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Donna Clotilde Racconta - Capitolo XV

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Donna Clotilde e Don Ignazio Calò

Testo Originale (con dialoghi in Dialetto Calabrese)

Ho necessità di un nuovo paio di scarpe da abbinare al vestito di seta nero che ho comperato l’altro giorno da Mazzocca.
Mi trascino pigramente davanti Piazza Prefettura. Davanti a me la chiesa dell’Immacolata è aperta. Sono tentata ad entrare, quando, seduto sulla panchina dei giardinetti, a pochi metri dalla scalinata, intravedo don Ignazio Calò, accanto i suoi fedelissimi amici: don Vincenzino (il marito di Rosina, la mia domestica), e don Mimì. 
Oh mio Dio! Se è lui è identico a come l’ho lasciato qualche anno fa! Il tempo sembra essersi fermato! 
Mi avvicino. Si, è proprio lui! Come è possibile? Mi chiedo. L’avrà consumata quella panchina… è ancora seduto lì dove l’ho lasciato un bel po’ di tempo fa…anche la compagnia è la stessa.
Don Ignazio! Buon giorno!” lo chiamo. Non mi dispiace salutarlo anche perché, avrei qualcosa da chiedergli.
Bon giorno!” mi risponde senza tanta convinzione, si solleva appena dalla panchina e mi saluta toccando appena la falda del suo cappello
“Non mi riconosce don Ignazio?” chiedo “perché voi siete don Ignazio Calò, è vero?"
“Si, si, sugnu eu, ma…‘a vui…‘on mi para ca vi canuciu!
“Ma come, don Ignazio…sono la figlia dell’avvocato De Verra!”
Ah! Donna Clotilde siti?!” e si alza in fretta dalla panchina, questa volta levandosi il cappello e inchinandosi ripetutamente “Scusatemi donna Clotì si non v’avia canusciùtu, ma…sapiti…l’età!!” si scusa.
Intanto i due amici, seduti sulla loro solita panchina, seguono attentamente la scena, passivi, come se fossero davanti ad uno schermo televisivo.
Come mai siti a Catanzaru? ’on vivìavu a…” non ricorda.
“A Roma!” concludo io. 
Si, a Roma” mi fa eco “venistivu ccà ‘ma vi faciti ‘a villeggiatura?” mi chiede poi.
Noto con piacere, o forze mi illudo, che non sia ancora informato del mio divorzio.
No, don Ignazio!” lo correggo “mi sono trasferita da poco, anzi, ne approfitto per chiederle notizie di don Antonio, il falegname!” chiedo, sicura di rivolgermi all’informatore giusto, preposto com’è su quella panchina da tanti anni per la quotidiana raccolta di informazioni.
“E’ malatu bonu, mastu ‘ntoni! Ppè chissu eppa ‘e chiudira ‘a putica!” mi risponde don Mimì, che, seduto, alza la testa verso di me.
“Ah!” rispondo meravigliata per la brutta notizia e rammaricata per non poter usufruire dei suoi servigi.
Non faccio a tempo a chiedere a don Ignazio cosa sia mai successo al mio falegname, che don Mimì mi aggiorna in dettaglio. 
Ma ad un tratto…
Però, don Mimì…” lo interrompe don Vincenzino dopo lunga riflessione “Mastru ‘ntoni eppa ‘e chiudira ‘a putica  ppè i sordi, no ppè problemi ‘e  salute!
Seduto sulla sua panchina don Mimì si gira verso don Vincenzino e puntualizza:
“Ma se iddhu stacia mala ccu chiddha sorta ‘e tussa!!” gli risponde “comu facia ‘ma fatica e ‘ma guadagna?! Don Vincenzì…sacciu comu ragionati vui!?"
Don Ignazio Calò, intanto, segue con attenzione la diatriba fra i suoi due amici.
Io cerco invano di intervenire, placare i dissensi, ma, mio Dio! Ho fatto una domanda…! E se ne avessi fatto più d’una? Sarebbero certamente venuti alle mani. Non voglio nemmeno pensarci!!
“Don Mimì, cchi staciti dicendu?! Chiddhu ‘on avia né clienti né occhi ‘ma chiangia!!
” insiste intanto don Vincenzino.
La discussione non sembra aver termine e si anima sempre. Sono preoccupata! In pieno Corso Mazzini, io, donna Clotilde, in mezzo a tale diverbio!! 
Mi guardo in giro con circospezione, spero che non passi gente di mia conoscenza. E’ una situazione, questa, decisamente poco consona alla mia posizione sociale.
“Doonna Clootildee!” mi sento chiamare. I miei turbamenti sono fondati: è Mirella Calò.
“Buoon gioornoo, donna Clootildee!” …e figlia.
Saluto con noncuranza.
“Don Vincenzì…” interviene finalmente don Ignazio “don Vincenzì, staciti quetu cchì ava ragiuna don Mimì!”   
“‘U vidìti, don Vincè, cchi haiu ragiuna eu?!” si rallegra don Mimì.
Poteva anche intervenire prima don Ignazio!!

