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New York, l'ultima generazione innamorata dell'Italia

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Brooklin e Manhattan, gli estremi della ‘grande mela’ impazzita per il protrarsi dello sciopero di taxi e trasporti urbani; ai quali vanno sommati, deprimenti, ben trentacinque gradi all'ombra!
Nonostante i postumi seguiti al lungo volo notturno in partenza da Roma - con breve sosta tecnica a Shannon, in Irlanda - non ho intenzione di rinunciare ad una prima sommaria conoscenza di Manhattan. Dopo essermi sistemato nell'hotel frequentato dal personale della compagnia italiana di bandiera ed a seguito della superficiale esplorazione dei dintorni, non resta che entrare in un ristorante della quarantaquattresima Avenue che ha nome Rancho. E’ frequentato, apprenderò in seguito, da sudamericani in genere ed esuli anticastristi. 
Domando un posto a sedere e un distinto signore italiano di mezza età mi invita al suo tavolo. Perché no? Accetto. 
In attesa di consumare la cena, ha inizio la nostra lunga conversazione. L’ingegner Luigi Florio risiede in America da alcuni anni e lavora nel campo della ricerca spaziale. Parla del progresso dei mezzi di comunicazione e dei satelliti, dello straordinario domani che attende le moderne tecnologie, di nuovi e sani servizi seguiti da sensibile diminuzione dei prezzi. La tecnologia senza fili, assicura, va incontro ad un boom mai immaginato. Discute da esperto di video-telefoni e informazioni interattive e si dichiara certo che anche l’Italia è al passo con le ricerche. 
La stanchezza, intanto, ha fatto breccia su me. 
L’ingegner Florio, dopo aver lodato alcuni centri dello Jonio da lui visitati, si offre di accompagnarmi. Suggerisce che durante la notte non è prudente a Manhattan muoversi da soli per evitare sgraditi incontri. Ringrazio del cortese avvertimento ma proseguo da solo a piedi. Il freddo pungente, intanto, si fa sentire e dai tombini, al centro dei numerosi incroci stradali, fuoriescono getti di vapore provenienti dalle condutture del sottosuolo. 
Mi addormento dopo aver letto un articolo di Vittorio Zucconi su Manhattan... Ottanta chilometri quadrati di arroganza e ricchezza, splendore e miseria. Venti chilometri di lunghezza e quattro di larghezza. Un milione e mezzo di esseri umani, di tutto il peggio e il meglio che il secolo ha saputo produrre. C'è più virus dell'Aids che nell'intera penisola italiana, più spacciatori di droga, prostitute, santi, avvocati, agenti di borsa, magliari, gay, attori, pubblicitari, miliardari e barboni di quanto il mondo abbia mai concentrato nello stesso luogo.

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Ad accompagnarmi a Brooklin, si offrono Stefano Macrillò, Luigi Gentile e Alfredo Badachini, originari di Casabona (Crotone). 
Giungono a prelevarmi in albergo e, durante il percorso, m’informano che a New York vive un gran numero di connazionali perché qui è più facile che altrove affermarsi. Se disposti a pazientare, è possibile, infatti, cogliere le occasioni che, prima o poi, si presenteranno. Nella ‘grande mela’ aggiungono, si contano molti discendenti di generazioni di italiani passati per Brooklin (che ha perduto da tempo i rigogliosi parchi di cui si vantava). Molti di costoro hanno cambiato cognome. 
Osservo che, ovunque nel mondo, più numerosi di quanto si immagini, si incontrano compatrioti che rifiutano di riallacciare rapporti con la terra natia e disdegnano persino la conoscenza della lingua madre. Soltanto da qualche anno si registra una timida inversione di tendenza: è la nuova generazione interessata all'apprendimento della lingua dei padri. 
New York, il sogno americano, diventò - nel volgere di alcuni decenni compresi tra l’800 e il 900 - la città italiana più popolosa dopo Napoli. Little Italycontava ben seicentomila connazionali. Molti compatrioti, giunti nel nuovo mondo, si stabilirono - dopo aver vissuto l’esperienza di Ellis Island - nelle baracche a ridosso del ponte di Brooklin. Ricordo a me stesso che, in Ellis Island, gli immigrati erano ammassati a centinaia dopo lo sbarco; seguiva il severo controllo sanitario prima della concessione del visto d'ingresso e gli eventuali reimbarchi per il paese di origine. 
L’impatto con la nuova realtà era spesso drammatico e in tanti caddero tra le grinfie di connazionali poco raccomandabili, speculatori e magliari. In generale, nei paesi di maggiore immigrazione, oggi si contano rappresentanti di origine italiana che, in ogni campo, onorano la loro nuova patria e la terra natia. In maggioranza provengono dal Sud perché è il Meridione d’Italia che ha fornito alle nuove terre la maggiore emigrazione. 

New York, metropoli da capogiro: ospita il quattro per cento della popolazione americana e il diciassette per cento del totale degli indigenti mentre oltre un quarto degli abitanti vive sotto la soglia della povertà. I gradini dei grattacieli, i marciapiedi, i sottopassaggi e i parchi sono invasi da sbandati, in maggioranza anziani; 350.000 sono gli iscritti nei registri dell'assistenza, numero molto superiore a quello degli anni sessanta. 
Si riscontra anche un sensibile calo di residenti. Corollario di tutto ciò i delitti, un primato che soltanto Washington contende a New York
La costa americana del nord-est, ribollente crogiolo di etnie (se ne contano oltre trenta), non è stata generosa con gli immigrati al punto che i più coraggiosi e decisi, al poco o niente che il territorio garantiva, preferirono trasferirsi, optando per terre che si affacciano sull'Oceano Pacifico. Tra questi, tanti corregionali. 
Il comportamento di Silvio Costantino, giunto da Syracuse insieme alla moglie Eletta Griffo, originaria di Stalettì, e dei figli Katia, Cristina e Carmine è cortese. L’intera famiglia, concordiamo, mi attenderà nel ristorante La ‘Colonna’ in West Street. Silvio Costantino mostra gran voglia di parlare dei tempi in cui lavorava a Catanzaro. Molti episodi lo legano alla città. Ricorda volentieri del suo lavoro di meccanico appreso 'dall'ottimo maestro Pittelli', perfezionato a Milano. 
Afferma che, nemmeno  il grave infortunio patito con grave danno alla colonna vertebrale, seguito dall'offerta di un impiego tranquillo e stabile, riuscirono ad allontanarlo da pistoni e fasce.

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