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La stagione dell’ira - Capitolo 26

Capitolo Ventiseiesimo

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In ciò che si appare si è
giudicati da tutti.
In ciò che si è da nessuno.

SCHILLER

Gli amici di Procida - l'isola dei limoni - sapevano di noi, spesso informati da Roberto Salvatore Trovato. 
Invidiavo quanti svernavano nel penitenziario borbonico isolano dal quale si potevano ammirare i faraglioni di roccia lavica e le spiagge di sabbia fine e scura; gli archi di tufo e il porto di Marina Grande, le finestre multicolori delle abitazioni e i tramonti di fuoco; le notti stellate e le onde di marea. Godere dell’aria salubre quanto quella respirata da noi lucani. Ascoltare la voce della risacca e seguire le lezioni di lingua russa impartite da Pignatelli. 
Bearsi di Capo Miseno e rispolverare il sommo Orazio: 

I noviluni di frutti empiono 
le lisce conchiglie: non ne produce 
ogni mare però delle ottime. 
A un murice di Baia è da preferirsi 
una lucrina peloride.
Le ostriche son del Circeo, 
nascono i ricci a Miseno...


Terra Murata sorge sul promontorio dell'Isola di Procida - l'antica Prochyta - a novantuno metri sul livello del mare. Di natura vulcanica è estesa per tre chilometri, larga due. Il nome di origine greca significa sollevata, ossia eruttata dal mare. Grazie alla sua felice collocazione, Terra Murata divenne, durante il nono secolo, nucleo abitativo detto Terra casata. Vi si poteva accedere dalla Porta della terra e da quella di Mezz'omo. La forma ovale della cittadella testimonia che la vita di tutti i giorni si svolgeva intorno all'Abbazia. Le incursioni piratesche che imperversarono nel XVI secolo spinsero il Cardinale Innico di Avalos Aragona a promuovere il riassetto di Terra Casata. Nel 1563, infatti, fece costruire il Castello d'Avalos ed edificare intorno alla cittadella mura bastionate ove fu aperta un'entrata detta Porta di FerroTerra Casata divenne Terra Murata, ovvero circondata da mura; in tal modo la costruzione rese il borgo inaccessibile dal mare e fornì al proprietario una decorosa dimora. 
Il Castello fu costruito a picco sul mare a semplice pianta rettangolare e su quattro livelli. Furono abbattute la porta di Sant'Angelo e quella di Terra Casatae rimase dimora degli Avalos sino agli inizi del XVIII secolo, allorché l’isola fu confiscata. 
Nel 1744, diventò bene allodiale della Corona e Carlo III di Borbone dispose la trasformazione del Castello in Palazzo Reale. Dopo il 1815, il palazzo divenneCollegio Militare e, tra il 1830 e il 1831, fu adibito a bagno penale per volontà di Ferdinando II di Borbone. Il Castello d'Avalos fu modificato per soddisfare le necessità della struttura. Furono ricavati corridoi, celle, ambienti e antri ove chiudere i puniti. I quattro livelli della costruzione suddivisi in rapporto alla gravità della pena: i piani bassi ospitavano i detenuti politici e gli assassini; quello alto, detto reclusione, occupato dai condannati al minimo dei ferri mentre i sotterranei furono utilizzati quali celle di rigore
Nel XIX secolo il complesso mutò nuovamente e le aree sottostanti furono impiegate per ricavare spazi idonei a soddisfare le aumentate esigenze carcerarie. Sorsero nuove celle, servizi igienici e lavanderie. Nel 1850 fu costruito un opificio per migliorare le condizioni di degrado in cui versavano i detenuti. Il penitenziario fu chiuso nel 1988. 
La leggenda della nascita di Procida si perde nella notte dei tempi. Nel sottosuolo di roccia vulcanica dormirebbe un gigante. Colonizzata dai micenei, conquistata dai saraceni, ignorata da Alessandro Dumas ma apprezzata da Alphonse de Lamartine che vi ambientò un romanzo. Considerata la più vera fra le isole del Golfo mostra ovunque i suoi giardini di limoni tra le case dei marinai, la cui secolare abilità è proverbiale. Resta, per chi non la conosce, un'isola da scoprire. 

