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Profumi leggende nel ricordo dei corregionali emigrati

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CORDOBA, ARGENTINA - Albino Lucisano, durante il nostro incontro con amici conterranei, mi sospinge con garbo in un angolo della sala dell’hotel che ci ospita. Una volta appartati, mi chiede di poter esprimere un desiderio. Il suo comportamento mi incuriosisce.
“Hai bergamotto?” Chiede.
“Non ho bergamotto, ma semplice acqua di colonia che contiene in l’essenza che desideri.”
Un salto in camera e Albino è accontentato. A lui tocca, in compenso, elencarmi le ragioni che gli hanno suggerito di chiedermi l’essenza. Concordiamo di ritrovarci sul tardi, dopo che il ponentino agognato calerà sulla città. Albino Lucisano ha lavorato per anni nel settore delle pelli. Proprietario di una piccola industria per la concia, travolta dalla grave crisi degli anni ottanta, è attualmente impegnato a rappresentare, in provincia di Cordoba, una società con sede centrale in San Miguel de Tucuman.
“Questo lavoro non tira più - si sfoga - mi permette soltanto di sopravvivere. Ho moglie e figli. Il più piccolo frequenta la scuola di agricoltura e studia l’italiano.”
Della Calabria, Albino ha labili informazioni, datate, apprese dalla nonna Marta, nata Morabito. I suoi avi erano originari di S. Stefano d’Aspromonte, paese posto a occidente della montagna omonima, sul versante destro della fiumara di Gallico. Località molto nota, già regno del re d’Aspromonte, il bandito Musolino, il cui ricordo vive ancora nella fantasia popolare.
All’inizio del secolo, suo padre Stefano, decise di partire per l’Argentina nella speranza di cambiare esistenza. Una scelta sofferta, ma necessaria a cagione della vita grama costretto ad affrontare.
A differenza di quanti si erano rifatti, senza alcuno scrupolo, una nuova famiglia, appena ne ebbe la possibilità chiamò presso di sé moglie e figli.
Va detto altresì che Stefano non aveva mai rifiutato il lavoro in Calabria. Boscaiolo, agricoltore, guardiano di greggi in montagna e bracciante. Aveva lavorato finanche nella filanda di Villa San Giovanni. La buona volontà era valsa a procurargli molte simpatie, ma stima e rispetto non sfamano. Non aveva saltato nemmeno i raccolti annuali del bergamotto; fatica senza certezze: sedici ore al giorno, compresa la domenica, mal remunerate. Gli accordi con il padrone lo costringevano a restare sul posto di lavoro, lontano dai familiari e da Monte Basilico ove coltivava a patate un modesto pezzo di terra. Del bergamotto, Albino ha sentito parlare fin da ragazzo. Più tardi, era riuscito a mettere a fuoco notizie e farsi un'idea delle difficoltà che i poveri sono sempre costretti ad affrontare.
Spero non guasti rifarsi agli anni a cavallo dei due secoli, caratterizzati in Italia da agitazioni e repressioni. Stagione in cui ai conflitti sindacali seguì l'intervento dei soldati e il crepitio delle armi. Giolitti, al timone governativo, nel perseguire il disegno liberale, tentò di recuperare alla legalità anche l'opposizione. Da qui, la scelta di attrarre nell'area di governo i socialisti di Turati. La sinistra, divisa tra l'amore per la piazza e gli obiettivi moderati, si mostrò immatura ad assumere responsabilità di guida della nazione. Nel 1904, si registrò il primo sciopero della storia e il proletariato puntò a colpire il governo e la monarchia.
Ogni ottimistica previsione degli organizzatori dello sciopero fu smentita dai disordini che seguirono durante i quali si contarono feriti e morti. Le manifestazioni si risolsero in una bolla di sapone, anche per la decisione di Giolitti di far scendere in campo le navi da guerra e la cavalleria.

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Albino Lucisano scava nel passato e assicura che non disperderà il bagaglio di ricordi. C'è dell’amaro nelle sue parole quando richiama le confidenze di nonna Marta che ricordava tutto di tutto come se fosse ieri. In particolare, Monte Callea ove si recava a giornata e le contrade di Cannavi e Micheletta.
“Tenera la voce di mia nonna, gli occhi velati di nostalgia, quando parlava di Montalto e degli attesi giorni di preghiera nella chiesa di Polsi ove, dall’intera provincia di Reggio, arrivavano i fedeli, digiuni e scalzi. Le Vare splendenti alla luce delle candele votive, le luminarie in onore della Vergine.”
Ricordava i mercati ove si vendeva in estate persino la neve pressata nelle ceste di vimini, portate a dorso di mulo dal monte al piano, dopo averla conservata durante l’inverno sotto una coltre di terra mista a rami d’abete. Neve da vendere con succhi di menta e di melograno, vino cotto e sciroppi ricavati dalla frutta. Ecco le case di Dietromarina, fin dove si spingevano le comitive di ragazze, i capelli raccolti in nastri multicolori e i corpetti stretti ai fianchi.
Le terre soffici e fertili, i solchi pronti per le colture stagionali. Gli ulivi e gli agrumeti, il gelsomino e la ginestra, l'arancio ed il biancospino. La lavanda, dalla quale si staccavano i verdi rametti da porre nei cassetti di casa tra la biancheria da profumare.
Le immagini scorrono: il volo dei falchi, il latrare dei cani e i colpi di fucile nelle notti. Notti che - durante la latitanza di Giuseppe Musolino, il bandito buono ed amico del popolo - mettevano ai traditori un brivido nella schiena.
Albino ricorda finanche la storia di Nino Martino, l'altro brigante latitante nelle stesse contrade:

Nd’ ebbiru lligrizza chiddu jornu
quandu i giurati cundannatu m’hannu,
tutti i nimici miei curriru attornu:
mandatilu ’ngalera ddù tirannu!
‘Mandàri chiù ’ngalera no’ mi ponnu
e mancu cundannari a vintun’anni,
ma si pi sciorta a ddù paisi tornu
chidd’occhi chi rridinu  ciangirannu.

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Le note si diffondevano dai monti alle marine mentre il sole calava dietro le cime dell’Etna e dello Stromboli, somiglianti a lame rosa conficcate nelle nuvole di panna. Era riuscito a dare forma alle contrade e a tracciare i profili dei colli amici, a raffigurare i castagneti, dal cui frutto si otteneva il pane scuro.
Aveva dato dimensione alle chiese, ai campanili, immaginato e rivisitato con la mente e col cuore le radure e le aie dirompenti di vita durante la mietitura del grano, mai di proprietà di quanti l'avevano seminato e curato giorno dopo giorno.

Da d'ogni parti: i supra, d'i munti e di lu chianu,
a la citati tuttu trasportunu lu ranu.
E i randi magazzeni d'i speculanti ’nfami
inghjuttunsi u lu beni e nesciunu la fami.

Come dimenticare i giorni di festa, le coppie prese dal vortice delle danze al suono di zampogne e tamburelli; le melodie che sedavano, soltanto per poco, l'ansia dei giovani in eterna attesa di un lavoro per poter vivere dignitosamente e portare finalmente all'altare l'amata.

Quando ’nt’a la strata cumparisci,
largu faci la genti, e ti saluta.
Bedda chi ’ntr’ li beddi si rrigina
facci di rrosa e puma majurina!

Il temporale ci costringe a riparare in hotel mentre l'alba si affaccia all’orizzonte. Le auto, con i fari accesi sfrecciano tra scrosci di acqua mista a grandine.

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