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Un Racconto di Natale

Capitolo I
Cambiamenti

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Il XX secolo lo aveva colto di sorpresa.
Ad una certa età i cambiamenti disorientano e lui disorientato lo era di certo.
Abituato a certi ritmi e ad una completa autonomia di lavoro, di organizzazione e di spostamento, oltre che di nome, ora non ci si ritrovava... o meglio, non capiva più nulla di quanto stava accadendo.
Nessuno aveva chiesto il suo parere.
Si, è vero, tanto tempo fa, aveva espresso un'opinione del genere, ma lo aveva fatto quando, dopo Natale, la chiusura del laboratorio lo aveva particolarmente rattristato: qualcuno lo aveva sentito dire, ad alta voce, che il suo lavoro e quello del laboratorio non si sarebbero dovuti fermare mai, per il bene di tutti.
Ma era stata una considerazione buttata li, così, forse ripetuta solo con lo sguardo triste tipico del mese di gennaio, al termine del periodo natalizio. E poi, era più giovane, forte, sano rispetto al passato.
Ma via... non prendiamo tutto sul serio!
Potevano discuterne insieme prima di decidere definitivamente!
“Acconsenti? ... Non acconsenti?”
Trovarsi in questa situazione nuova era stato un colpo barbino.
Solo il laboratorio era rimasto intatto. L’unico cambiamento era stato l’orario d'apertura che ora era diventato continuativo: sabato, domenica e festivi compresi.
Prima il laboratorio riapriva a Marzo, precisamente il 21 - giorno dell'inizio della primavera - per preparare il carico di richieste da distribuire a Natale, e chiudeva a gennaio, dopo l'epifania.
L'inizio della primavera era di buon auspicio, anche se i ghiacci perenni risentivano poco dei cambiamenti stagionali.
Ma così aveva stabilito lui, da sempre, e ora non capiva più o, non ricordava perché, il ritmo dovesse divenire più frenetico e continuo.
La testa gli girava.
Seduto su quel muretto pieno di neve, accanto al ponticello che collegava le due sponde del fiume ghiacciato, guardava il laboratorio lontano, pieno di luci, di operai e con rumori assordanti, fumi, vapori, fiamme, musiche e grida.
Avrebbe dovuto essere contento di questa trasformazione e forse, nel suo intimo, lo era, perché lo aveva sperato tanto e per troppo tempo, ma non aveva considerato ciò che questo comportava nella sua vita quotidiana.
La lunga barba gli scendeva sul petto ornata di piccoli cristalli di ghiaccio, che scendevano giù alla rinfusa mentre, come una locomotiva che arranca e sbuffa, il suo alito si vaporizzava dando l'illusione di sentire il fischio di un treno ghiacciato...
Non sapeva più neppure come si chiamava.
Non sapeva se era piccolo o grande, buono o cattivo, era tutti ed era nessuno.
Ce l'avrebbe fatta?
Perché gli hanno dato tutto questo credito?
Alla sua età!!!! Impossibile adattarsi. Eppure ce la doveva fare. Perché tornare indietro? Non lo faceva in effetti, metteva solo ordine nella sua testa che non ne voleva sapere di trovare la strada persa.
Questo ordine tardava a venire e la nostalgia dei tempi passati, quatta quatta, prendeva piede, ma non l'avrebbe avuta vinta!!!
La mano sulla guancia smuoveva il ghiaccio dalla barba innevata.
Anche gli stivali, seduto lì sul muretto del ponte, immobile, si erano innevati mentre, come coriandoli incolore, una volata di vento aveva liberato tutta la neve da un albero scheletrito.
Si sfregò le mani intirizzite.
Quando gli arrivarono alle orecchie, improvvisi e confusi, suoni e rumori diversi da quelli del laboratorio, il vecchio si accorse di essere ormai quasi del tutto ricoperto di neve.
Quanto tempo era rimasto lì a pensare? Non lo ricordava. 
Nessuno era venuto a chiamarlo, eppure qualcosa lo aveva svegliato da quel torpore... Saranno stati quegli strani rumori? 
Con un’agilità insolita per la sua età, scese da muretto battendo i piedi e saltando per liberarsi dalla neve. Alzando lo sguardo altra ne vide scendere lenta e silenziosa dal cielo.
Avrebbe voluto vedere qualche stella e la luna, farsi abbracciare dall'universo, ma niente, il cielo era una massa uniforme, compatta, grigia, neve e ancora neve che, nell’aria gelida, seguiva i capricci del vento mentre arrivavano ad ondate quei strani rumori sempre più forti e vicini.
Si ripulì lentamente e, con animo diverso, prese la strada del ritorno.
Strano però: il vestito sembrava più largo, le maniche più lunghe e la barba meno folta.
Stava succedendo un altra volta! Insomma non poteva fare lo stesso il suo lavoro senza tutti questi cambiamenti?
Ed ora? Cosa sarebbe successo ora? Il vento si attenuava, qualche stella bucava una nuvola diradata. La neve scendeva ora più rada fino a cessare del tutto e trasformarsi in una pioggia pungente che inzuppava i suoi vestiti. 
Un lampione illuminava tutto intorno e, stranamente, sentiva caldo. 
Notò che i suoi stivali  erano nascosti, coperti da uno strano pantalone blu. Lo toccò: la stoffa era rozza... erano jeans? Si jeans e la giacca di foggia strana, attillata... Non era più nella solitudine della sua terra ed ora era un uomo aitante, in perfetta salute fisica.
Quanta gente gli passava accanto! Felice, triste, sola, in compagnia… tutti indaffarati.
Guardò un albero che aveva di fronte: quei rami rinsecchiti, sottili e smossi dal vento, alla luce del lampione, creavano ricami sul selciato.
Un bambino irrequieto, tenuto stretto da una mano di mamma, impicciata da molte buste pesanti, però lo riconobbe. Come non avrebbe potuto riconoscerlo? Lo salutò con la manina libera, cercando di liberarsi dalla stretta della madre per corrergli incontro.
Lui gli sorrise facendogli un gesto, con la mano alzata, e il bambino si dimenò più forte. L'uomo sorrise e, stringendosi il bavero della giacca per ripararsi dalla pioggia insistente, cominciò a camminare per quelle vie affollate e rumorose così diverse dai suoi sentieri innevati.
Camminando sorrideva a se stesso, metteva un dito sulle labbra, si fermava pensieroso guardando in alto, sorridendo, approvando con il capo, poi riprendeva a confondersi tra la gente frettolosa.
Si fermò vicino a un chiostro di bibite e panini caldi guardandosi attorno. 
Si, era il luogo adatto per il suo piano. Si frugò addosso, tolse magicamente dalle tasche una serie di libri diversi fino a quando non trovò quello giusto, quindi lo abbandonò su una panchina.
Il libro cominciò a giocare col vento.


