Ti trovi qui:Portale/Letteratura/Le Vostre Opere/La stagione dell’ira/La stagione dell’ira - Capitolo 28


La stagione dell’ira - Capitolo 28

Capitolo Ventottesimo

http://www.omnicomprensivo.it/forum/articoli/nando/stagione-ira/cap-28.jpg http://www.omnicomprensivo.it/forum/articoli/nando/stagione-ira/cap-28_1.jpg http://www.omnicomprensivo.it/forum/articoli/nando/stagione-ira/cap-28_2.jpg

Sognare sogni mai sognati
da nessun mortale.

EDGAR  ALLAN  PÖE

Si gelava e due coperte a testa non bastavano. Ero riuscito a nasconderne una terza, sarebbe servita agli immancabili raffreddati di turno, nello scomparto-libri di uno dei due banchi di scuola di cui disponevamo. Utilizzati per scrivere senza doverci necessariamente spostare. L'ultima invenzione del Comandante. L’atmosfera era tornata grigia dopo la bella parentesi teatrale, ma - per buona sorte - vivevamo in armonia: il nostro microcosmo era diventato un'isola di serena convivenza. 
Sui muri del cubicolo del passeggio, tra mille iniziali, disegni osceni e roventi invettive, era immortalato: 
A noi dettenuti la morte non ci fa pavura. E' la vita che ci fa pavura
Dal penitenziario di Procida ricevemmo copia della preghiera scritta da un recluso eccellente, Ezio Maria Gray già Vice-Presidente della Camera dei Deputati… 
Vergine Santa, nell'ora in cui la giustizia dei mortali si abbatte su noi, le amicizie si allontanano e le gratitudini disertano; nell'ora in cui il supremo ausilio degli affetti c’è negato e sottratto, a Te leviamo la nostra voce Madre misericordiosa e potente perché tu sola puoi proteggerci dalle possibili violenze e sostenerci contro la tentazione di cedere o abiurare al nostro dovere di cristiani, padri e sposi. Non neghiamo, Santa Madre, d’aver potuto commettere degli errori ma, fidenti nella tua intercessione, chiediamo di far sì che il Tuo Divino Figliolo guardi con benevolenza a noi peccatori e distingua paternamente tra gli errori in cui cademmo e la buona fede con cui li compimmo. 
Ti chiediamo intanto di vigilare sulle nostre famiglie che la nostra assenza ha gettato nell'incertezza e nel terrore. Quando la notte scende sui nostri focolari e ancor più cresce nei cuori dei nostri diletti l'ambascia per il domani, Vergine Santa, portati al capezzale della loro insonnia e dona il soccorso della Fede, della Speranza e della Rassegnazione affinché accettino come prova inviata dal Signore questa separazione e vivano fidenti nel nostro ritorno. Di questo generoso patrocinio, Ti saremo grati e nel sapere da te protetti i nostri cari trarremo la forza per affrontare le prove che sicuramente non mancheranno. 


Oltre agli amici ricordati, nel carcere borbonico di Procida, si trovavano Attilio e Giuseppe Scola - padre e figlio - Morelli, Notaro, Sergi, Cupiraggi, Cianciulli, Paparo, Sestito, Colosimo e i due fratelli Capocasale. Nel tempo li raggiunse Teo Pastore che amava viaggiare spesso con i ferri di campagna ai polsi; per il momento, preferiva il tepore del Tirreno alle brume del Vulture i cui boschi avrebbero mutato livrea a primavera inoltrata. 
Quando calavano le tenebre sulla cittadella del dolore e tutto chetava, scrivevo alla mia ragazza e Charles, al solito, correva in mio aiuto… 

Tu credi ai fondi di caffè, 
ai presagi e ai tarocchi. 
Io credo soltanto 
nei tuoi grandi occhi. 


