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La fine del pensiero antropocentrico

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L’uomo è il centro di tutte le cose?
Questa è una domanda legittima e tutt’altro che scontata.
In un momento quale quello attuale, l’umanità inizia a rendersi conto che le risorse non sono illimitate e che occorre una nuova mentalità, un nuovo modo di approcciare la sostenibilità dello sviluppo della razza, compatibile con l’intero ecosistema nel quale viviamo.
Ma il vero ostacolo al cambiamento di mentalità può essere individuato in questo pensiero radicato, inveterato ed arcaico: l’uomo è il centro di tutte le cose.
Quali sono le conseguenze immediate di questo atteggiamento antropocentrico?
Le risorse del pianeta sono a disposizione dell’uomo, il quale si autodefinisce la creatura eletta, il figlio prediletto della divinità a cui tutto è concesso.
In effetti, come nessun’altra specie animale, l’uomo si è dimostrato capace di incidere notevolmente sull’habitat e di influire in maniera visibile e tangibile sugli equilibri del sistema biosfera.
La convinzione che le cose siano a nostra piena disposizione, quasi che l’intero pianeta sia un gigantesco supermercato dal quale prelevare a piacimento senza mai dover rendere conto, ha attraversato la storia del pensiero umano, senza subire particolari intoppi.
Finanche nel ’900 del relativismo, l’unico punto fermo su cui far leva è stato il pieno ed assoluto antropocentrismo e la conseguente aggressività dell’uomo verso ciò che lo circonda (siano altri uomini, siano risorse).
Oggi, ci troviamo, però, dinnanzi una situazione del tutto inedita.
Per la prima volta, l’umanità inizia a concepire seriamente l’approssimarsi dell’esaurimento delle risorse, la fine dell’abbondanza e dell’era giuliva del tutto e subito.
Iniziamo a pensare alle contromisure e come si debba arginare lo spreco e l’inquinamento. Iniziamo a pensare che qualcosa debba cambiare.
Ma nulla cambierà se non viene messo in discussione il presupposto basale del pensiero umano: l’antropocentrismo!
Le cose ci sono concesse in prestito, non in proprietà. Prima o poi dovremmo restituirle o renderne conto.
Non posso pensare, neppure per un istante, che il legno della mia scrivania sia germogliato, cresciuto e sopravvissuto (magari per secoli) solo per diventare un giorno “la mia scrivania”?
Mia, come se mi fosse appartenuto per diritto divino, mia, come se fosse naturale che il legno sia esistito per assolvere alle umane necessità, mia, come se non potesse essere diversamente…
Le risorse di Gaia non sono infinite e non sono solo per noi.
L’uomo è parte di un sistema estremamente complesso, di una rete di relazioni fittissima e intricata di cui la razza umana è solo un nodo della trama. Un nodo, non “il nodo”. Una parte, non “la parte”.
L’uomo non è centro di nulla e nulla gli è stato concesso per decreto divino.
Le risorse materiali sono consumabili e riducibili. Occorre ripensare il modo di approcciare ad esse, senza mai mettere al centro di tutto la specie umana.
Ciò che viene preso dovrà essere restituito. Ciò che viene usato dovrà essere adoperato di modo che possa tornare nel ciclo naturale delle cose nel modo più innocuo possibile, maggiormente compatibile con i cicli di Gaia.
Le risorse immateriali sono illimitate. Anche in questo caso, occorre ripensare il sistema di fruizione di queste risorse collettive di modo che l’intera umanità possa liberamente beneficiarne.
Il paradosso della miope gestione sprecona delle risorse materiali ed ultra-conservativo delle risorse immateriali deve cessare.
E prima di tutto deve cessare il senso di centralità dell’uomo verso tutto ciò che lo circonda.

Nuccio Cantelmi
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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