Capitolo II
Il Libro

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Il ragazzo si sentiva bello e lo era.
Alto, muscoloso, occhi verdi, sguardo penetrante e portamento da divo del cinema. Misurava a gran passi la sua stanza.
Ora avanti e indietro, ora in circolo, mani dietro la schiena: aveva l'atteggiamento di chi sta per scoppiare.
Faceva il buttafuori in una discoteca che ora gli aveva dato il benservito.
Aveva tentato altri lavori, ma, per un motivo e per un altro, erano naufragati dopo pochi mesi.
Quello del buttafuori gli era consono e perché era notturno e perché era nell'ambiente che più gli piaceva.
Aveva lasciato la scuola all'ultimo anno e non se ne era fatto mai un cruccio, se non fosse stato per l'atmosfera familiare resa irrespirabile dalla madre pretenziosa e rompiscatole che pretendeva dalla mattina alla sera un maggiore impegno da parte sua…
Oh mà... e lasciami stare!” protestava al mattino appena sveglio perché la madre, imperterrita, entrata in stanza alle 7,00, alzava d’impeto le serrande e apriva le finestre anche in pieno inverno.
Alzati, alzati, ALZATIIIIIII!!!” gridava infuriata.
Alta quasi come il figlio, ma magrissima, sarebbe stata ancora una bella donna se non avesse avuto uno sguardo depresso e sconsolato. I suoi capelli, lunghi e incolti le scendevano lungo le spalle; il fisico era asciutto, ma ben proporzionato; vestiva sportiva, ma si stentava a darle i suoi 48 anni.
A mà e lasciami dormire...!” si lamentava coprendosi la testa col cuscino.
Il fratellino, già pronto col suo grembiulino, sbirciava dalla porta aperta, confuso.
Perché io devo andare a scuola se quello dorme?” sembrava chiedersi.
La sorella invece, ferma ai piedi del letto, anche lei pronta per andare a scuola, con le mani sui fianchi, lo fissava con rimprovero.
Il padre non parlava. Ignorava tutto, come se quello che lo circondava fosse una realtà che non gli appartenesse: era solito sorseggiare lentamente il suo caffè, quindi andare in stanza per vestirsi, per poi uscire di casa a testa bassa.
Era piccolo di statura, tarchiato, i tratti grossolani… aveva un non so ché di contadino, benché lavorasse come commesso in un negozio di ferramenta.
Portava sempre camicie a quadri dai colori sbiaditi e cravatte a righe grigie: qualunque vestito avesse indossato sarebbe risultato inadeguato su di lui.
La sua andatura era strascicata, lo sguardo corrucciato: sembrava sempre che avesse perso qualcosa e stesse lì a cercarla. 
Com’era invisibile per il figlio, il figlio lo era per lui.