Una voce mi suggeriva di non perdere quella donna perché s'avvicinava a grandi passi il tempo degli ancoraggi per la vita. 
In attesa di notizie incoraggianti, intanto, i nostri giorni correvano su tutto e tutti; sui nostri cuori e sui nostri amori, sui nostri sogni e sulle nostre speranze. Anche Rob Trovato - dormivamo vicini accanto a Gat Gallerano e a Mimmo Greco - scriveva spesso alla fidanzata. Francesco Fatica lavorava a un progetto per natanti civili e approntava, volta per volta, i disegni che avrebbero arricchito questo libro. Gioacchino Schifino, se libero dal recupero dei libri della biblioteca carceraria, si curvava sui tomi di diritto e Toni Chiefari insisteva nel rifiuto della pasta asciutta con il formaggio spedita da un frate di Melfi incaricato di assisterlo. Chi beneficiava del gran rifiuto? 
Da Procida scrissero della morte di don Limbò, anziano cappellano del penitenziario. Un recluso, malato terminale, chiese qualcosa al sacerdote che gliela negò. In punto di morte, il detenuto ricevette da lui l'estrema unzione. Messosi l'animo in pace, rivolto al cappellano, fu udito mormorare: Tu verrai con me. Mi seguirai! Mentre lasciava l'infermeria, il prete fu stroncato da una crisi cardiaca. 
È stato sostituito dal parroco dell'isola, un personaggio singolare per il quale la bufera abbattutasi sul nostro paese sembrava non essere mai esistita. Addetto alla censura delle nostre lettere chiedeva informazioni al sacrestano: Di chi è questa firma? Teruzzi? Chi è Teruzzi? Graziani, Pariani, Acerbo? Chi sono mai costoro? Beata innocenza

Gli amici isolani confermarono le voci sull'amnistia in arrivo. In attesa della libertà, De Martino studiava matematica sotto la sapiente guida di Mimmo e Ciccio, la coppia del palcoscenico e del bel cartellone a colori; Gat - futuro apprezzato magistrato - si immergeva nella lettura della Storia delle religioni di Tacchi Ventura mentre Emilio-Lupo marciava. Altro che lupo, era un leone in gabbia!
Il dottor Corda sempre indulgeva sulle nostre monellerie, persino sull'ultima: durante il passeggio, la sfera di stracci inzuppata d'acqua piovana con la quale giocavamo lo aveva colpito in volto. Non fece una grinza. 

Rob Salvatore Trovato, esauriti i quaderni, riempì di scrittura minuta i margini delle pagine di un libro. A somiglianza di Francis Scott Fritzgerald che - dopo l'addestramento militare - annotava i suoi pensieri sui bordi del manuale Piccole istruzioni per un fante. R
ob era intento a scrivere un lungo racconto dal titolo Grande città. Ogni sera leggeva per noi i suoi versi. 

Ho sognato la notte mia più bella 
che gli altri chiameranno una poesia…


Carezzavo stupende immagini di libertà quando uno scampanio festoso mi fece sobbalzare. 
Oggi, 24 dicembre 1945.
Dopo la rapida carburazione, l'allegria esplose incontenibile e restammo due ore al passeggio. Il cielo, dapprima terso, diventò di piombo. 

Seduti - Toni, Gioacchino e chi scrive - sulle pietre del cortile conversavamo allorché ci raggiunse un custode che, rivolto a me, m'invitò a seguirlo in sala colloqui. La madre e il fratello di Mimmo - Filippo Greco - docente di lingua francese presso la Nunziatella di Napoli - attendevano. Presente, ovviamente, Mimmo Greco.

Da giovane avevo molto stimato l'abate Faria e il suo pupillo. La prima volta che lessi di loro, ne fui conquistato al punto da trascurare ogni altra lettura e persino il meccano e la fionda, per divorarne le avventure. Sognai spesso di Edmondo, un giovane dabbene condannato a un'immeritata pena. Confesso che avrei tanto desiderato trovarmi al suo posto! Quando mi toccava studiare immaginavo fosse l'Abate a chiedermelo e, se mi capitava di rimanere solo in casa, serravo gli scuri e, disteso il pagliericcio sul pavimento, immaginavo d'essere prigioniero in una buia segreta del castello d’If. Speravo diventare presto della stessa età di Edmondo per soffrire le medesime pene e consideravo che una galera degna di tale nome dovesse per forza somigliare a quella in cui era rinchiuso Edmondo Dantes, ove i prigionieri si stimassero e aiutassero come accadeva all'Abate e al suo buon pupillo. Non sapevo ancora di rancori ed egoismi nati fra quattro mura bestemmiate. 
Edmondo tornò in libertà mentre l'Abate affondò nel mare profondo, tra le alghe e i rossi coralli. 