Ora mi giro piano, lanciando un furtivo e circospetto sguardo a mamma e a figlia, tanto per valutare il danno. Sono preoccupata.
I miei dubbi sonno fondati.
E’grave. 
Il loro comportamento è inequivocabile: sono potenzialmente già sulla bocca di tutti! 
“Cchi v’avia ‘e fara mastru ‘ntoni a la casa vostra, donna Clotì?” mi chiede don Ignazio.
“C’era da montare l’armadio della mia camera! È parecchio che mi sono trasferita e…” continuo imprudentemente “… non sono riuscita a trovare qualcuno che me lo potesse fare…ecco perché…pensavo a mastro Antonio…-“ 
“Vu fazzu eu donna Clotì!” è don Mimì che ora si è alzato e offre generosamente i propri servigi.
“E vui, quandu mmai facìstivu ‘u falegnama!?” commenta don Vincenzino, tranquillamente, ancora seduto sulla sua panchina.
“Si, don Mimì, quandu?” insiste don Ignazio.
Credo di essermi messa in brutte acque e penso che sia meglio correre subito ai ripari.
“Non voglio disturbarvi don Mimì…non è urgente!” e vado ad accomiatarmi da don Ignazio.
“Quala disturbu donna Cloti’?” insiste “si mi diciti duva staciti, domana, e prima matina, sugnu alla casa vostra!”
Panico. Come uscirne?
“Don Mimmi’, non voglio assolutamente darvi alcuno disturbo!” tento di salvarmi in qualche modo.
“‘nda’ sapiti daveru ‘e falegnameria?” gli chiede Don Ignazio “’on è chi ‘nci’ cumbinati ‘ncunu guaiu a Donna Clotilde?” 
“No, ‘on v’appricati don Ignà, ppè du anni ‘u videtti faticara a la putica!”
“’U vidistivu…don Mimì” puntualizza don Vincenzo “’u vidistivu! Tutti i voti cchì vinni a la putica ‘ma trovu mastu ‘ntoni, stacìavu sempa assettatu a na seggia!!”
“…Cchì voliti ‘ma diciti, don Vincenzì? Cchì ‘on fussera capace pemma montu n’armadiu?” si inalbera don Mimì “…e cchì ‘nci vò!!”
La discussione si riaccende, sono snervata e…non so come fare ad andarmene.
“Nenta…don Mimì, lassati stara cchì è megghiu…” interviene questa volta deciso don Ignazio  “’on è cosa vostra… sentiti a mmia!” 
“Don Mimì, non si preoccupi..." poi mi rivolgo a don Ignazio “arrivederci don Ignazio, mi dispiace, ma non posso trattenermi oltre…ho cose urgenti da sbrigare!”
“‘On v’appricati donna Clotì” si accomiata “cà vu trovu eu nu falegnama bonu. Dicitimi duva staciti, cà si ‘u trovu, vu mandu domana stessu!”
Sono costretta a cedere e, dato il mio indirizzo, desolata, saluto i tre amici e mi allontano, sperando nella Divina Provvidenza!


