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Da Ottobre la neve cadeva...

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Nell'augurarvi anche quest'anno un felice Natale, cogliamo l'occasione per ringraziarvi dell'affetto ricevuto. Con la speranza che si possa essere ancora con voi fra un anno, vi lasciamo ora ad un'opera prima... Buona lettura ed ancora Buon Natale...

Da Ottobre la Neve Cadeva

CAPITOLO  I

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Da ottobre la neve cadeva incessante sulla valle e non c'erano stufe che bastavano per riscaldare lo stabilimento. Negli anni s'era ampliato da sembrare grande come una città, piena di luci, di suoni, di rumori, di torri, di fucine, di magazzini, di trenini, di macchinine, di camioncini, che andavano e venivano, trasportando pacchi coloratissimi, guidati da gnomi piccolissimi, tutti barbuti.
In cielo, costellazioni, mai conosciute, brillavano, mentre la tormenta cessava e tre stelle comete, una dietro l'altra, solcavano la volta per rendere più suggestivo quel panorama invernale, così insolito e diverso. Le case presentavano grandi vetrate, innevate tutt'intorno, da sembrare come tanti quadri, e, nella vallata, i tronchi degli alberi erano sommersi dalla neve; le tormente erano anticipate ed una seguiva l'altra, con brevi periodi di una calma universale. 

  La crisi mondiale arrivava pure lì, non con biglietti, lettere e giornali, ma con afflati di angoscia, che dal cuore d'ognuno salivano in cielo, prendevano la via del Nord e arrivavano in una grande cisterna multicolore, che variava le tinte a seconda del messaggio ricevuto. Un malessere generale traboccava dalla cisterna, che perdeva via via la vivacità dei suoi colori, quando -a traboccare- erano le paure, le notti insonni, la rabbia, lo scontento, che si riversava lì, da tutto il mondo; ogni giorno venivano smistati per sentimento dagli gnomi mentre il gran consiglio di Natale si aggiornava, quotidianamente, per valutare la situazione ed il da farsi. Periodi analoghi ce n'erano sempre stati, anche peggiori in tempo di guerra, ma questo era... come dire... troppo mondiale... troppo diffuso e pesava sugli animi di tutti, come un macigno, sotto il quale soccombere.

  Solo lui, con la sua bella barba bianca e il suo pancione, manteneva un atteggiamento serafico e fiducioso e, pur con occhi tristi, non perdeva il sorriso, che occorre per la rimonta e il rimbocco delle maniche. Molti si chiedevano come facesse, ma non era coraggio, era solo amore, capacità d'amare..... E lui ne aveva tanta, tantissima.

  Così, l'11 novembre d'una giornata freddissima, lo si vide mettersi in partenza con le sue renne ed una slitta colorata lungo un sentiero, che solo s'indovinava e che portava, non si sapeva più dove. Prima della partenza aveva visitato lo stabilimento, esortando tutti al compimento del solito lavoro e raccomandando d'abbondare nelle luci e nei colori: qualcosa sarebbe cambiato in meglio e loro erano soliti mantenere le promesse, nei secoli puntuali. Imbacuccato e canticchiando una canzoncina natalizia, che ancora s'udiva, i vegliardi del gran consiglio lo guardavano allontanarsi, annuendo con capo tra loro come a dire: "Sì, sì, lui sa!!! Ciò che fa lui..... Sa cosa fare sempre!!"

CAPITOLO  II

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Il campanello della scuola ginnasiale suonava in modo assordante a raccolta, ma gli studenti -a gruppetto- indugiavano ancora per strada, chi fumando, chi chiacchierando. Le porte della scuola si aprivano, dopo una settimana di scioperi e manifestazioni, in cui disordini, assemblee e cortei avevano messo a dura prova le forze dell'ordine; non erano mancati i feriti e gli ultras, che nulla rappresentavano per le assemblee e i cortei, ma ne avevano approfittato per fomentare gli animi e provocare danni.
  La ragione iniziale dello sciopero si era persa via via, così come la voglia di tornare a scuola: un malcontento creava sentimenti ostili verso tutti e tutto, come un branco di bestie senza guida rincorsa dal fuoco alle spalle.
I telegiornali di tutto il mondo relazionavano sui disordini, che si svolgevano un pò dovunque, ed impressionanti erano le riprese degli scontri; il resto dei telegiornali conteneva le solite notizie macabre su stupri, rapine, omicidi  insieme a  qualche notizia di natura mondana, dove la legge dell'apparire, del fatuo e dell'inutile era il metro di misura per persone arrivate e celebri. Di sera i vari canali propinavano una serie di films e telefilms,  horror, thriller,  violenza, dove bagni di sangue s'alternavano a scene di disastri o d'efferati omicidi.
  L'aria era diventata irrespirabile; i negozianti controllavano guardinghi chi entrava e chi usciva, l'economia al limite aumentava i tentativi di furto e di vandalismo. I politici blateravano, litigando tra loro, mentre  la morsa economica rialzava i prezzi di tutto ed abbassava la professionalità dei molti lavoratori, sconfortati a dare il meglio di sé o -quanto meno- ad essere onesti e remunerati male. In tal modo, passavano dall'altra parte della barricata per gareggiare a chi rubava prima, non con il furto esemplare, ma con i surrogati di furto, ancor più esecrabili: il personale lavoro eseguito male, incompleto, alla spicciolata e dolosamente sbagliato. Gli operai perdevano il lavoro, le medicine diventavano più care.