Il cane che abbaiava oltre il muro di cinta mi ricordava Birba, il nostro setter bianco con grandi macchie scure sul dorso. Si era ammalato di cimurro e, anche se ben curato, non accennava a migliorare. Soffriva al punto da spingerci a farlo eliminare. Tale era, infatti, l'usanza del tempo. Di buon mattino, in compagnia di mia madre, mi avviai verso Panicocoli, una delle belle contrade delle Nuove Terre, non molto distante dalla città. Cesco, figlio del lattaio, interpellato per tempo, si era detto disposto a far fuori la cagna e mio padre aveva approntato due cartucce a pallettoni per la bisogna. 
I contadini erano già sui campi e, in arrivo dal bosco, si udiva l’eco dei colpi d’ascia che fiaccavano i tronchi. Macchie di sole si allargavano sui prati mentre l’acqua dei ruscelli s'immetteva nei torrenti brontoloni per raggiungere il fiume dopo aver superato la vicina pianura. 
Mia madre inciampò sulle pietre del sentiero mentre Birba, sbavando, rincorreva gli uccelli. Di tanto in tanto si fermava a prender fiato e fissarmi con i suoi grandi occhi striati di sangue, la lingua biancastra e rugosa penzoloni: mi invitava a correre al suo fianco come facevamo spesso sul piazzale di Via Molinella non ancora soffocato dal cemento. Per strada palpai più volte le cartucce riposte in una tasca interna della giacca. Farlo, mi procurava strane sensazioni. 
Cesco attendeva sull'aia. Gli diedi le due cariche e gli consigliai, per conto di mio padre, di trattenere il respiro mentre prendeva la mira, fare ciò che c'era da fare con massimo scrupolo. Rispose: in quanto a fucili e a mire sapeva il fatto suo! Avrebbe addirittura risparmiato una cartuccia. Da trattenere per sé, ovviamente. Mostrò un albero completamente privo di foglie sotto il quale aveva deciso d'interrare la cagna e dopo averla agguantata per la pelle del collo, la strattonò per l’erta. Eravamo sulla via del ritorno quando udimmo un colpo di fucile seguito da molti guaiti. Ecco Birba mostrarsi, raggiungerci, scodinzolare e investirci. Sanguinava da un orecchio forato in più parti. 
Mia madre strappò una striscia di tela dalla bianca sottoveste e tamponò le ferite. Appena dopo la sua rabbia esplose: 
“Mannaggia a te e al tuo bel cacafuoco del cavolo.” 
Evocato, Cesco ci raggiunse. Era rosso in viso come un peperone per lo scorno d’aver clamorosamente cileccato. Onta difficile da cancellare! Dapprima si scusò: non aveva mai mirato ad un bersaglio mobile. Subito dopo, cambiò solfa. Invece di protestare tanto, avremmo fatto meglio, nell'approntare le cartucce, a utilizzare polvere da sparo marca Sipe e piombo più adatto allo scopo. La colpa era tutta nostra. Serviti
Agguantata Birba per l'orecchio integro, la trasse a morte. 
Un secondo sparo echeggiò dalla collina. 

Nonostante i consigli miei e di Mimmo Greco (fratello della mia ragazza) Vittorina e sua madre giunsero a Melfi dopo aver affrontato un viaggio disagiato e sostato un'intera notte in sala d'aspetto della stazione innevata di Potenza. Un altro tormentato viaggio di rientro le attendeva. 

“L’uomo trova pace soltanto con la morte quando niente e nessuno potrà contro di lui. Neanche la cartella delle tasse.” 
Sentenziò Mastro Zurzolo, l'anziano scopino. 
“Il mio amico Frank Carmine Arnone che risiede da lustri a San Francisco, è del medesimo avviso. Afferma che due cose sono certe nella vita: la dipartita terrena e i salati balzelli di Stato.” 
“Sa quel che dice il tuo amico americano.” 
“Intanto scordate di parlarci di voi. Eppure avete affermato che le promesse vanno sempre mantenute.” 
“Le manterrò le manterrò, quando avrò voglia.” 
Alzò i tacchi e mosse per rientrare in stanza. 
Mastro Zurzolo, viso solcato da un labirinto di rughe - aveva ucciso sua moglie che lo tradiva e sua suocera che teneva il sacco - era stato assegnato all’Asinara, il penitenziario sorto per volontà del Granduca di Toscana a Punta Falcone, in Sardegna. Struttura impiegata per il recupero dei minori in seguito anche degli adulti. 
Trovarsi all’Asinara rappresentava per i condannati una sorta di intervallo compreso tra la galera e la liberazione. Nel tempo, furono create altre colonie:Cuguttu Porto Conte in provincia di Sassari; Isili Mamone in quella di Nuoro; Castadias nel territorio di Cagliari, già sede d'ergastolo; in seguito chiusa. Molte ragioni suggerivano tali scelte. Se si consideravano le finalità penali proprie, la fatica sulla terra a contatto con le lusinghe del mondo, rappresentava un mezzo suggestivo di recupero. Dal punto di vista finanziario, d'altra parte, non richiedevano strutture costose e neanche consistenti spese di gestione. 
All’Asinara convivevano due particolari aspetti organizzativi: le colonie mobili ove i condannati uscivano nelle prime ore del mattino per raggiungere i campi di lavoro e quelle fisse ove trovavano posto millecinquecento tra reclusi e internati. Gli internati, per la loro accertata pericolosità, nonostante avessero saldato il proprio debito con la giustizia terrena, erano trattenuti in stato di restrizione. 
Mastro Zurzolo amava illustrare a modo suo le colonie
“I galeotti sembravano bravi e onesti lavoratori dei campi se non fossero stati presenti gli agenti a ricordare che, quello in cui si trovavano, era un luogo di espiazione. Anche se, al posto delle sbarre, c'erano - somiglianti a cancelli viventi - le guardie a cavallo a vigilare.” 
Era stato a Pianosa, il reclusorio dal singolare schema urbanistico: la prigione, i viali, il boulevard e l’area del porto, il fabbricato moresco ove trovavano collocazione gli uffici e la Direzione. Mai registrati tentativi di fuga. Meglio, soltanto uno. Messo in atto da quel condannato che tentò di scappare dopo aver assemblato vecchi copertoni d'auto per ricavarne una zattera. Subito riacciuffato. 