Nota: Per chi non avesse familiarità con il dialetto calabrese, ecco a seguire la traduzione completa in italiano.



Testo Tradotto (con dialoghi in italiano)

[spoiler title=""]Ho necessità di un nuovo paio di scarpe da abbinare al vestito di seta nero che ho comperato l’altro giorno da Mazzocca.
Mi trascino pigramente davanti Piazza Prefettura. Davanti a me la chiesa dell’Immacolata è aperta. Sono tentata ad entrare, quando, seduto sulla panchina dei giardinetti, a pochi metri dalla scalinata, intravedo don Ignazio Calò, accanto i suoi fedelissimi amici: don Vincenzino (il marito di Rosina, la mia domestica), e don Mimì. 
Oh mio Dio! Se è lui è identico a come l’ho lasciato qualche anno fa! Il tempo sembra essersi fermato! 
Mi avvicino. Si, è proprio lui! Come è possibile? Mi chiedo. L’avrà consumata quella panchina… è ancora seduto lì dove l’ho lasciato un bel po’ di tempo fa…anche la compagnia è la stessa.
“Don Ignazio! Buon giorno!” lo chiamo. Non mi dispiace salutarlo anche perché, avrei qualcosa da chiedergli.
“Buon giorno!” mi risponde senza tanta convinzione, si solleva appena dalla panchina e mi saluta toccando appena la falda del suo cappello.
“Non mi riconosce don Ignazio?” chiedo “perché voi siete don Ignazio Calò, è vero?"
“Si, si, sono io, ma…non mi sembra di conoscervi!”
“Ma come, don Ignazio…sono la figlia dell’avvocato De Verra!”
“Ah! Donna Clotilde siete voi?!” e si alza in fretta dalla panchina, questa volta levandosi il cappello e inchinandosi ripetutamente “Scusatemi donna Clotilde se non vi avevo riconosciuta, ma…sapete…l’età!” si scusa.
Intanto i due amici, seduti sulla loro solita panchina, seguono attentamente la scena, passivi, come se fossero davanti ad uno schermo televisivo.
“Come mai siete a Catanzaro? Non vivevate a…” non ricorda.
“A Roma!” concludo io. 
“Si, a Roma” mi fa eco “siete venuta qui per farvi una vacanza?” chiede poi.
Noto con piacere, o forze mi illudo, che non sia ancora informato del mio divorzio.
“No, don Ignazio!” lo correggo “mi sono trasferita da poco, anzi, ne approfitto per chiederle notizie di don Antonio, il falegname!” chiedo, sicura di rivolgermi all’informatore giusto, preposto com’è su quella panchina da tanti anni per la quotidiana raccolta di informazioni.
“E’ molto malato mastro Antonio! Per questo ha dovuto chiudere la bottega!” mi risponde don Mimì, che, seduto, alza la testa verso di me.
“Ah!” rispondo meravigliata per la brutta notizia e rammaricata per non poter usufruire dei suoi servigi.
Non faccio a tempo a chiedere a don Ignazio cosa sia mai successo al mio falegname, che don Mimì mi aggiorna in dettaglio. 
Ma ad un tratto…
“Però, don Mimì…” lo interrompe don Vincenzino dopo lunga riflessione “Mastro Antonio ha dovuto chiudere la bottega per i soldi, non perché stava male!”  
Seduto sulla sua panchina don Mimì si gira verso don Vincenzino e puntualizza:
“Ma se stava malissimo! Aveva una tosse! E forte anche!” gli risponde “come avrebbe potuto lavorare e guadagnare?! Don Vincenzo…non so proprio come ragionate voi!” 
Don Ignazio Calò, intanto, segue con attenzione la diatriba fra i suoi due amici.
Io cerco invano di intervenire, placare i dissensi, ma, mio Dio! Ho fatto una domanda…! E se ne avessi fatto più d’una? Sarebbero certamente venuti alle mani. Non voglio nemmeno pensarci!!
“Don Mimì, cosa state dicendo!? Quello non aveva né clienti né occhi per piangere!!” insiste intanto don Vincenzino.
La discussione non sembra aver termine e si anima sempre. Sono preoccupata! In pieno Corso Mazzini, io, donna Clotilde, in mezzo a tale diverbio!! 
Mi guardo in giro con circospezione, spero che non passi gente di mia conoscenza. E’ una posizione, questa, decisamente poco consona alla mia posizione sociale.
“Doonna Clootildee!” mi sento chiamare. I miei turbamenti sono fondati: è Mirella Calò.
“Buoon gioornoo, donna Clootildee!” …e figlia.
Saluto con noncuranza.
“Don Vincenzì…” interviene finalmente don Ignazio “don Vincenzì, state zitto che ha ragione don Mimì!”    
“Avete visto don Vincenzo, che ho ragione io?” si rallegra don Mimì.
Poteva anche intervenire prima don Ignazio!!

