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Dalla polvere del tempo - L'Orbo

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Martino Loiacono giurava di non avere superato cinquant'anni, ma dai registri dell’anagrafe del comune di Borgosanto sarebbe stato agevole conteggiare la sua vera età. Li portava bene i suoi lustri. L’unica stonatura, sul viso punteggiato dalle lentiggini e sormontato dai capelli quasi bianchi, era l’orbita vuota e rinsecchita dell’occhio destro. Un brivido solitamente attraversava la schiena a quanti fissavano la cavità e, nei giorni di calura, il sudore dalla fronte s’incanalava nell'orbita vuota. Martino non se curava più di tanto e amava raccontare a quanti gli chiedevano che - a seguito di un incontro notturno presso il cimitero davanti al quale doveva passare per rientrare a casa - il suo occhio - che prima lacrimava leggermente - era andato via via peggiorando al punto che era stato necessario ricorrere alle cure di un oculista cittadino. Quel che accadde è immaginabile e il povero Martino ritornò in Borgosanto con un occhio in meno ed il portafoglio quasi vuoto. 
Della figura coperta di veli bianchi intravista sui gradini del camposanto, Martino non volle mai raccontare. Affermava soltanto che il malo spirito poteva indispettirsi e usargli un secondo tiro birbone facendogli perdere persino l’altro occhio che, da qualche tempo, aveva cominciato a lacrimare oltre il consueto. Per i primi giorni, dopo l’infortunio, gli amici con i quali amava intrattenersi per lo scopone serale lo commiserarono colmandolo di attenzioni e incoraggiamenti. Ben presto fecero abitudine alla vista dell’orbita vuota e Martino tornò a fare le spese dei loro tiri birboni. 
Un bel giorno gli fecero addirittura fare sei chilometri per raggiungere il castagneto della Cresta perché potesse ammirare il fungo di oltre cinque chili rinvenuto da un boscaiolo nel tronco cavo di un castagno e lasciato sul posto affinché tutti potessero ammirarlo. 
Martino, incuriosito, raggiunse il luogo indicato, ansioso di vedere l’ottava meraviglia quale l’aveva definita Beppe il macellaio. Ad attenderlo sulla Petrara, gli uomini addetti alla discarica comunale che, informati, lo ricevettero a suon di risate e di sagaci commenti. 
Martino tornò a Borgosanto deluso e avvilito e fu addirittura accolto in piazza da una salva di pernacchie. 
Quel comportamento non gli fu gradito e decise di non onorare oltre della sua compagnia i suoi amici buontemponi. 

Dopo qualche mese, in occasione della ricorrenza della festa del Patrono, dimentico dei trascorsi, Martino tornò a frequentare il retrobottega della cantina del Quartarolo, a sedersi per giocare il consueto scopone con i compari. 
Nel rivederlo, Stano la guardia campestre, si sbellicò dalle risate, al punto da rischiare di rimandar su quel quartino di vin rosso appena trangugiato. Gli era venuta in mente la raccomandazione che Martino aveva rivolto loro: 
“Amici, vi voglio bene e voi spero altrettanto. In avvenire, vi prego di non rendermi la vita impossibile con i vostri scherzi.” 
Stano rimuginò, tra un bicchiere e l’altro, e sbottò in una risata che non prometteva nulla di buono. Il giorno successivo confidò una sua idea a Beppe il macellaio, a Tonno l’attacchino e a Luigi il campanaro e si recò dal Quartarolo a prendere gli accordi del caso. 
In piazza, a sera, le premure dei compari per Martino furono insolite. 
Tonno gli confidò d’avere udito che il nuovo Sindaco gli avrebbe presto assegnato un sussidio a vita a titolo di riconoscimento dei suoi meriti civici. Aggiunse che un assessore nell'ultima Assemblea aveva presentato anche l’epitaffio da incidere sul marmo che il Comune avrebbe posto sul loculo a lui assegnato: Affinché la sua memoria ai posteri sia imperitura! 

Il retrobottega del Quartarolo non era illuminato, non aveva finestra e sfiatatoi. Una tenda di spesso panno non lasciava filtrare la luce dalla stanza vicina ove si intrattenevano gli altri avventori. Quella sera Tonno e Luigi occuparono il solito posto mentre Martino venne fatto sedere con le spalle volte alla tenda di separazione. Il Quartarolo andava e veniva riempiendo le brocche di vino. Ad un certo punto, a metà d’uno scopone e dopo che numerose caraffe erano state già vuotate, Stano, rimasto in piedi senza partecipare al gioco, s’avvicinò non visto all'interruttore e spense la luce; mosse infine verso Martino e gli soffiò in un orecchio: “Che belle carte hai questa sera: la fortuna è dalla tua”. 
Martino non rispose. Fu Beppe appena dopo a prendere la parola: 
“Senti Martino, questa è l’ultima volta che giochi con me. Diventi ogni giorno meno lucido. Sarà il vino che hai bevuto?” 
L’orbo se ne stette per qualche istante a capo chino e balbettò parole incomprensibili. Tonno, dal canto suo, trattenne la risata che gli si era raggrumata in gola e Stano, avvertendo che Martino cominciava ad agitarsi, gli suggerì di star fermo per non mostrare le ottime carte che aveva in mano. 
Beppe lo sbirciava con certi occhi!
Martino non sentì oltre e si alzò stendendo le mani in avanti tanto da rovesciare le due brocche colme di vino che si trovavano sul tavolo. 
“Stai male?” Chiesero i compari. 
“Sono cieco, sono diventato cieco.” 
I messeri scoppiarono in una risata fragorosa e Stano tornò a girare l’interruttore per gustarsi l’insolita scena. La luce si riaccese e i presenti videro, giusto in tempo, Martino accasciarsi bocconi. 
Il buon uomo venne subito portato in città sul biroccio del Quartarolo e ricoverato in ospedale a spese degli amici che, finalmente, mostrarono di essere tali. Dopo la guarigione e il ritorno a Borgosanto non ordirono mai più tiri birboni a sue spese. 
Martino, ad iniziare da quel giorno, andò invecchiando e il Consiglio Comunale decise di assegnargli un vitalizio di diciotto lire al mese. 

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