Eravamo ancora intenti - Gioacchino, Toni e chi scrive - al recupero dei libri della biblioteca e alla compilazione di statistiche sollecitate dal Ministro. Nel pomeriggio, prima di rientrare in stanza, sostavamo a conversare. Un avvenimento ancora polarizzava la nostra attenzione: il referendum sulla forma istituzionale da dare allo Stato. Risultato già acquisito: 12.718.019 voti repubblicani e 10.709.423 monarchici. 

Giunse un telegramma inviato dai miei congiunti... Concessati libertà a presto. 

Il sostituto del Mastroluca si presentò per raderci e tagliarci i capelli mentre il Ministro di Grazia e Giustizia dispose l'immediato sequestro di 'tutte le carte' in nostro possesso. Occultammo personali pepate note di sfogo nei soliti mattoni forati della parete del bagno. 

Gradita la visita di Mario Garofalo che accompagnava il padre di Gat Gallerano, ufficiale superiore dell'Esercito rientrato dalla lunga prigionia in India. Ci permisero di salutarli, due per volta. Concessione che sollecitava ulteriori incoraggianti considerazioni. 
Tornarono le rondini e, insieme alle rondini, le ore di luce aumentarono. Con maggior luce, la temperatura salì. Molti agenti di custodia furono trasferiti, altri subito li rimpiazzarono. A sostituire il Comandante arrivò un signore dal fare autoritario e dai grandi occhiali. 
Pistolesi era stato trasferito in una 'sede importante' per essersi sempre prodigato a favore dei detenuti, anche dei politici. Ne sapevamo qualcosa. Molti assassini furono trasferiti nelle amene Alcatraz del Mar Tirreno ormai raggiungibili, altri ne occuparono i posti vacanti. 
Il numero dei delitti e dei disertori era in aumento. Lo confermavano tutte le statistiche. 

Ci consegnarono alla scorta, sette uomini più il capo drappello e raggiungemmo appiedati la stazione ferroviaria. I militi ci aiutarono a salire sul carro in attesa sul binario morto. Seguendo la scia d'un invitante odorino, scoprimmo in un angolo del merci due cesti contenenti il cibo offerto dalla Conferenza Cristiana di Melfi. 
Partimmo nel tardo pomeriggio. Imbruniva e pioveva, ma potemmo godere egualmente della vista delle colline e delle nevi del disgelo. 
Le case calcinate dal calore dal sole, i picchi frastagliati che somigliavano a castelli in rovina, le pareti rocciose percorse da mille rivoli; i mulini che non macinavano più e i torrenti che schiumavano tra le gole serrate. In cima ad alcuni campanili garriva la bandiera rossa del comunismo internazionale. Non si scorgevano uomini e neanche donne, né bimbi far capriole sui campi, ovunque aleggiava una coltre d'insoddisfazione e attesa. Il Vulture, indifferente agli storici mutamenti di regime, sonnecchiava. Su tutto e tutti scese la notte preceduta da un ultimo volo di cornacchie. 
Tra gli uomini di scorta, un conoscente - Giuseppe Turco, originario del paese di mia madre. Si rammaricò di non avere appreso prima della mia presenza a Melfi ove prestava servizio. Autorizzato dal caposcorta, mi levò i ferri adoperandosi per farli togliere a tutti gli altri. Riuscendovi. Apparvero le prime case di Potenza. 

