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La stagione dell’ira - Capitolo 24

Capitolo Ventiquattresimo

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Sono solo e la biancheria
nell'angusta stanza prende
l'aspetto d'un sudario.

BAUDELAIRE

Mi tornava spesso in mente un episodio. Da ragazzo, con poca confidenza con l’acqua del fiume, ero sul punto di annegare. L'amico che si trovava in mia compagnia, accortosi del pericolo che correvo, scese subito in acqua con intenzione di aiutarmi. La corrente ci trascinò ambedue per alcuni metri. Ripercorsi, in quegli istanti, intero il mio passato in una rapida carrellata di ricordi immagini e sensazioni. A tutto riandai meno che a Dio. Alcuni passanti intervennero porgendoci delle canne - che abbondavano in quel sito - e ci trassero a riva. Dubitai, la mia fede vacillò. Oggi so per certo che ad aiutarmi è stato il buon Dio. Tornerà a soccorrermi? 

28 aprile 1945 - Data da ricordare!
La Gazzetta del Mezzogiorno di Bari informa: 
Gli ultimi avvenimenti bellici incalzano. Le resistenze in Italia settentrionale sono state travolte dall'insurrezione armata guidata dal Comando Volontari della Libertà. Tra poche ore le province settentrionali saranno liberate e il Paese tornerà ad essere uno, dalle Alpi alla Sicilia. I patrioti liberano città e borghi, stanano le belve nei loro rifugi costringendole alla resa senza condizioni. Gli insorti hanno occupato le prefetture, le questure, gli edifici pubblici, preso le redini dei municipi, lanciato proclami, invitato all'insurrezione armata. Hanno adottato provvedimenti e imposto la disciplina. Assicurato gli alimenti alle popolazioni e fatto funzionare i servizi. Bisogna colpire arrestare fucilare. È necessario che Mussolini e i suoi accoliti scontino i loro peccati. Il Tribunale del Popolo li giudicherà! È opportuno che - senza attendere suggerimenti esterni o farsi irretire nelle maglie di meccanismi giuridici e lojolesche distinzioni - il Popolo sovrano intervenga nella pienezza della sua azione per pronunciare la parola FINE della giustizia vendicatrice. La trasmissione Radio-Milano-Libertà segnala il fermo del capo del fascismo, di Farinacci e Pavolini. I loro arresti sono avvenuti presso il Lago di Como. I tre, deferiti al Tribunale del Popolo, sono in attesa di giudizio. Rodolfo Graziani e Buffarini Guidi sono già in mano ai patrioti.
Sabato 5 maggio 1945
Mussolini e Claretta Petacci sono stati giustiziati il 24 aprile. Senza processo. I loro corpi appesi insieme a quelli di altri gerarchi a Piazzale Loreto, testa in giù. Abbiamo assicurazioni che la Germania è spezzata in due. Gli Alleati sono sul Lago di Garda mentre Genova e Brescia sono state conquistate dagli uomini del generale Clark. I francesi sono a Ventimiglia e a Bordighera. Il Comitato di Liberazione ha assunto il Governo in Alta Italia. La Germania è quasi tutta occupata. Le armate tedesche, nella regione nord-occidentale, si sono arrese. L’esercito tedesco è crollato. La Settima Armata, oltre il Brennero, si unisce alla Quinta. 
Martedì, 8 maggio 1945 
La Germania si è arresa. La guerra - cominciata il primo dicembre 1939 - si è conclusa ieri alle 2,41 ora francese. La firma della resa è avvenuta in un edificio scolastico - sede provvisoria del Quartiere Generale Alleato - tra Eisenhower e il generale tedesco Jodl. Il nuovo Capo di Stato tedesco Ammiraglio Donitz ha sottoscritto la capitolazione. Il cannone, intanto, tace in Europa: la Germania è stata sconfitta, ma la Wermacht si è battuta fino all'ultimo uomo. Il territorio del Reich è occupato, da nord a sud, da est a ovest, dopo numerose e sanguinose battaglie. Non si parlerà, come nel 1918, di tradimento perché la resa senza condizioni è stata rigidamente applicata. 

