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La stagione dell’ira - Capitolo 27

Capitolo Ventisettesimo

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Il crepuscolo imbiancava
ciò che è in alto e oscurava
quel che è in basso.

VICTOR  HUGO

La neve cadeva senza sosta. Ogni falda una chimera, una pena, una speranza. La neve cadeva anche sulla terra che custodiva i corpi dei miei Amici e Commilitoni. I giovani Caduti sulle balze dolenti di Montelungo. Le pene, le speranze e le chimere si perdevano sul candido tappeto uniforme. Non altrettanto i ricordi. 

Lo spettacolo al quale assisterete, la cui attuazione è dovuta alla cortesia del Procuratore, è nato in questo carcere tra un nutrito gruppo di reclusi politici che si sono riuniti per provare e riprovare le diverse scene finché l’umore dell'improvvisato regista non fosse del tutto soddisfatto. Non avanziamo pretese, di nessun genere, soltanto la speranza di far divertire quanti, in queste sere, saranno tra noi e far uscire da queste mura parte dei nostri sentimenti attraverso la partecipazione di chi, nel tornare alla propria casa, racconterà d’aver assistito ad una rivista teatrale interpretata da giovani detenuti politici. E, soprattutto, creare in quanti vivono l'esclusione, un’atmosfera nuova in cui non si abbia sentore di cancelli e sbarre e lo spirito è ricondotto ad una visione serena della vita.E' un compito difficile, lo sappiamo, ma ci sorregge la certezza d’aver fatto del nostro meglio per la riuscita dello spettacolo. Alla luce della maniera rumorosa con la quale ci siamo presentati, avrete immaginato che il sipario si alzerà su una scena raffigurante una fiera paesana o addirittura un serraglio. Non è così. Vi porteremo direttamente in... galera, in una cella ove riposano, soltanto in apparenza, quattro prigionieri. E' mezzanotte. L’ora dei delitti, dei sogni e delle fantasie. Nel nostro caso, l’ora in cui i detenuti meditano un'evasione. Riuscirà oppure non riuscirà? Questo è il dilemma che li tormenta. Architettano e studiano, ma non riflettono sulle possibili conseguenze del loro gesto. Non sanno se la vita che li attende sarà peggiore o meno di quella che conducono in carcere. Le conseguenze, in ogni caso, saranno imprevedibili. Constaterete, infatti, in qual modo i fuggitivi saranno colpiti dalla fatalità che li costringerà a una fine miseranda. Il detenuto che rimarrà in carcere - per ragioni puramente accidentali - andrà in libertà con il suo bel foglio di scarcerazione. È questa la morale della nostra fatica che non manca di logica perché insegna ad accettare con rassegnazione e consapevolezza le conseguenze dei nostri comportamenti. Grazie per la vostra cortese attenzione.

Il sipario si alzò dopo l'esordio del nostro fine dicitore e facemmo del nostro meglio nell'interpretare i personaggi della commedia galeotta scritta e diretta da Roberto Salvatore Trovato. Agli spettacoli del 18, 19 e 20 novembre assistettero centinaia di reclusi ordinari. Il 29, stesso mese, si recitò alla presenza delle Autorità politiche, militari, giudiziarie e religiose del circondario convenute insieme ai familiari. Un evento straordinario, si commentò, nei reclusori di Stato Italiani! Per l'occasione ci trasferirono nello stanzone nove, ampio a sufficienza per accogliere il palcoscenico, le poltrone per i vip, sedie e panche per gli altri. Le pareti tappezzate con tele grezze di sacco e diversi fantasiosi disegni a colori.  I lavori per le raffigurazioni e il palcoscenico eseguiti dal duo Greco-Fatica provvisto di martelli seghe pialle e chiodi. Sugli inviti redatti a mano era annunciata la partecipazione del trio Famularo-Perfetti-Stella e dal Tre-balletto-TreDe Jesi-Greco-Pastore. Comode e calde le casacche e i pantaloni a strisce indossati e convincente la nostra mutazione in perfetti ergastolani. 
Non mancò il… ringraziamento del nostro complesso artistico per il Procuratore dottor Brettagna, per il dottor Carlucci e per quanti avevano fornito disinteressato contributo per la riuscita dello spettacolo. 
Furono distribuiti pasta asciutta con il formaggio pecorino (che Toni Chiefari rifiutò), tre würstel, un'arancia e un pacchetto di sigarette a cranio. Presenziò agli spettacoli il cappellano del carcere don Picchinenna, futuro vescovo di Cosenza infine di Catania. 

Un urlo ruppe la calma piatta della notte e seguirono lamenti e grida. Chiedemmo al superiore…
“Cosa succede ora?” 
“Un recluso ha deciso improvvisamente d'impazzire.” 
“Perché fingersi folle?” 
“Il processo per omicidio del quale è accusato ha avuto inizio ieri ed oggi si è scoperto demente. E' alla disperata ricerca di attenuanti.” 
Apprendemmo in seguito che il falso mentecatto era finito sul letto di Procuste per avere tentato di aggredire un secondino. Nell'andare al passeggio, mi posi in fondo al gruppo con intenzione di sbirciare attraverso le crepe della porta d'ingresso nella sezione disciplinare: il punito giaceva sul letto di forzatrattenuto ai polsi e alle caviglie da robusti bracciali di cuoio. Concorreva a immobilizzarlo una sorta d'imbracatura, dettafiorentina, ovvero un lenzuolo arrotolato e passato intorno al collo e sotto le ascelle, con le estremità assicurate alla spalliera del letto. 