Il 23 ottobre del 1945 il Tribunale Supremo - componenti i generali Sogno, Chinnici e Olivieri - annullò la sentenza che ci riguardava per difetto di motivazione rinviandola per il nuovo esame al Tribunale Militare di Napoli. L'udienza non ebbe luogo essendo intervenuto il Decreto con il quale si concedevano amnistia e indulto per i reati politici e militari. Nella relazione del Guardasigilli Togliatti al Presidente del Consiglio si legge… 
Giustamente e profondamente sentita la necessità di un rapido avviamento del Paese a condizioni di pace politica oltre che sociale. La Repubblica italiana, sorta dall'aspirazione al rinnovamento della vita nazionale, non può non dare risposta a questa necessità presentandosi sin dai primi passi come regime della pacificazione e riconciliazione di tutti gli italiani. Atto di clemenza, forza e fiducia nei destini del Paese. 
Il Tribunale che avrebbe dovuto ridiscutere il nostro caso era composto dai giudici Grimaldi e Principe e dal cancelliere Marano. Si decise di non dar seguito all'azione per sopravvenuta amnistia

“Verranno a farci visita.” 
“Chi ti ha informato? Sputa il rospo.” 
“Ho sognato un morto. Sono in arrivo quelli di Potenza.” 
“Ho sognato due coltelli.” 
“Due? Annuncio di libertà.” 
“Ho sognato sangue.” 
“L'amnistia è in dirittura d'arrivo.” 
Nei giorni festivi i custodi perquisivano con maggiore attenzione la nostra stanza mentre ci trovavamo al passeggio. 
Rimettevamo ordine, mugugnando. 

Quando le coperte del gran séparé veleggiavano sospinte dal vento, si poteva seguire il rapido liquefarsi della neve sotto la pioggia battente. Nelle notti di luna il chiarore illuminava le pietre silicee del cortile e spesso la nebbia copriva la città insieme al Vulture, il vulcano dagli eterni silenzi e oasi felice per cinghiali e uccelli rapaci. Il nome Melfi discende da quello della divinità sannita Mefites, dea delle acque e della bellezza. Quasi identica a Venus, oggi riconoscibile in Venusia, ovvero Venosa. La città fu rifondata nel 1018 dal capitano bizantino Boioannes quale fortezza militare. Nel 1041, i Normanni - popolo proveniente dal Nord Europa - se ne impadronirono e, nel 1059 (anno dello storico Concilio) diventarono vassalli della Chiesa romana per riconoscimento dell'aiuto concesso durante la cacciata di Bizantini e Arabi dal Meridione d'Italia. 
Terra di Normanni e Svevi, è una città che richiama l'antico splendore preferita dagli imperatori e dai nobili che vi si recavano a trascorrere lunghe giornate di caccia. Questa zona della Basilicata porta ancora i segni del passaggio di uomini come Federico II. 
L'intero territorio del Vulture-Melfese è ricco di storia: castelli, antiche mura e cattedrali narrano, infatti, lo splendore medioevale nell'intera regione. Federico II di Svevia ha percorso in lungo e in largo queste terre. Appassionato di falconeria scelse per sé le località più belle ove liberare i rapaci. Trascorse lunghi periodi a Melfi ed a Lagopesole, cittadine sovrastate da manieri che ancora ricordano la potenza sveva. 
Melfi è stata notevole centro politico. Basta ricordare che Federico II vi emanò le Costituzioni melfitane volte a disciplinare il diritto feudale. 
Dal punto di vista naturale, il Vulture offre ancora immagini ineguagliabili che richiamano l'origine vulcanica della montagna che ha conservato l'aspetto originario: un grande cono tronco. La ricca vegetazione e la presenza di alcune specie animali protette hanno infine trasformato la zona in area tutelata. 

Il dottor Corda, Roberto Trovato, Gioacchino Schifino, Francesco Fatica, Gat Gallerano, Mauro, Emilio-Lupo, Toni Chiefari e De Jesi - tutti provenienti da Potenza - giunsero a Melfi. Nel capoluogo lucano rimasero i fratelli Ryllo, Bombardiere, Caporale, Ferri, Bruni, Scola Arturo e Ansani. Ben Micciché? Nel carcere di Vibo Valentia ivi tradotto dopo il noto processo per la tentata fuga da Colle Triglio. A Vallo Lucano - in seguito trasferiti a Procida - i minorenni Caparello, Lento e Vasta. Filosa? Nel penitenziario di Procida. 