Così, ogni mattina, qualunque fosse il periodo dell’anno, madre e figlio rimanevano soli a scontrarsi, tranne in quei brevi periodi in cui lui rimaneva fuori di casa, magari alla ricerca di un'occupazione. 
La perdita del lavoro notturno rendeva il martellamento materno insostenibile, soprattutto ora che i soldi stavano per finire.
Camminando in cerchio, andava via via infuriandosi per se stesso e con se stesso, per la sua vita, la sua famiglia e chi più ne ha più ne metta.
Doveva uscire, doveva allontanarsi, inventarsi qualcosa e subito o altrimenti rassegnarsi ed impazzire.
Afferrato il giubbotto militare dalla sedia, scappò dalla stanza, da quella famiglia e da se stesso.
Fuori, un vento sferzante, frammisto a qualche goccia gelida di pioggia, colpì il suo viso. Frastornato e imbacuccato nel suo giubbotto, si lasciava schiaffeggiare e stordire dalle luci e dal traffico della città che si apprestava alle feste natalizie ormai imminenti.
Cercò riparo dalla pioggia… si infilò in un vicolo deserto, squallido e poco illuminato che si immetteva nella via principale, piena di gente e negozi: questo tuttavia non fece altro che aumentare la tristezza nel suo animo.
Questo sarebbe stato il Natale per lui? Un Natale senza affetto? Senza lavoro? Senza regali?
Uscì dal vicolo: non gli serviva un riparo, era inutile, inutile tutto. 
Che lo schiaffeggiassero il vento e la pioggia, che lo mordesse il freddo pungente della sera, che lo ferisse la gioia della gente, che lo accecassero le luci scintillanti del Natale ormai alle porte... voleva solo lasciarsi cadere nel dolore, lasciarsi scivolare nel baratro in cui giaceva quasi morto. 
Si sentiva sempre più stanco, passo dopo passo. Poi, su una panchina vicino a un chiostro, improvvisamente, vide un libro: qualcuno l’aveva lasciato lì, abbandonato…
Chissà perché... si fermò a guardarlo, affascinato, mentre il vento sfogliava le sue pagine. Gli si sedette accanto. 
Lo guardò a lungo.
Poi lo prese in mano, lo apri, cominciò a sfogliarlo e... iniziò a leggerlo.
Il libro si intitolava "Il Richiamo della Foresta".