Ora mi giro piano, lanciando un furtivo e circospetto sguardo a mamma e a figlia, tanto per valutare il danno. Sono preoccupata.
I miei dubbi sonno fondati.
E grave. 
Il loro comportamento è inequivocabile: sono potenzialmente già sulla bocca di tutti! 
“Che lavoro doveva farvi mastro Antonio a casa vostra, donna Clotilde?”  mi chiede don Ignazio.
“C’era da montare l’armadio della mia camera! È parecchio che mi sono trasferita e…” continuo imprudentemente “… non sono riuscita a trovare qualcuno che me lo potesse fare…ecco perché…pensavo a mastro Antonio…-“ 
“Ve lo faccio io donna Clotilde!” è don Mimì che ora si è alzato e offre generosamente i propri servigi.
“Voi!! E quando mai avete fatto il falegname!?” commenta don Vincenzino, tranquillamente, ancora seduto sulla sua panchina.
“Si, don Mimì, quando?” insiste don Ignazio.
Credo di essermi messa in brutte acque e penso che sia meglio correre subito ai ripari.
“Non voglio disturbarvi don Mimì…non è urgente!” e vado ad accomiatarmi da don Ignazio.
“Quale disturbo, donna Clotilde?” insiste “se mi dite dove abitate, domani, a prima mattina, sono a casa vostra!” 
Panico. Come uscirne?
“Don Mimmi’, non voglio assolutamente darvi alcuno disturbo!” tento di salvarmi in qualche modo.
“Sapete fare qualcosa di falegnameria?” gli chiede Don Ignazio “non è che combinate qualche guaio a donna Clotilde?” 
“No, non vi preoccupate, don Ignazio, l’ho visto lavorare per due anni nella sua bottega!!” 
“Avete visto…don Mimì!” puntualizza don Vincenzo “avete visto! Tutte le volte che sono venuto nella bottega di mastro Antonio stavate sempre seduto ad una sedia!” 
“…Cosa vorreste dire, don Vincenzo? Che non sarei capace di montare un armadio?” si inalbera don Mimì “…e che ci vuole!!” 
La discussione si riaccende, sono snervata e…non so come fare ad andarmene.
“Niente…don Mimì, lasciate stare che è meglio…” interviene questa volta deciso don Ignazio “…non è cosa vostra…sentite a me!” 
“Don Mimì, non si preoccupi…"poi mi rivolgo a don Ignazio “arrivederci don Ignazio, mi dispiace, ma non posso trattenermi oltre…ho cose urgenti da sbrigare!”
“Non vi preoccupate, donna Clotilde”  si accomiata “che vi trovo io un bravo falegname! Ditemi dove abitate, che, se lo trovo, ve lo mando domani stesso!” 
Sono costretta a cedere e, dato il mio indirizzo, desolata, saluto i tre amici e mi allontano, sperando nella Divina Provvidenza![/spoiler]

Nota: Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale. I personaggi e le storie narrate sono frutto della pura immaginazione dell'autrice. Si declina ogni responsabilità.

 

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