lucilla sembrava riuscire ad abbandonare ogni logica al varco della soglia di quella stanza bianca, sembrava sapere che non avrebbe mai avuto bisogno di più che un mercoledì. Lei, ma io? A me sarebbe sempre bastato? La voglia di scoprire il suo mondo era più forte delle esitazioni che mi portavano ad abbandonare il campo da gioco, così, risposi con un: «Muova lei, ha i bianchi, la prima mossa spetta a lei!»
A quel mercoledì ne son seguiti tanti altri, quel freddo modo di colloquiare si era sciolto in un linguaggio sempre più complice e confidenziale, ci davamo del “tu” usando un piglio formale solo quando la nostra storia lo richiedeva. Speravo non sarebbe giunto quel momento, quello dell’abbandono del campo da gioco, ma, inesorabile, arrivò. Lucilla non la vedo più da un anno, da quel mercoledì in cui le ho chiesto di poter restare e lei mi ha risposto :”Mancano tre minuti alle 24, ti avevo avvertito, questa richiesta la considero un addio”.
Così è stato, un addio, silenzioso ché tanto sapevo Lucilla leggesse nel pensiero, che oltre a non poter mai scegliere i bianchi succedeva che non potessi più nasconderle niente.
Anche oggi è mercoledì, inauguro una mostra su Escher, ho richiesto ci fosse “Relatività”, del resto, quelle scale in bianco e nero mi ricordano il ruzzolone più bello della mia vita.
Mi dirigo verso il dipinto e mi soffermo .
«È inutile, queste scale non riesco proprio a capirle, continuo ad usare in modo più piacevole e divertente il bianco e il nero. Mio caro Escher, cosa volevi dire?»
Mi volto ed incontro quegli occhi color muschio che ancora, nonostante la distanza, sento incollati addosso:
«Lucilla, credevo… »
«Ti avevo detto che la regola non era che una: io prendo sempre i bianchi e, forse, non vale neppure più quella. Conduci tu, adesso!»

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