Si immerse nella lettura come non avveniva da tempo. Il libro lo aggredì, lo trasportò lontano, nelle vaste praterie innevate. Sentì vicino il latrato del cane lupo alla ricerca della sua foresta e dei suoi simili, ebbe la strana sensazione che gli fosse accanto e allungò una mano come per accarezzargli il pelo.
L'espressione contratta del suo viso si distese: palesava una pace nuova, un interesse diverso, esprimeva una voglia di cambiamenti, veri e possibili.
Chiuse il libro di botto, guardando davanti a sé.
Una giovane donna tentava di attraversare la strada: era ingombra di buste e le uniche due dita libere della mano destra tenevano strette quelle di un bimbo irrequieto e piangente.
Alla vista di un gatto che, furtivo, attraversò il viale, quelle due dita non furono più in grado di bloccare quelle del bimbo: questi si liberò e inseguì il gatto, prima oltre il sentiero e la fila degli alberi, poi oltre il marciapiede... infine di corsa per la strada trafficata di macchine.
Fu un attimo: al pari di una partenza di una corsa dei 100 metri, il ragazzo si lanciò all'inseguimento, senza pensarci. Raggiunse il bambino, lo afferrò al volo mentre una macchina gli sfrecciava vicino sfiorandolo. Era riuscito ad evitare la tragedia. 
Aggrappato al ragazzo il bambino piangeva, mentre la madre, con gli occhi sbarrati, era ancora immobile, terrorizzata.
Portò il bambino, piangente e ancora aggrappato al suo collo, alla madre. Solo allora, la donna realizzò il dramma scampato: posò le buste in terra, portò le mani al viso, poi tese le braccia verso il piccolo.
Il ragazzo glielo consegnò, poi prese le buste in terra e accompagnò madre e figlio a casa, in silenzio, mentre la donna continuava a baciare e stringere il figlio tra le braccia.
Grazie! Grazie tante!” non faceva che ripetere, con un sorriso e uno sguardo riconoscente.
Null'altro.
Il ragazzo, come se non fosse successo nulla, infilò le mani fredde nel giubbotto e tornò alla sua panchina.
Il libro era ancora là dove l’aveva lasciato. I fogli svolazzanti, come le ali di un uccello, si muovevano al vento.
Riprese il libro: lo aveva rapito, sembrava che l'animale gli ansimasse vicino, a bocca aperta, con lo sguardo intelligente e fiero, sprigionando un forte odore di bestia selvatica.
Ma lui, leggendo, non ne aveva paura, anzi, sentiva di amarlo, di esserne amico, di condividerne la sofferenza e il richiamo verso una terra selvaggia che lo aspettava.
Dove era il suo rifugio?
Il traffico era sempre intenso e gruppi di persone gli passavano accanto, frettolose.
Ora gli sorridevano o… era lui che sorrideva loro?
Per la prima volta una domanda gli balenò in testa: dove aveva sbagliato?
Non se lo era mai chiesto: era scontato per lui che la colpa fosse sempre degli altri.
Dove aveva sbagliato? Quando era cominciato tutto ad andare storto?
Il freddo si fece più tagliente, ma lui rimase ancora sul quella panchina, con il libro in mano.


Capitolo III
Insoddisfazione

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La madre era stanca, ma continuava a mettere ordine in casa.
Quante volte aveva ripetuto gli stessi movimenti? Che senso aveva il suo lavoro?
Una sensazione di tedio e intolleranza le provocò una smorfia di dolore.
Era stata martoriata, come scolpita, con scalpello e martello, da tutti e tutto.
Era stata buttata nella vita così, come un blocco di marmo mal scolpito: così era venuta fuori la donna che era ora, incompleta e imperfetta.
A che pro?
Il passato la martellava, il presente la tediava, i suoi occhi non vedevano il futuro, o, forse, non volevano vederlo: non voleva che il suo presente fosse devastato anche da un futuro carico, sicuramente, di fallimenti.
Basta, basta, basta!
La fatica la stava uccidendo.
La fatica di tirare avanti una famiglia con un unico stipendio modesto, con le economie quotidiane, le rinunce.
Basta , basta, basta!
Dove erano finiti i suoi sogni?
Ora si trovava a vagare per casa angosciata.
Disordine ovunque!
Il letto matrimoniale disfatto.
Ogni mattina gli stessi gesti, sempre uguali, ripetitivi… era un terribile incubo.
Stese il lenzuolo sul materasso e si chiese quante volte lo avesse fatto in passato e quante altre volte si sarebbe trovata a farlo… si impicciò nello stenderlo. Perché? Era un lavoro che faceva da sempre, ma qualcosa la infastidiva: la sua mano teneva stretto qualcosa, ma cosa? L’apri: teneva stretti due dadi da brodo…