Ecco infine Napoli. Il carcere di Poggioreale si era riempito di molti fermati dopo la rivolta, con morti e feriti, promossa dai monarchici partenopei furenti per i risultati per loro non soddisfacenti del recente referendum. Attraversammo, appiedati e ancora in catene, l'intera aerea portuale rischiando d'essere aggrediti da un folto gruppo di napoletani (eravamo, infatti, stati scambiati per altri soggetti) decisi a vendicare le vittime della recente rivolta. Il capo-scorta sudò le classiche sette camicie per convincere i protestatari che eravamo delinquenti comuni condannati per brigantaggio e reati di sangue in traduzione da Melfi e non avevamo nulla da spartire con quanti avevano fatto fuoco sui napoletani.

Fummo sistemati nelle celle singole del padiglione Italia. Protestammo e ci trasferirono nei soliti stanzoni dell'H
Mi allungai sul sacco e mi addormentai. Fui, poco dopo, svegliato da un concitato dialogare. Era Ben, in arrivo da Vibo Valentia, che protestava… 
“Sono iellato, non ci sono più dubbi. Il carabiniere che mi ha scortato fin qui ha dimenticato di togliermi i ferri di campagna portando via la chiave del lucchetto. Dopo un viaggio lungo in vagone-cellulare, fino a quando non è stato rintracciato a casa sua, sono rimasto seduto e… ammanettato.” 
“Hai un fiuto da segugio nel cacciarti nei guai.” 
Mai visto Ben in quello stato. Si sfogava imprecando e, imprecando, rintuzzava… 
“Vi avrei voluti al mio posto. Che gran ridere.” Chiese una sigaretta intera e tornò sereno. 

Nello stanzone ventitré del padiglione incontrai un artigliere, un paracadutista, tre marò del Battaglione San Marco e l'avvocato Domenica Tilena, già primo esponente politico napoletano da poco disarcionato. I gruppi si ricomposero. Mancava solo Pignatelli. 
Luigi Filosa confidò che l’aria di Procida si confaceva al suo carattere perché stimolava la fantasia. Aveva scritto un romanzo, L’amante del cardinale e si rammaricò di non poter disporre del tempo necessario per leggerlo insieme a noi. Gli suggerimmo di presentare una supplica urgente per ottenere una congrua proroga alle imminenti scarcerazioni. Avremmo potuto - calligrafia permettendo - leggere e  rileggere il manoscritto e commentarlo con tutta calma.

La luce proveniente da cinque bocche di lupo - a differenza che in passato - ci parlò di cose prossime e liete. Seguì un breve colloquio con mia madre, mia sorella Maria e la mia ragazza. Francesca sorrideva e non lessi nei suoi occhi gli affanni della separazione. 
“Siamo venute per vederti libero!” 
“L'alba di domani non tarderà a giungere.” 
“Il colloquio è finito.” Avvertì il secondino. 

28 giugno 1946. 
L'agente di turno spalancò le blindo e gli scopini giunsero a chiederci sapone, scarpe e vestiti smessi. Anche il Comandante si presentò per salutarci e promise che, entro due ore, avrebbe fatto ritirare i corredi. Il brigadiere che lo accompagnava lesse… 
I reclusi non compresi nel presente elenco rimarranno in carcere fino al giorno in cui sarà revocato il fermo di polizia a suo tempo emesso a loro carico! 
La decisione riguardava Ben Micciché, Teo Pastore, Emilio-Lupo Perfetti e me. I soliti quattro!
Ci riconsegnarono le forniture. Complete. 

Fuori con tutta la roba! In pochi minuti i liberanti furono via. 
La campanella del silenzio ci colse mentre discutevamo con rinnovato fervore. Mi infilai tra le coperte, quasi felice. 
Lo sguardo alla bocca di lupo e l'anima tesa al tenue raggio della luna nascente. 

 F   I   N   E

Per discutere dell'argomento, potete adoperare il nostro forum andando qui...

Copyright © www.omnicomprensivo.it. Vietata la copia!

Trafiletti e Curiosità

Error: No articles to display

Visitatori

Oggi 63

Ieri 107

Questa Sett. 63

Questo Mese 2024

Da Sempre 364560

Vai all'inizio della pagina