Il conflitto armato, la più crudele delle idiozie umane, era durato cinque anni, otto mesi, sei giorni. Non soltanto i soldati, ma anche le popolazioni avevano pagato e avrebbero continuato a pagare il prezzo immane delle altrui follie. 

Mussolini, la sconcia bestia, è stata appesa testa in giù a Piazzale Loreto. Scrisse Carlo Emilio Gadda. 
L'insurrezione è stata disonorata! Replicò Pertini. 
Silvio Bertoldi in Piazzale Loreto descrive quel che accadde a Milano tra il 25 e il 29 aprile 1945 allorché i corpi di Mussolini, della Petacci e di molti gerarchi furono appesi in piazza e oltraggiati oltre ogni limite. 
Il libro non racconta soltanto del macabro episodio e dei quattro drammatici giorni, ma di tutto ciò che avvenne in Italia in quel periodo. 
Bertoldi tratta la tesi (sempre negata nelle ricostruzioni ufficiali) che l'insurrezione del 25 aprile non ci fu. Pur riconoscendo l’efficacia dell'azione partigiana, dichiara: la gente di Milano non aveva alcun desiderio di compromettersi e rischiare prima di aver saputo con certezza chi aveva vinto il confronto armato. A Torino si verificò quello che era accaduto a Milano. Questa volta ad affermarlo è il generale Trabucchi, capo indiscusso del Comando regionale piemontese e leader militare della Resistenza nella regione. 
Nel libro di memorie - I vinti hanno sempre torto - pubblicato da De Silva nel 1947 - richiamato spesso da scrittori e studiosi dell'argomento - Trabucchi descrive la situazione in cui si trovava la città di Torino… 
Ai partigiani-soldati si erano uniti i partigiani-folla dell’ultimo momento. In aprile era iniziata la corsa all'inflazione partigiana. Le antiche osannate e credibili formazioni si erano improvvisamente ingigantite mentre si era verificata una sfacciata fioritura di unità cittadine probabilmente per contrapporle alle SAP comuniste che crescevano come flora tropicale dopo la pioggia. Al 25 aprile, le barriere di protezione del buon nome partigiano furono tutte travolte. Entrò, infatti, nelle formazioni il fiotto della ramazzaglia: disertori avventurieri profittatori e gente che aveva qualcosa da far dimenticare od occultare e farsi perdonare. A questa folle corsa non si opposero i Partiti: nell'imminenza della pingue spartizione del potere. Ciascuno, infatti, cercava per suo conto titoli da buttare sulla bilancia per affermare la preminenza della propria parte. 
Su suggerimento dall'alto, i comandanti accettarono chiunque si presentasse senza riscontro di moralità e onestà. Lieto ognuno di correre in gran fretta su per i gradini della folta nascente gerarchia. 

Dalla Seconda guerra mondiale di Winston Churchill: 
Mussolini fu riconosciuto e preso in custodia. Altri membri, compresa la Petacci, furono arrestati in base alle istruzioni comuniste. Il Duce e la donna furono portati via in auto e il giorno successivo uccisi. I loro cadaveri, insieme a molti altri corpi, furono trasferiti a Milano e appesi, testa in giù, a ganci da macellaio in una stazione per il rifornimento di carburante in Piazza Loreto ove un gruppo di partigiani era stato di recente fucilato in pubblico dai tedeschi. Tale fu dunque la sorte del dittatore italiano. Mi fu recapitata una fotografia con la scena finale e ne rimasi molto scosso. 
Conosciuti i particolari degli episodi drammatici, Churchill inviò una lettera ad Alexander… 
L’uomo che assassinò Mussolini ha fatto confessione pubblicata dal Daily Espress in cui si vanta del metodo proditorio e codardo dell'azione. In particolare, ha confermato d'aver fucilato la Petacci. Era la donna compresa nella lista dei criminali di guerra? Avevano l'autorizzazione di fucilarla? A me sembra che l'Autorità militare alleata dovrebbe svolgere una sollecita inchiesta chiarificatrice. 