Capitolo IV
L'Uomo Ubriaco

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Dal marciapiede di fronte alla panchina, l'uomo osservava la scena accarezzandosi una barba lunga che non c'era e si allontanò solo quando vide il ragazzo prendere in mano il libro .
Quel mondo frenetico lo stordiva. Non ne capiva i tempi e i modi.
Si avviò verso una strada laterale ma ben illuminata da lampioni, vetrine e negozi diversi. Si fermò dietro i vetri di una lavanderia dove una donna sui 40 anni stirava accaldata e stanca una pila infinita di panni.
-“Non mi importa che questo è il tuo terzo turno! Non mi importa che lavori 13 ore al giorno!”- Gridava la grassa e anziana padrona del negozio contro la donna accaldata e stanca.
-“Adele!!! Guarda cosa hai combinato a questo vestito! Un altro po' e lo bruciavi!” - aggiungeva stizzita mentre la poveretta, a bocca serrata e sguardo basso, menava il ferro con rabbia sui panni.
Adele era stata una bella donna in passato, ora era diventata così sciatta! La perdita del lavoro del marito l'aveva costretta a questi turni massacranti. Ma non era il lavoro ad abbrutirla, era tutto il resto: i conti, le bollette, la solitudine, la rabbia del marito contro di lei, perché lei aveva saputo mantenere il lavoro e il suo rancore si manifestava con quel suo comportamento così aggressivo, carico di minacce ed offese, che le rendeva il suo ritorno a casa tanto penoso.
L'uomo l’osservava da dietro i vetri scuotendo la testa.
Pensieroso, corrugò la fronte, portò un dito sulle labbra strette... guardò ancora da dietro i vetri, abbassò la testa annuendo, quindi si allontanò dalla vetrina e, a passo svelto. tornò indietro.
C'era molta gente per quella strada e. forse per questo o forse no, accadde che si scontrò violentemente con un passante. Entrambi caddero rovinosamente in terra.
Eccoti!” - Fece l'uomo cercando di rialzarsi.
Ma guarda dove cammini!” - Gli rispose l'altro con arroganza biascicando le parole.
L'uomo si scusò ma l'altro inveiva in malo modo continuando ad aggredirlo. Inveiva e imprecava, poi alzandosi ricadeva mentre un conato di vomito imbrattava i suoi vestiti: era completamente ubriaco.
Ti ho trovato! Torniamo a casa che è meglio per te” - disse l'uomo.
Non si fece dire dove abitasse, lo sapeva già. Sorreggendolo dalle braccia, imbrattandosi lui stesso del vomito dello sventurato, lo trascinò pesantemente verso la sua palazzina, in quel vicolo buio. Salì ansimando le scale fino a che non lo depose contro la porta della sua abitazione, poi bussò e, veloce, andò via. Tornò al chiostro, col suo vestito magicamente pulito e sorrise guardando, dall'altra parte del marciapiede, quel ragazzo ancora seduto lì, su quella panchina, così profondamente immerso nella lettura del suo libro.


