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Stato-cittadino: superare il conflitto

Scritto da Domenico Sorace

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La democrazia, al di là delle sue definizioni filosofiche, è, al succo, un intreccio complesso e variamente articolato di rapporti di forza, che ha per protagonisti lo Stato da una parte ed i Cittadini, intesi nella dimensione individuale o associativa, dall’altra. Ci si è sempre chiesti quale sia il limite del potere autoritativo dello Stato, a fronte degli interessi sovrani che, secondo le costituzioni moderne, si incarnano nel popolo.
La soluzione all’apparente antinomia si è trovata nel principio secondo cui la sovranità dei cittadini confluisce e si risolve nell’Autorità dello Stato, esternata secondo moduli fissati dalle leggi.
In questo senso, il rapporto Stato-Cittadino registra una asimmetria che, tuttavia, non è antinomia, essendo finalizzata a definire e strutturare l’universo magmatico e non sempre estraibile delle libertà. Lo Stato, in altri termini, attraverso l’Autorità, si fa garante delle libertà, allo stesso modo di come nessuna libertà avrebbe legittimo corso senza il necessario riconoscimento statuale.
Dunque, nelle democrazie occidentali, Stato e Cittadini compiono lo stesso cammino, muovendo da medesime matrici ed approdando a medesimi esiti.
Tuttavia, il compimento di tale  esperienza concettuale non è di facile portata. L’esperienza storica dimostra come, sovente, l’Autorità dello Stato spinga oltre il limite di equilibrio, procurando la contrazione o elusione degli interessi individuali. In simmetria opposta, sono spesso i cittadini a valicare i confini loro propri, sino a mimetizzare il senso stesso dell’appartenenza allo Stato/Comunità.
Quale lo stato dell’arte nell’Italia repubblicana? Ebbene, dopo  quattro decenni in sostanziale equilibrio, un successivo ventennio di netta preminenza della dimensione individuale, l’ultimo decennio ha registrato, complice la grave compromissione dei conti pubblici, il soverchiante primato dell’Autorità statale. In tale congiuntura, il patto relazionale tra le parti si è fortemente incrinato e, con esso, il sentimento di appartenenza fiduciaria. Così, in conseguenza di leggi declinate in senso compressivo e sanzionatorio, nonché di diffusi fenomeni di corruzione e spreco, i cittadini hanno percepito lo Stato non come padre giusto e diligente, ma come un predone avido ed autoritario, incapace di equilibrio e sobrietà.
Valga, per tutti, il settore dei tributi e contributi, nel quale il regime sanzionatorio è stato talmente enfatizzato (pignoramenti e sequestri immobiliari facilitati, congelamento dei crediti verso terzi, sanzioni ed interessi di mora prossimi alle tre cifre) da averlo reso oggettivamente odioso e non sostenibile. E’ evidente che tale scelta non solo non ha migliorato il rapporto Stato-Cittadino, né ha ridotto le sacche di evasione o elusione, ma ha addirittura generato una disaffezione verso l’Autorità che sta procurando il declino dell’intero sistema-Paese.
D’altra parte, non occorre scomodare Arthur Laffer ed il suo modello sulla dannosità della pressione tributaria eccedente, per osservare che non è espandendo impropriamente il debito privato, né è pignorando o congelando ogni bene – immobili, mobili, titoli finanziari, crediti verso terzi – che si ottengono performances migliori. Semmai, occorre che, nel mezzo di una crisi economica e finanziaria senza precedenti ed a fronte di fenomeni di corruzione e spreco che gridano sdegno, l’Italia si preoccupi di ripensare il suo rapporto con i cittadini, per un verso resecando le troppe sacche di privilegio incardinate nel tempo, per altro verso procurando di allentare la morsa sull’economia reale del Paese, liberando risorse e generando positivi fenomeni di libertà. Solo così risulteranno ricevibili le pretese dello Stato e sostenibili le modalità che ne sono il mezzo. In tutto questo, in attesa di politiche che sappiano coniugare globalizzazione ed interesse nazionale, equilibrio e benessere, la Corte Costituzionale abbia il pudore di non mettersi di traverso e persistere nella strada della difesa di privilegi privi ormai di legittimo corso. Allusione non tanto velata all’odiosa sentenza n. 116 dell’agosto 2013, con cui l’Alta Corte ha cancellato il contributo di solidarietà (5% per le pensioni oltre € 90.000) previsto dal governo Monti. Affermare che tali misure scardinino il principio di uguaglianza “intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini” è una balla inaccettabile ed ipocrita, che schiude le porte alla ribellione sociale, prima che fiscale.

Domenico Sorace
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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