Saremmo partiti per Melfi, nel cuore della mitica Lucania. Operammo gli accorgimenti che riempiono, non sempre lietamente, le ore che precedono le traduzioni. 
“Hai nascosto gli aghi nelle sigarette? I quattrini?” 
“Nel doppio fondo d'una scatola di cartone.” 
“Le carte da gioco? Due mazzi basteranno?” 
“La sai l'ultima? Il nostro ricorso è slittato.” 
“Hai voglia di scherzare?” 
“Meglio riderci sopra.” 
Montammo sul furgone in attesa. 
“Con questo trabiccolo non arriveremo mai.” 
“Potremmo andare a Parigi.” Ironizzò il conducente. 
In vista di Sala, il mezzo s'arrestò e fummo costretti a raggiungere a piedi la Stazione ferroviaria. Non fu agevole né piacevole, trattenuti dai ferri di campagna, dalle catene e da impazienti amici di cordata sempre refrattari ai legacci. Ci raggiunsero i familiari e confermarono che il furgone carcerario era davvero fuori uso! I rimasti al Forte sarebbero stati prelevati con l'automobile messa a disposizione da un privato cittadino. 
Rividi mia madre, mia sorella e la mia ragazza. 
Salimmo sul carro e sedemmo, le gambe distese e le spalle poggiate alle pareti. Mia madre non volle sentire ragioni e ignorò i sensati consigli volti a dissuaderla dal partire con noi. Sarebbe scesa a Sibari, assicurò. Senza che il capo-scorta o altri lo vietassero sedette accanto a me. Il convoglio partì e lei mosse alla carica… 
“Fanno male questi arnesi?” 
“Se resti fermo e tranquillo non fanno male.” 
“Sono cattivi con voi? Perché hanno le pistole?” 
“Non sono cattivi e portano sempre le pistole.” 
“Come le chiamano queste trappole? Ferri di campagna? Che nome, mio Dio.” 
Giungemmo a Crotone e la sosta fu breve. 
“A Sibari dovrò lasciarti perché tuo padre aspetta. Mi è venuto in mente il tuo primo viaggio. Avevi pochi mesi e ciucciavi tra le braccia di nonna Alba a sua volta seduta tra due carabinieri.” 
“Un bel presagio!” 
“Lo considerammo un buon auspicio. Ricordo che, da ragazzo, demolivi ciò che ti passava per le mani. I giocattoli li facevi a pezzi senza mai riuscire a ricomporli.” 
“Ero come tutti gli altri bambini, immagino.” 
Teneri i ricordi. Francesca allungò una mano e pian piano raggiunse i ferri di campagna. 
“Non sono belli nemmeno a vedersi e sono stretti. Chiamo perché li allarghino subito.” 
“Non farlo, rifiuterebbero. Non approfittare ancora della loro cortesia. Tocca a noi pazientare.” 
Era tesa e le mie risposte non la convincevano. Mi sollecitò a poggiare il capo sulle sue ginocchia. Avrei dovuto rifiutare? La sua mano appena dopo corse sui miei capelli, sulla fronte e sul volto. Chiese: 
“Come trascorri i giorni?” 
“Anche per questo c’è una regola da rispettare: restare tranquilli e pazientare. Il peggio, comunque, è passato. L'amnistia, infatti, non tarderà ad arrivare. Vedrai che presto riceveremo buone nuove, magari domani.” 
“Domani, domani. Mi tocca sempre attendere il giorno dopo. Non dimenticare di scrivere e metti la maglia di lana. Il freddo a Melfi è già arrivato.” 
Non avevamo mai conversato tanto in vita nostra. Peccato non aver compreso prima quel che c'era da capire. Il suo affetto nei miei confronti e dei miei fratelli era immenso. Era stupenda quando cercava di nascondere, senza riuscirvi, le sue emozioni. Gli occhi azzurri e profondi la tradivano con l'intensità della loro luce. Cosa aggiungere che non sapesse fin dal giorno in cui m'aveva partorito con gioia? 
Mi tornarono in mente i versi di Italo Galasso. Deceduto all'età di venti anni: 

Stammi vicino o Madre 
nel desiderio che di te m'assale. 
Stammi vicino come allora… 
quando la tempesta batteva sibilando 
sui vetri della nostra casa di Nicotera.