Capitolo V
La Famiglia

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Sempre le stesse cose! Infernalmente sempre le stesse cose!” La madre pensava demoralizzata quando il campanello di casa suonò distogliendola da quei pensieri così tediosi.
Era la sua vicina di casa: le spiegò, ansimante, che il marito era caduto e lei non riusciva proprio a rialzarlo.
Chissà da quanti anni abitava accanto a lei eppure ne conosceva solo il nome " Adele" e solo un buongiorno e un buonasera, per educazione, quando si incontravano per caso nel quartiere. Chi immaginava che avesse un marito?
Mise da parte la scopa, si pulì le mani al grembiule e attraversò di corsa il pianerottolo assieme alla vicina.
Un uomo sui 50 anni giaceva riverso contro la porta di casa.
Sembrava privo di sensi, il respiro era quasi rantolante, ma nell'avvicinarsi, una alitata di alcool la investì facendola indietreggiare.
Era ubriaco fradicio.
Insieme lo trascinarono dentro. La casa era disordinata e maleodorante. La vicina piangeva mortificata scusandosi per il marito e per tutto il disordine in cui vivevano.
Ma era disordine quello?
Il caos era assoluto mentre la sporcizia olezzava ovunque, da stordire.
La madre capì.
Cosa?
Nulla. Ma seppe cosa fare.
Si guardò intorno. Poi iniziò a darsi da fare.
Rialzò da terra l'uomo adagiandolo su una poltrona.
Lo ripulì alla meglio.
Iniziò a rigovernare la cucina, a lavare quei piatti lasciati lì, forse da una settimana.
La vicina, rassicurata, le raccontò il pesante lavoro in tintoria, la tirannia della padrona, la rabbia del marito senza lavoro ormai alcolizzato, i maltrattamenti di lui, la sua confusione…
Mentre la donna raccontava, lei continuò a mettere ordine con impegno e piacere, poi le riempì il frigo di un po' del suo cibo.
Quando le parve che tutto fosse in ordine, stanca, tornò a casa.
Casa sua! Era pulita! Capì come lei l’accarezzasse ogni giorno. Solo ora ne vedeva l’accoglienza, frutto delle sue premure.
Per la prima volta non le pesò tornare a casa.
Fu invasa da una straordinaria e dolce sensazione di pace. Tutto era più bello adesso.
Anche la stanza disordinata del figlio gli parlò.
Pensò che, forse, se l'avesse trovata ordinata e pulita, avrebbe potuto anche lui provare le stesse sensazioni.
Chissà, forse il ragazzo era confuso, aveva bisogno d’aiuto, forse era lei stessa che lo confondeva, lo turbava...
Forse non lo ascolto, forse non lo faccio parlare, forse l'ho bloccato quando voleva fare quello che avrebbe voluto: non volevo che facesse il meccanico! Volevo che studiasse, che avesse un avvenire migliore!” rifletteva, sempre più sgomenta.
Incominciò a chiedersi quando avesse cominciato a sbagliare con lui.
Rifece il letto e tutti i gesti ripetitivi di ogni giorno, ma stavolta accompagnandoli con pensieri diversi.
Tutto sembrò meno pesante, meno inutile.
Forse era questa la strada per superare la routine del lavoro?
Di solito ti fagocita, ti inaridisce.
Ogni lavoro ha la sua metodicità e... o la subisci o la diversifichi. C'era una scelta da fare...
Una tela bianca, o la imbratti o ne fai un capolavoro!
La figlia, aveva appena quindici anni! Stava diventando troppo autonoma e… “butta sentenze” ma era brava a scuola e ordinata a casa.
Cosa mi aveva chiesto l’altro giorno?” Cercò di ricordare.
Chiesto... chiesto... ah si! ... voleva... voleva avere una piantina di fiori da accudire! Ma lei le aveva detto di no, che era una perdita di tempo! Poi, tutto le era passato dalla mente!
In cucina, il caminetto non si accendeva ormai da qualche anno. Perché? Si chiese. Era pigrizia! Evitare altro lavoro.
Uno sguardo in giro e… c’era qualcosa che andava fatto, sistemato “ripristinato”.
Spostò il vaso di fiori finti davanti al camino lasciato inutilizzato per troppo tempo, andò a prendere della legna e accese un bel fuoco. "Si" -pensò -"Un bel fuoco fa famiglia".
Perché ora si muoveva contenta per casa, non si sentiva affaticata, stanca, insoddisfatta? Ora non si risparmiava e sentiva di volerlo fare e più lo faceva e più cresceva in lei un profondo benessere.
Due dati di brodo erano vicino ad un tegamino...
Li guardò, poi aprì il frigo e li rimise a posto.
Da quando non faceva le patatine fritte e pizza fatta in casa?
Piacevano tanto ai figli e al marito!
Poi, d’un tratto, il pensiero le tornò alla sua vicina. Che squallore! Ma come aveva fatto a non capirlo prima? Lo avrebbe detto al marito... avrebbero fatto qualcosa insieme per loro.
Preparò l’impasto della pizza e la mise a lievitare, sbucciò una quantità consistente di patate e si predispose a friggerle. In ultimo aggiustò la tavola.
Il rumore delle chiavi nella toppa l'avvertì del ritorno del marito.
Gli andò incontro guardandolo negli occhi, serena. Lui ricambiò lo sguardo, meravigliato, poi entrò in cucina. Tutto era pronto per la cena... fu allora che la riguardò negli occhi, incredulo, a lungo, come non la guardava da tempo, troppo tempo e, per la prima volta, si sentì “a casa”. 


