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La nostra emigrazione attraverso la letteratura

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Le note che seguono sono state redatte a caldo, quasi una cortese imposizione con sapore di sfida da parte degli amici del Centro di Buenos Aires, riuniti per ascoltare la conversazione del corregionale Giovanni Mosca. Per oggetto… la nostra emigrazione nel mondo! Le vicende vissute dal nostro popolo, possono riassumersi in due note parallele: la storia della madre patria e l'altra, altrettanto veritiera, che gli emigranti hanno scritto e continuano a scrivere in regioni non proprie.
Cordiale, nell’ampio Salone Ausonia l'atmosfera dell’incontro e felice l’introduzione del relatore: la fedeltà alle radici emerge prepotente da parole e riferimenti offerti da Giovanni Mosca alla nostra attenzione.

Ce ne andiamo, ce ne andiamo via.
Dal torrente Arno, dalla pianura di Simeri.
Ce ne andiamo con dieci centimetri
di terra secca sotto le scarpe, con mani dure,
con rabbia, con niente. Vigne, fiumare,
doppiando Capo Schiavonea Cropani
Longobucco Cerchiara Polistena Diamante
Nào Jonadi Cessaniti Mammola Filandari.
Senza sentir più il nome Calabria,
il nome disperazione…

E’ agevole riconoscere i versi di Franco Costabile da La rosa nel bicchiere: l’ansia di un uomo costretto a lasciare la casa del padre, amore senza confini. La bellezza della terra amica, forte e generosa. Il rimpianto per quanto avrebbe potuto essere e non è stato, per il mancato sereno domani nelle contrade e nelle città della solare terra natia.

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Le marine i colli, le querce, gli ulivi e la ginestra, i paesi, le creste granitiche, le torri mitiche, i castelli e i mille torrenti. Le donne alle fatiche di casa e gli uomini sul solco amaro dei campi spesso arsi dalla siccità. L’eterna invocazione perché arrivi finalmente la pioggia. Le bestemmie contro il destino che finiscono sempre in preghiera. Quanta cura per il giardino e per l’orto, passati da padre in figlio dalla notte dei tempi. Fazzoletti di terra che mani amorevoli hanno coltivato durante secoli perché vi potessero crescere grano e patate, il tanto bastevole per non spingere le braccia dei giovani in terre lontane.
Li rivedo intenti a levare gramigna e a smuovere la zolla, affondare il seme e batter d’ascia. Quando la terra non dà i frutti sufficienti è necessario affrontare un destino diverso. Uomini e donne decisi a tutto perché forti sono le madri che li hanno generati.
Ascoltiamo quanto suggerisce Mosca: “Nel ripercorrere le rotte dell’emigrazione verso le Americhe è d'obbligo evidenziare gli aspetti multiculturali sovrapposti nell'inevitabile fondersi delle etnie. Da qui, il sorgere di quella gente che ha dato lustro ai propri avi. Un elenco di autentici rappresentanti della forza che irrompe da questo fiume di emigrati. Capizzano e Caracciolo, Virginia Tursi e altri…
“Mentre vado a pulire la casa alla mamma e le preparo qualcosa da mangiare, lei mi fissa negli occhi. Avevo la mia mano nella sua e me la teneva stretta. Non voleva lasciarla: Non mi lasciare, non mi lasciare, senza di te ho paura. Non ebbi il coraggio di dirle parola. Guardai i suoi occhi lucidi di pianto mentre la mia mano si staccava con forza dal braccio disteso che voleva afferrare per non lasciarmi partire.
“Ero là, muta come automa, ma pensavo a tutto il grande affetto che sentivo per quella donna che era stata la persona più importante per me. Addio mamma, non so se ti rivedrò ancora, ma so per certo che tu mi aspetterai. Seduta su quella sedia, ti ricorderò sempre così. Se ogni cosa che amerò sarò costretta a lasciarla come ho lasciato te, allora non vorrei più amare per paura di perderla. Addio Calabria, non voglio più tornare. Non mi hai dato modo di vivere qui e non voglio morirci.”
Da Io, Virginia di Virginia Tursi. Preghiera e ad un tempo bestemmia che fanno accapponare la pelle. Chi non ha conosciuto l'ansia del distacco, dopo la lettura di Io, Virginia potrà intendere il dolore dell'emigrante e l'intensità dei ricordi. Il quartiere, il campanile, la folla testimone di tanti riti e luminarie. Il tuo paese barattato con una seconda patria che ti prende non più di tanto se è ancora possibile rinvangare i giorni che non sono più.

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Di questi esuli scrive anche Corrado Alvaro… “Era andato vent’anni prima in America in cerca di lavoro. Si ricordava come gli ballava la terra nuova intorno, ora che le montagne del suo paese non la tenevano più ferma, peggio del mare che aveva traversato. Non lo conosceva nessuno, a parte un compagno del suo paese, Sebastiano Antona. Si chiamava Raffaele Galìa. Fu bello quando lui e Antona arrivarono davanti a New York. Il piroscafo cacciò un urlo lungo come quel viaggio e, dalla nave, si levarono le grida degli emigrati. Butta, butta gridavano attorno a lui. E, tra le grida, volarono in mare i fagotti, le valigie e i sacchi. E tutti si avviavano a mani vuote, disarmati e nudi, incontro al destino.”

Per discutere dell'argomento, potete adoperare il nostro forum andando qui...

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