CAPITOLO  III

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La campanella aveva cessato il suo trillo ed, a malincuore e molto lentamente, i ragazzi entravano sghignazzando; le porte delle varie aule consentivano d'intravedere  aule ordinate, che all'arrivo dei ragazzi si trasformavano in campi di battaglia, perché i banchi venivano girati, spostati per parlare e giocare a carte. I professori subivano la violenza dell'indisciplina e l'unico desiderio non era insegnare, bensì concludere l'ora con pochi incidenti.

  Quella mattina, nella seconda classe sezione G dell'istituto..... i ragazzi, scomposti nei banchi, si chiamavano, cantavano, si lanciavano l'un l'altro il cuscinetto della lavagna, in attesa del nuovo professore; ne avevano parlato come di un tipo buffo, dalla corporatura enorme, e tutti erano pronti ad assalirlo, deriderlo, farlo fuggire a gambe levate.
Il professore nuovo arrivò, appena due minuti dopo dal loro ingresso, e si fermò -sulla porta aperta- a guardarli; li guardò, ad uno ad uno, negli occhi con sguardo fermo e gli occhiali spostati sul naso; non una parola, e neppure un gesto: indossava un loden enorme, come lui era enorme, ed era alto più della media, con un grosso pancione... Il suo sguardo era limpido, sereno, per nulla impaurito, ma fermo e profondo.
  I minuti passavano e lui rimaneva lì a guardarli, uno per uno; lentamente, il primo della fila raddrizzò il suo banco, poi quello di lato e, poi, tutti insieme si ricomposero con un mormorio sommesso, mentre il professore sistemava il cappotto e posizionava i libri sul ripiano della cattedra. Girandosi il mormorio cessò del tutto, come per incanto, ed intanto molti occhi lo osservavano per intuire cosa li aveva soggiogati  a tal punto: erano sconcertati ed allibiti. Il nome del professore era Antonio Lepore ed insegnava italiano, storia e geografia.
  S'accomodò dietro la cattedra, aprì il registro ed iniziò l'appello:  non si accontentò del solito “presente”: volle sapere, da ognuno di loro,  qualcosa in più -chi fossero e cosa pensassero di sé, cosa volevano dalla loro vita- ed interloquiva con ognuno, come se sapesse già tutto di ciascuno di essi e, quando tralasciavano qualcosa, lui suggeriva. Il primo, che rispose all'appello “ presente”, aveva ancora un tono irriverente, però alla domanda successiva prima si bloccò e, poi, inavvertitamente, s'alzò dal banco e dritto, nonché composto, rispose a domande, che s'era sempre posto nel profondo, ed a cui, solo in quel momento, riusciva a rispondere, davanti a quello sguardo magnetico. Ne nacque una discussione strana, quegli occhi azzurri limpidi li inchiodavano e li intimorivano, ognuno veniva ascoltato, silenziosamente. Questa fu la prima ora della prima lezione che cessò con la lettura di una poesia di Carducci: “I cipressi che a Bolgari alti e schietti, van da San Guido in duplice filar..“; versi conosciuti ed ascoltati, ma che, letti così con quella voce, quell'intonazione e quelle pause calibrate, rivelavano un'emozione nuova, che smuoveva il cuore. Si sentiva dentro, lo stormire di quelle fronde, si godeva della loro ombra, si poteva quasi guardare in sù ed intravedere il cielo tra i loro rami stretti, mentre -lontano- un treno sfrecciava, suonando e sbuffando.
  Nel lungo corridoio del secondo piano dell'edifico scolastico, solo nell'aula II G, a porta chiusa, regnava il silenzio, quando le altre aule rumoreggiavano spaventosamente. Il nuovo professore, giorno dopo giorno, parlò loro con la forza dei poemi, della storia che insegnava, della geografia che abbracciava il mondo e t'incuriosisce ed intimorisce. La conoscenza, la cultura -quella vera- arricchiva quelle menti così creative, però mai plasmate.
Tutto ciò, che s'imparava, diventava di vitale importanza, come se tutto servisse alla sete di sapere della mente, che -una volta stimolata alla cultura- non desiderava altro che leggere, sapere, arricchirsi.