Capitolo VI
Una Nuova Opportunità

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Ora non pioveva più e qualche stella spuntava nitida in cielo, ma faceva molto freddo a stare fermi così, sulla panchina.
Il vento aveva ripreso a spaginare le pagine del libro.
Era un peccato lasciarlo lì, chiunque lo avesse smarrito. La trama era avvincente. Gli ricordava le letture a cui si dedicava qualche anno prima, quando andava ancora a scuola, quando vedeva un futuro vittorioso davanti a sé.
Buttafuori nei locali notturni lo era diventato grazie a una raccomandazione nel mondo degli spinelli e droghe leggere, perché si, lui ne aveva fatto uso quando aveva lasciato la scuola e dopo i primi fallimenti a lavoro.
Una volta, due, poi ne aveva perso il conto.
Adesso ne era uscito. Si, questo era importante.
Il traffico si era ridotto, la gente si affrettava a rientrare nelle case, il chiostro aveva spento le luci: cominciava a chiudere i battenti. 
Tutto adesso era rientrato nell’oscurità e il cielo apparve nel suo splendore notturno: la luna pareva che ridesse alle stelle sparse nel cielo.
Si sentì abbracciare dall’universo.
Allora ebbe l’impulso di alzarsi ma di non abbandonare quel libro dimenticato. Si sentì positivo, sano, pronto a scrollarsi di dosso tutti i suoi errori e dare finalmente un senso alla sua vita.
Faceva ancora molto freddo. Le mani in tasca, il libro dentro il giubbotto, al riparo. Ora era pronto, poteva tornare a casa.
Quando entrò nel soggiorno, suo padre stranamente gli sorrise, mentre un delizioso profumo di pizza e patatine fritte riempiva l'aria. Sentiva che il suo corpo e il suo cuore si stavano scaldando con il calore del camino e il profumo avvolgente della cena riempiva la sua mente di tanti ricordi da tempo dimenticati. 
Domani si sarebbe informato per dei corsi serali. Doveva dare una svolta alla sua vita.
Si! Questa volta ce l'avrebbe fatta!


Capitolo VII
Magari...

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Certo la lombalgia gli era passata. Quel ritmo instabile al cuore non se lo sentiva più. Anche le ginocchia funzionavano alla grande e quel vestito lo indossava con disinvoltura e gli stava alla grande.
Appena il giovane si allontanò, l'uomo si sedette su quella panchina allungando le gambe come, da tempo, non riusciva più a fare. Forse non erano poi tanto male queste trasformazioni. Diciamo che questo era l’unico lato positivo delle “trasformazioni lavorative”.
Tornare più  giovani fa un certo effetto... vengono altri pensieri! ... viene voglia di correre, di saltare, di ballare, di cantare…
Ma come si fa, come si fa a contenersi?
Dio! Perché mi dai queste prove?
Prese un libro dalla tasca, lo sfogliò… era bello anche leggere senza occhiali!
Tutto era più facile, tutto più semplice. E la mente? Ricordava sensazioni piacevoli mentre il cuore suggeriva sogni impossibili!
Seduto sulla panchina continuava ad avere caldo e sentì la necessità di sbottonarsi un po'.
Improvviso gli arrivò un delizioso profumo di pizza. Da dove veniva quel profumo? Si girò a cercarlo, ma gli occhi gli andarono alle sue mani: stavano divenendo grinzose, il vestito più stretto... o forse lui si stava ingigantendo? Non lo sapeva... la barba, uffa! La barba stava tornando bianca e fluente sul mento con mille cristalli di ghiaccio e…la neve, la neve scendeva incessante.
Si alzò dalla panchina.
Il rumore assordante del traffico non si udiva più. Gli giunsero nel silenzio i suoni indistinti del laboratorio mentre le sue luci andavano perdendosi nella tormenta di neve.
Il vento suonava tra i rami stecchiti.
Con la mano grinzosa mantenne il cappello sul capo mentre, a testa bassa, sfidava il vento, incamminandosi verso il laboratorio con sguardo sereno, le labbra atteggiate a un soddisfatto sorriso: aveva fatto i suoi regali, quelli veri, quelli di cui nessuno parla mai.
In futuro sarebbe toccato ad altri, magari ad un uomo ubriaco e sua moglie, magari ad un bambino disobbediente... magari... si, magari era proprio questo che l'uomo voleva fare, continuare a dare e dare, tutti i giorni, tutto l'anno, tutti gli anni, per l'eternità.

 

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