Rob Salvatore Trovato, l'eccellente regista, pretendeva da noi, attori volenterosi ma sprovveduti, il massimo impegno. Affermava: c'era in ballo la nostra credibilitàL'abito a strisce? L’avrei trattenuto volentieri, ma ne era stata disposta l'immediata restituzione. Il manifesto che annunciava gli spettacoli - E le sbarre stanno a guardare - raffigurava una spessa grata sovrapposta a due occhi azzurri che scrutavano l'incerto domani. Dove sarà finito? 

Dallo stanzone nove si poteva ammirare un ampio scorcio della città. A quattro metri dal pavimento, infatti, c'era una finestra. A sera, prima del tramonto, mi arrampicavo sulla trave non utilizzata per il palcoscenico, sorretta da Mariano Pampana e altri solidi amici. Aggrappato alle sbarre e assetato di luce, lo sguardo all'infinito, mi ristoravo alla gran bombola di ossigeno che è il mondo. Il respiro mutava subito in bianco vapore disperdendosi nell'atmosfera mentre il vento spazzava i campi e le colline circostanti. Ai margini della valle, un luccichio lasciava intendere la presenza d'acqua piovana mentre intorno si mostravano le case e i campi dei contadini. Era possibile scorgere il convento delle suore, Porta Venosina, lo spiazzo erboso a margine del quale un cane malandato rosicchiava un femore di bue scarnificato; l'orto bruciato dalle gelate e le mura dell'antica Melfi, già capitale del Ducato di Puglia e terra dello statista Francesco Saverio Nitti. 
Il sole al tramonto a volte si mostrava velato da un insolito manto verde mentre le nuvole filtravano gli ultimi raggi irradiandoli sulle colline. Dopo il tramonto una coltre di nebbia spesso copriva la città per poi disperdersi. Il castello e la Cattedrale, posti sulla sommità d'uno dei colli vulcanici sui quali sorge Melfi, non erano visibili. Sul fondo, il Vulture cantato da Orazio, sommo Vate del Carpe diem
Dai Carmina la Preghiera del Poeta

Che deve chiedere il poeta? 
Che cosa prega offrendo libagioni 
di vino novello dalla coppa? 
Non le floride messi della Sardegna, 
né gli armenti pingui della Calabria infuocata…

(Orazio Q. Flacco. Nato a Venusia oggi Venosa)

Mi arrampicai un'ultima volta sulla finestra che guardava ai grandi spazi e salutai il vulcano amico che poltriva tra le nuvole grigie quanto il nostro umore. Immergersi nell'infinito, anche per pochi istanti, predisponeva il cuore alla speranza. 

L’inverno era arrivato con il suo ingombrante bagaglio e tutto stagnava. Ferma anche la corriera che portava la posta a noi diretta. In attesa di qualcosa o qualcuno che ci scuotesse dal torpore meglio parafrasare Gustave Flaubert… Che freddo, che nebbia, che pioggia. Le foglie gialle e secche turbinavano sotto gli archi e finivano nella nostra stanza attraverso il cancello. Le notti erano gelide ma spesso belle e serene. Quando calavano le tenebre, mi ridestavo ben lungi dal riconoscermi uomo della natura che ama alzarsi insieme al sole, dormire con le galline e bere l’acqua dei torrenti. Avvertivo prepotente l'urgenza di luoghi e incontri che fossero fuori dall'ordinario. 

“Superiore, che fine ha fatto il falso mentecatto?” 
“Presto partirà per lidi più ameni del nostro.” 
L’agente di turno raggiunse il terzo cancello mentre il lucignolo si spense: qualcuno dal palato fine continuava ad intingere il pane nell'olio rancido della lucerna. 

Mastroluca, gran maestro dell’inganno e pessimo barbitonsore. Chi non ha sentito parlare in vita sua, del furbastro che, munito di trapano a mano e nascosto in una cassa poggiata alla saracinesca d'una gioielleria romana, entrò nel locale dopo aver forzato l'ingresso? 
Per coprire lo stridore dell'attrezzo aveva fatto sostare accanto alla cassa una giovane donna con l'incarico di far strillare, pizzicandolo a dovere, il piccolo che fingeva di cullare. Ascoltiamo lui in un'altra ben nota ribalderia. 
“Indossavo la divisa di brigadiere, i miei complici quella di carabinieri. L’orefice preso di mira impietrì quando gli intimammo di seguirci accusato di ricettazione. Rastrellammo un bel po' di preziosi e lo scortammo, con documenti contraffatti, a Regina Coeli. Rimessi i nostri abiti, ci recammo a Napoli per incontrare il solito ricettatore e prendemmo alloggio in una delle tante pensioni che s'affacciano su Piazza Garibaldi. Durante la notte ci raggiunsero tre autentici militi. Il brigadiere che li comandava, a me rivolto, disse: Egregio Mastroluca, questa volta ti è andata male. E ti sei persino travestito da brigadiere. Rinvennero tutta la refurtiva, occultata in una grossa (ben 144 pezzi) di contenitori per dentifricio. Formato famiglia.” 
Mastroluca si congedò e assicurò che sarebbe tornato per tagliarci i capelli: le festività natalizie erano in arrivo. Non lo rivedemmo. Fu subito sostituito da un recluso dai capelli rossi che mi ricordava Carratelli. Orazio lavorava presso un quotidiano di Napoli.

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