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I ragazzi cambiarono e, soprattutto, si rasserenarono; incominciarono a parlare con sé stessi, non si videro più gregge, ma individui e, come tali,  non risposero alle provocazioni, non si lasciarono gestire da altri, bloccarono un pugno d'ultras, che fino a qualche tempo prima aveva avuto la meglio,  dominandolo, scompigliandolo, allontanandolo. Poi, uno dietro l'altro, lo stesso gruppo ultras venne dominato e allontanato anche dalla I G e dalla III H e dalla I -II -II A . Nell'assemblea di classe, vinse la ragione. La nebbia si era dissolta.
Gli uomini di domani prendevano in mano la loro vita quotidiana per imparare a volare domani.

I ragazzi incominciarono a scambiarsi libri, a entrare in libreria, a scegliere film intelligenti, in casa stessa furono diversi.
Luigi, spiegò la storia al fratello che non ne aveva voglia e la subiva, e la spiegò come un racconto affascinante dove le vicende si alternavano con una logica che ora si palesava. E il fratello, corrugando la fronte ascoltò ciò che non sembrava più il vecchio paragrafo di storia noioso e difficile, ma una vicenda affascinante
Mario lo si vide in casa al computer su siti culturali a scrivere articoli di attualità, e il suo rendimento scolastico migliorò.
Vincenzo, abbandonò quell'atteggiamento provocante e arrogante e si tuffò nella lettura dei classici che ora , grazie al professore, capiva e apprezzava e che gli stimolava un dialogo interiore che lo portava a desiderare di leggere e leggere ancora,  a desiderare di darsi agli altri, di fare qualcosa per chiunque fosse in difficoltà, ad aiutare nella scuola e fuori, a prodigarsi con animo finalmente sereno.
Marco, guardò il fratello disabile, guardò la madre affaticata ma amorevole, guardò il padre con cui fino a ieri si era scontrato per nulla, e si sentì stringere il cuore di pena e di vergogna per se stesso, per non aver capito la sofferenza dei suoi, la sofferenza del fratello, per essere stato egoista e cieco verso loro.
I ragazzi della II G avevano iniziato un percorso di vita migliore... contagiando con questo vento spirituale, tutto l'istituto.
Le famiglie dei ragazzi incominciarono a vivere una serenità sconosciuta.
Iniziava e si intensificava il dialogo di tutto con tutti.
Sorsero gruppi culturali, furono scritti libri affascinanti e musiche dalle melodie toccanti, film dalle trame emozionanti e ricche di morale, di ciò che sapeva di buono e pulito. L'oscurantismo della mente si dileguava alla luce della conoscenza, del sapere, dell'autocritica, del ritrovamento dei valori morali.
In città tornò la serenità e tale serenità dilagò nelle città vicine, nelle nazioni vicine, fino all'altro emisfero, tutto tutto il mondo ne fu avvolto come vento piacevole che spazza le nubi.
I notiziari radiofonici e televisivi alternavano eventi disastrosi e funesti a eventi positivi, curiosi. Chi ascoltava ora, criticava i contenuti, ne discuteva, ne coglieva il buono e il brutto.

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Il professore finì la supplenza la vigilia di Natale.
Un grandissimo albero troneggiava in piazza e un altro nell'atrio della scuola.
Quell'ultimo giorno, quell'ultima ora di lezione, il professore lo passò a distribuire in regalo un libro a ciascuno di loro.
La copertina era di tutti i colori dell'arcobaleno e con il nome di ciascuno di loro sul frontespizio e la sua dedica personalizzata.
E disse loro porgendolo:
“Questa è la vostra forza, la vostra spada, la vostra vittoria!”
Il libro aveva le pagine bianche.
Toccava a loro scriverle con l'inchiostro di sentimenti puliti.
E se ne andò con quel loden grande, quel pancione che lo faceva somigliare tanto a... mentre il vento che aveva spazzato le nubi del malumore e delle negatività ,ora giocava ad accarezzare il suo loden e far svolazzare... la sua barba diventata di colpo lunga lunga e bianca...

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Fuori nevicava.
Il professore prima di girare l'angolo, guardò in alto.
Tutti gli studenti lo stavano salutando con la mano, da dietro i vetri della finestra dell'aula dove qualcuno aveva appeso un alberello di Natale...

Buon Natale di tutto cuore dallo Staff di Omnicomprensivo.it:party:

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