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Sacrificio

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Gli eventi politici e la guerra - orrenda macina di uomini - avevano rivoluzionato la mia esistenza. La sorte, dal canto suo, non era stata benigna con me. Al mio peregrinare s’era infatti aggiunta un’altra responsabilità: trascinarmi dietro una donna sofferente, la mia donna. 
Faccio giustizia alla sua forza ed alla sua volontà che le provenivano dal desiderio che amava spesso esternare: Sono certa che mi riporterai nella mia terra per riposare accanto ai miei.
Vagai senza méta, braccato per piani e per monti, procedendo sempre sotto vento, affinché i cani non ci fiutassero. Marzia si trascinava sorretta alle mie braccia mentre le sue gambe cedevano spesso, come giunchi frustati dal palo del vignaiolo. Di nostro figlio non avevamo più notizie. Evidentemente la sorte era stata crudele anche con lui e la guerra l’aveva inghiottito. Anche il suo ricordo moriva in me, non certo nel cuore di sua madre. 

Il sorriso della mia amata si spense. Accadde in ottobre e, prima di morire, mi sussurrò: “Manterrai la tua promessa, se ben ti conosco.” 
La notte s’accompagnava al vento gelido. Durante l'ultima sosta, m’ero accorto che i cani erano ormai sulle nostre tracce. Che fare? Ero deciso a riportare il corpo di Marzia nella sua terra e mi sentivo ancora in forze. Mi ripetevo, a mo’ d’incitamento: la riporterò, dovesse costarmi la vita che mi resta. 
Il latrare dei cani intanto s’avvicinava. Con primordiale istinto, imbastii un piano che considerai praticabile: se fossi riuscito a superare il cerchio degli inseguitori, dopo aver raggiunto la ferrovia ai piedi della collina e, se la muta non avesse avvertito la mia presenza, saremmo stati in salvo. 
Dopo aver occultato il corpo nel tronco cavo d'un albero, rintanai in un fosso. Un cane, pochi minuti dopo, si avvicinò ringhiando. Mi acquattai tra le alte erbe che abbondavano lungo il fiume e il segugio passò a pochi metri dal mio nascondiglio dirigendosi verso l’albero cavo. 
Uscii dal fossato e lo raggiunsi. Era fermo, fiutava l’aria e ringhiava. Nell'oscurità incombente vidi i suoi occhi brillare. Estrassi il coltello a serramanico che portavo con me e avanzai. L’animale mi assalì con voglia di azzannarmi. Parai l'urto con un gomito, che spinsi con forza nella sua bocca. Con l’altra mano cercai le sue viscere. Fu una lotta impari ma ebbi la meglio. Sentii finalmente il latrare della muta che si allontanava. 

Il treno rallentò fino a fermarsi. Trassi con sforzo il corpo di Marzia e lo sistemai, seduto alla meglio, in un angolo di un vagone ancora vuoto. 
Appena dopo entrarono alcuni uomini con in mano gli attrezzi da lavoro. Fumavano e discutevano volgendomi le spalle. Addossai, cercando di passare inosservato, la mia donna al finestrino in modo che i presenti - se si fossero girati dalla mia parte - non si sarebbero accorti di nulla. 
Le coprii il capo con il suo scialle scuro. Alcuni di loro si volsero per curiosare. Accennai a un saluto e avvicinai a me il capo di Marzia. 
Le parlai addirittura in modo da essere udito: “Cerca di riposare, c’è tempo ancora.” 
Tacqui, vegliando. Giunse l'alba che imbiancò l’orizzonte illuminando anche il viso della mia donna. 
Alcuni viaggiatori scesero, altri montarono. Quella figura immobile e silenziosa incuriosiva. Alcuni si volsero ad osservarci. 
Una contadina, con una cesta ripiena di verzure mosse verso di noi. Sedette di fronte con l'evidente intenzione di curiosare. S’abbassò per osservare. 
Sentii alcuni viaggiatori discutere d’un ricercato, un soggetto pericoloso che s’aggirava da più giorni nel circondario. La contadina dal canto suo continuava a sbirciare e, d’un tratto, allungò una mano e le scoprì il volto. Non feci in tempo a fermarla e mi fu impossibile nascondere il viso di Marzia. La contadina urlò: “All'assassino, all'assassino.” 
Non trovai di meglio che chiedere aiuto e comprensione. Qualcuno commentò: “Ha un bel coraggio costui.” 
Alla prima fermata, due militi irruppero nel vagone. La nostra terra era vicina: ne riconoscevo i tratti, i colori e i profumi. 
I due uomini, armati, mi sedettero accanto.

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