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Case 39

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I deboli di cuore stiano lontani da questo articolo (e da questo film). Sto per recensire un piccolo gioiellino americano, Case 39, uscito nel 2009 e scoperto a fortuna, mentre cercavo qualcosa da vedere negli stretti anfratti della mia libreria. Dopo averne comprato il blu-ray a scatola chiusa - ed averlo ignorato per anni - ho scoperto di aver fratto un colossale errore. Questo è un gran bel film, ottimamente diretto e ben recitato, che si fregia di un'interessante sceneggiatura e fotografia. La notizia potrà far scalpore di questi tempi, ma parliamo di un horror, di quelli veri. Non fatevi ingannare dalla copertina con la bella Renée Zellweger, e neanche dalla presenza dell'ormai famoso Bradley Cooper. Non è un thriller, non fa finta di esserlo e non ci si avvicina neanche.

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Trama (da Filmup.com)

Emily é un'assistente sociale che si vede capitare per le mani il caso (39) di Lilith Sullivan, una bambina di dieci anni che viene maltrattata dai genitori. Quando Emily si reca a casa dei Sullivan, non solo accerta la veridicità delle accuse, ma scopre anche che i genitori hanno intenzione di uccidere la bambina. Decide così di prendersi cura della piccola fino a quando il tribunale non le troverà una sistemazione definitiva, ed è da questo momento che Emily capisce che il problema è ben più grosso di quello che credeva...


Recensione

Christian Alvart è un giovane regista. Considerato uno dei "cinque registi da tenere d'occhio" e "nuovo volto del cinema tedesco" dall'American Film Institute, si era già fatto notare nell'ambiente per il suo fantascientifico Pandorum - L'universo parallelo, con Dennis Quaid e Ben Foster. In Case 39 riesce a fare di meglio, regalando al pubblico una vera e nuova esperienza orrorifica. 

Il tema è quello delle possessioni, dei demoni e degli efferati omicidi. In cima alla catena del male troviamo una piccola e ingenua bambina, 
Lilith Sullivan, magistralmente interpretata da Jodelle Ferland (Silent Hill, They - Incubi dal mondo delle ombre...), un'attrice che, già matura per il grande cinema, monopolizza la scena, ascendendo sempre più a star indiscussa. 
Nel ruolo da protagonista, ma anche comprimaria, si cela invece un'ansiosa e spaventata 
Bridget Jones, che pare non riuscire a tenere il passo con la nuova generazione hollywoodiana, pur senza sfigurare, ma garantendo piuttosto un equilibrio recitativo difficilmente conciliabile con il complesso evolversi degli eventi. 
Meno interessante Bradley Cooper, anonimo nel ruolo e, ancor di più, nella recitazione ("tronfio", cit. Lilith Sullivan).

Centro gravitazionale di quest'horror satanico è la crescente consapevolezza che i veri problemi di Lilith non siano riconducibili a "semplici" abusi familiari. E mentre si tenta di accettare la verità, il terrore invade la scena, colpendo al cuore dello spettatore, in empatica correlazione con l'alienata Emily, la cui unica colpa è di essere "buona". Il bene e il male si affrontano. Ma su un piano diverso. Il male arriva da dove non te lo aspetti, e il bene forse in realtà non esiste neanche. I dubbi crescono nel finale, quando quel desiderio omicida, che sa tanto di triage, non ottiene la giusta collocazione morale: ma c'è una Lilith da salvare? Non ce lo si chiede neanche, quasi fosse una domanda banale. Da dove viene Lilith? Domanda inutile. Che importanza ha?
La verità è che gli interrogativi non necessitano di alcuna risposta. L'incubo è in corso, ora non c'è più tempo di indagare: serve solo trovare una via d'uscita, giusta o sbagliata che sia.

Al tre vengo a prenderti. Uno, due, due e mezzo...

       Lilith Sullivan

Benché in realtà la storia si rilevi alquanto prevedibile e avanzi fra costanti déjà vu, la pellicola non ne risente. 
Alvart conosce il genere, e sa trarne il meglio. Aiutato da una sceneggiatura ben al di sopra delle aspettative di genere, allestisce uno spettacolo ottimamente confezionato, in cui chi guarda riesce ad entrare tempestivamente nelle dinamiche emotive. Dal dramma familiare al thriller, finendo con quell'horror capace di rabbuiare la scena.
Il vedo e non vedo fa da indiscusso padrone, ma il male non resta accennato. Lo shock psicologico e le situazioni visive più esplicite si susseguono, in un ambiente in cui i veri momenti di terrore sono affidati ai dialoghi, giocando sul piano puramente verbale e comportamentale della piccola Lilith
Meno bene il resto, già visto ed eccessivo a tratti. Finale adeguato, ma scontato.

 

Conclusioni

A metà strada fra un thriller con bambini disturbati (Mikey, 1992; The Good Son, 1993; Daddy’s Girl, 1996; Joshua, 2007) e l’horror d’afflato demoniaco quale Il Presagio (1976) e, ovviamente, L’Esorcista (1973), Case 39 non offre nulla di nuovo, ma la regia e l'ottima recitazione elevano questa pellicola ben oltre la sufficienza. 
Decisamente indicato per una serata di terrore con amici e popcorn in mano, ma facendo attenzione agli incubi notturni. :pfiu

Voto: 8.5
Perché nel panorama horror degli ultimi anni è sempre più difficile trovare qualcosa che si possa anche solo definire "guardabile".

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