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Proporzioniamoci

Scritto da Domenico Sorace

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Nella giornata di ieri, tuonando dal suo blog, Beppe Grillo ha preso atto delle motivazioni rese pubbliche dalla Consulta e, contrariando il suo precedente orientamento, ha chiesto di andare al voto con la legge elettorale scaturita dalle sforbiciate della Corte Costituzionale.
Siamo lieti del parziale dietrofront di Grillo che, all’indomani della decisione della Consulta, era incappato in una serie di topiche madornali. Prima aveva sentenziato che, con la bocciatura del “Porcellum”, era tornato in vita il “Mattarellum” (orrendo sistema nel qual convivono una quota, pari al 75%, di maggioritario a turno secco ed una, pari al 25%, di proporzionale con liste bloccate). Quindi, ha proclamato l’illegittimità dell’intero Parlamento, non considerando che medesima sorte sarebbe spettata ai suoi. Infine, aveva circoscritto il profilo di illegittimità ai soli parlamentari non ancora dichiarati eleggibili dalla Giunta per le Elezioni.
Spiace dover constatare che sarebbe bastato leggere un nostro banalissimo intervento, pubblicato sulle pagine de “Il Quotidiano della Calabria” all’indomani della pubblicazione del solo dispositivo, per acclarare che: a) con la  sua decisione la Consulta aveva in realtà stabilizzato e rinforzato il sistema proporzionale, depurandolo delle due sue più vistose anomalie, l’assegnazione di un premio di maggioranza senza tetto minimo e l’eliminazione del voto di preferenza; b) in conseguenza della decisione, non si prospettava il ritorno al “Mattarellum”, esso stesso incostituzionale per la parte riguardante le liste bloccate; c) al contrario, sarebbe sopravvissuto un proporzionale puro, impreziosito dal ripristino del voto di preferenza; d) secondo il principio di continuità ed indefettiblità degli organi costituzionali, non si poneva una questione di illegittimità dei due rami del parlamento, al contrario chiamati a legiferare e fiduciare i governi; e) nemmeno dubitabile era la posizione dei parlamentari non ancora dichiarati eleggibili, giacche il regolamento interno delle due camere indicava quale momento dirimente e decisivo la fase di proclamazione degli eletti, già compiuta per tutti.
All’osso, dunque, dalla sentenza della Corte è emersa una realtà per nulla sconvolgente: e cioè che, esattamente come occorse nei primi 35 anni di vita repubblicana, l’Italia è oggi dotata di un’autosufficiente sistema elettorale avente le caratteristiche proprie del proporzionale puro. Il che comporta, senza alcun riflesso eversivo, che in Parlamento avrebbero voce tutte le forze politiche partecipanti, in simbiotica coerenza ai voti ricevuti.
E tuttavia, in conseguenza di un pregiudizio ideologico prima che logico, la totalità delle forze in campo considera esecrabile e scandaloso un siffatto effetto. A sommesso giudizio errano e ciò per due ragioni, una dialettica, l’altra tecnica.
La prima. Muovendo dai rapporti di forza, come fotografati dal corpo elettorale, le forze politiche avranno occasione di ricercare in parlamento le ragioni di coesione e confluenza da porre alla base dell’attività governativa. Non è un’anomalia, è semplicemente il senso di una Repubblica “parlamentare”, come tale chiamata a considerare il Parlamento epicentro del dibattito politico e delle implicazioni sul terreno del governare e  del legiferare. Si può migliorare tale effetto? Certo. Basterebbe prefissare una soglia “alta”  per il premio di maggioranza, impedendo che essa operi in qualunque caso ed a qualunque condizione. Tuttavia, è esattamente questo il punto che divide e paralizza le forze politiche da sin troppi anni.
La seconda. Il proporzionale puro è, in realtà, l’unico modello elettorale capace di assicurare uniformità  alla composizione politica di Camera e Senato. Il motivo è semplice. Il Senato – a differenza della Camera, eletta su base nazionale – è  eletto su base regionale. Dunque, qualunque alchimia tecnica (doppio turno, turno unico, maggioritario alla tedesca, alla francese o vattelapesca) sarebbe inadeguata a superare tale scoglio tecnico. Solo il proporzionale puro, impedendo  in radice i meccanismi premiali ed imponendo una fotografia reale del corpo elettorale, risulta idoneo a rendere omogeneo il risultato nelle due camere e, in conseguenza, consentire la formazione di maggioranze uniformi. Certo, questo comporterà la fatica del negoziare, limare le distanze, omologare gli obiettivi. Ma il dialogo parlamentare è o non è il sale della politica e della democrazia?
In conclusione, in mancanza della proclamata riforma del Senato, si vada avanti con il vecchio proporzionale. E non se ne suoni, sul piano ideologico, il “de profundis”. Anche quando sul cielo del mondo giunsero i Beatles ed il rock and roll si disse che la musica sinfonica ed il melodramma erano morti. Non era vero e così non andò.

Domenico Sorace
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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