Dopo i saluti di benvenuto ci adoperammo per scippare agli amici ritrovati qualcosa da mettere sotto i denti. Le loro riserve, già spartanamente ripartite con l'utilizzo di un bilancino approntato da Francesco Fatica, erano esaurite da tempo. Fu lui, Francesco, ad informarci… 
“Il carcere di Santa Croce non è molto dissimile dagli altri da noi fin qui conosciuti. Dapprima convento, è costituito dal pianoterra tre sopraelevati e un cortile ove durante il passeggio è possibile sedersi su artistici capitelli. Al nostro arrivo, ci sistemarono nelle celle singole e, dopo alcune settimane, ci trasferirono in uno stanzone ove campeggiava il letto di contenzione, delle mie esatte misure. Infatti, lo utilizzai per comodo giaciglio. Il cibo? Siamo diventati esperti in entomologia. Alcuni amici conservano gelosamente gli esemplari di pieris brassicae, altrimenti detta cavolaia, rinvenuti nelle minestre.” Francesco raccontò del gatto furbastro che entrava nottetempo nelle stanze dei detenuti, senza distinzione, attraverso gli sportelli lasciati apposta aperti. Per trafugare le casanze. Per conto di chi? Si provi ad indovinare. 
Un bel giorno giunsero dal mondo libero quattro operai che armeggiarono con metro, filo e piombo. Eressero in breve un muro alto due metri che sostituì il séparé. Avrei volentieri optato per le coperte che davano sensazione di provvisorietà. Il Comandante rintuzzò le nostre vive proteste: eravamo ancora considerati inaffidabili! Dopo averci fatto omaggio del muro in mattoni rigorosamente rossi, il Comandante inventò il sollecito recupero dei libri della biblioteca. Saremmo stati noi ad inventariare e, se necessario, rabberciare i volumi. Dal carcere romano delle Mantellate spedirono spago tela colla. 
Ci mettemmo -Toni Chiefari, Gioacchino Schifino e chi scrive - al lavoro. 

Leggevamo Il Mattino di Napoli e la Gazzetta del Mezzogiorno di Bari, unici quotidiani disponibili. Procurati dai cortesi custodi. 

Nino Gimigliano, nel suo libro Procida, memorie dal penitenziario scrive: 
Valerio Borghese - sottratto per tempo ai partigiani che ne avevano decretata la morte - fu trasferito a Procida accompagnato da un Generale americano che aveva preferito restare in incognito. Fu Borghese a dare del mio libro il parere riportato nelle foto allegate a questo capitolo.  

Da L’Abate Faria - Primo foglio galeotto. 
                                                                             DUE ANNI DOPO

Melfi 25 febbraio 1946.
Mesi di speranze e delusioni vissuti in continua attesa. Sono già trascorsi due anni dal giorno in cui abbiamo lasciato il cosiddetto mondo civilizzato. Costretti tra grate e cancelli di galere solitamente riservate agli schiavi di passioni delittuose e infamanti. Serrati tra mura grigie di grandi edifici, bolge statali del crimine, abbiamo avuto la ventura di restare fuori dal coro e dalla disgregatrice azione che il tempo e il gretto egoistico interesse esercitano sullo spirito. In altre parole, siamo rimasti quali eravamo per libera scelta, nell'ambito del noto compromesso chiamato società. La staticità che ci caratterizza, la riscontriamo anche dove non è vantaggiosa. Dopo ventiquattro mesi di galera, infatti, siamo rimasti ancora giudicabili, nonostante l’azione d'una nutrita falange di avvocati (maestranze della libertà) e il continuo peregrinare attraverso amene prigioni di Stato. Può darsi che, come suggerisce un vecchio adagio, non tutti i mali siano giunti per nuocere; che la mancanza di una sorte già segnata abbia permesso e permetta la rigogliosa fioritura di ipotesi che, ampliate dalla ridda di notizie fin qui pervenuteci, hanno garantito e garantiranno una perenne fonte di buonumore. Se per avventura poche parole bastassero a sintetizzare lo stato d’animo di determinati soggetti in particolari circostanze, ancora oggi, per quanto riguarda noi, la frase potrebbe essere… presto usciremo!

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