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Inedito Pascoliano

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UN  CENACOLO  DI  GRANDI  AL  DESCO  DELLA  POESIA

Pochi giorni prima della sua dipartita terrena, un vecchio, viso solcato da profonde rughe, si levò dal letto e passò dalla tepida atmosfera della sua stanza a quella fredda dello studio. Si avvicinò al tavolo ingombro di manoscritti e cartelle varie. 
Avanzò con passo incerto e sedette sorreggendosi sui braccioli della poltrona. Appena dopo s’immerse nel vasto mondo dei suoi personaggi ai quali aveva dato vita e di cui intendeva riproporre le gesta. 
Infine sedette con i Cavalieri del Tempio e passò dallo Spielberg a Caprera, rivisse le battaglie napoleoniche e le gesta dei carbonari. Con mente ancora lucida, fantasia fervida e spirito caustico era riuscito, nei giorni precedenti, a inquadrare la sua nuova fatica letteraria dal titolo Il cenacolo di Grandi al desco della poesia. Aveva deciso, infatti, di raccogliere la sua nuova opera in tre volumi: nel primo si era proposto di arrivare sino al 1948, dall'ultimo imperatore latino ai fratelli Bandiera. Avrebbe dato seguito - secondo le sue minuziose note, ai capitoli comprendenti il Tricolore, i Poemi Mazziniani, quelli su Carlo Alberto e al ciclo di Garibaldi in America. 
Ecco quanto il poeta scrisse  il 22 marzo 1912 dal titolo  Il Tricolore

Nella città ch’è in mezzo 
a quattro strade s’odono 
molti carri cigolare. 
Mugghiano bovi e squillano campane,
brillano spade e luccicano lance. 


Questi i primi versi dell’opera incompiuta di Giovanni Pascoli. In seguito, soltanto l’eco della fine. 
La cartella gialla che custodisce le rime appena riprese è rimasta senza domani, ma conserva in sé vivo l’ultimo anelito della sua poesia. 
Per fortuna, oltre ai pochi versi richiamati restano gli appunti che testimoniano la fatica e il lavoro preparatorio de Il Tricolore

Nella città ch'è in mezzo a quattro strade… ovvero la città della Lega ove convergono le forze per l’unione…

Nata nell'aprile, come Roma
asilo di esuli come Roma 
nave di profughi, come Roma. 


Nella sua ultima opera Pascoli avrebbe trovato gli accenti consoni per esaltare la volontà costruttrice degli italiani, il loro valore e la fede nel Tricolore

Mugghiano bovi,
squillano campane,
brillano spade… 


Questi suoi ultimi versi annunziavano il connubio della dolcezza pastorale con la potenza della lirica di guerra. 
E’ ancora oggi possibile ritrovare tra i tanti appunti sparsi sul tavolo della sua casa di Castelvecchio, la stesura iniziale della lirica nella quale richiamava un’Italia amata e rispettata che attingesse dalla gloria di Roma novella virtù vivificatrice. 
Ogni strofa termina con un grido di sprone: Avanti, avanti

Snello, rapido, alato scivolava
sulle onde il gozzo. 
Il maestrale gonfiava le vele 
e il fiocco; la prua, il mare 
come vomere tagliente; 
la scia luccicante restava 
pur sempre la stessa:
un bel solco d’argento
nel campo d’azzurro. 
Avanti, avanti.


Segue una breve nota personale… Due immagini furono per me quelle che ebbero per campo l’azzurro del mare, fondo consueto delle visioni. La prima, il passato tristo e selvaggio, l’altra l’avvenire luminoso e potente. 
Patria, fosti grande allora e lo sarai maggiormente nell'avvenire.
Avanti, avanti.

Per discutere dell'argomento, potete adoperare il nostro forum andando qui...

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