Lunga sosta a Sibari, a giorno chiaro. Francesca, aiutata da due carabinieri, scese dal merci per incontrare mio padre. I ferri furono allargati quel tanto per far riposare i polsi e approfittare per mettere qualcosa sotto i denti. Teo Pastore discusse di vini e polli in fricassea. Ci dissetammo con l’acqua procurata a fatica, come puntualmente previsto da quanti conoscevano bene le croniche deficienze di Sibari. 
Ecco Metaponto. 
Scendemmo per proseguire verso Potenza. I militi trasferirono i bagagli in ristorazione. Tra loro Carlo Trapasso che, autorizzato dal capo-scorta, mi levò iferri e la catena. Incoraggiante e non attesa prova di fiducia. Comprai uva e, dopo averla lavata al rubinetto del bar, la divisi con gli altri. Li aiutai a rimediare ai fastidiosi inconvenienti che dannano i reclusi durante le traduzioni, in particolare se lunghe. 
Giungemmo a Potenza verso mezzanotte. Apprendemmo che il trenino diretto a Melfi sarebbe partito non prima delle cinque. Montammo sulla carrozza a noi destinata e concordammo brevi turni di guardia. Il convoglio ci strattonò avviandosi. 
L’alba si mostrava quando mi addormentai. Mi svegliai quando Melfi era in vista. 
“Oltre cinquecento metri sul livello del mare. Attività agricola e del legno.” 
Ci informò un viaggiatore che indossava un vestito di velluto scuro. 
“Sono l'agente di custodia Tal dei Tali. Siete in ritardo e in numero minore di quanti aspettavamo.” 
“Gli altri seguiranno. Superiore, per favore, informateci come si fa a svernare da queste parti.” 
“Potrete sempre contare su due minestre calde. Chi ha quattrini potrà comprare roba. Il tabacco? Scarseggia.” 
Comprare la roba? Neanche a pensarci. Di palanche ne circolavano poche. 
Giungemmo a destinazione. I carabinieri ammucchiarono i bagagli sul biroccio in attesa, tratto da un ronzino che seguimmo lentamente. 
L'aria pungeva e mi proposi d'indossare la maglia di lana. Se mia madre avesse saputo, ne sarebbe stata lieta. L'avrei subito informata. 
Considerai quanto ci attendeva: niente casanza, poco tabacco e pecunia con il contagocce. In compenso, tanti pieni d'aria salubre del Vulture. 
Transitammo per Porta Venosina. Ecco, infine, mostrarsi un fabbricato con garitta e sentinella, già dimora per religiosi, poi caserma, infine carcere. L'ingresso si aprì e riparammo in un vasto atrio. 
Attraverso due cancelli lessi: Ama la tua Patria e rispetta le sue Leggi. Il suggerimento, volli credere, si riferiva alla Patria sognata da generazioni, non solo a quella dei giorni difficili, ma anche all'altra, eterna e amata, che non si identifica con i regimi e gli uomini. 
Sulle pareti due grandi marmi ingialliti dal tempo. 
Il primo avvertiva: Chi visita i reclusi è obbligato a depositare le armi all'ingresso.
L'altro, il dodicesimo rigo scalpellato con cura, recitava…

QUESTO  INVIOLABILE  CLAUSTRO
SACRO  ALLA  VERGINITA'  AL  SILENZIO
ALLA  ABNEGAZIONE  DELLE  FIGLIE  DELLE
DIVOTE  DI  ASSISI  NEL  MDLXXIV  VESCOVO
ALESSANDRO  RUFINO  ERETTO  VENIVA
PER  IL  TERREMOTO  DEL  XIV  AGOSTO  MDCCCLI
CON  LA  CITTÀ  RUINAVA
NEL  V  DI  GIUGNO  MDCCCLII  RESTAURATO
ALLE  SACRE  VERGINI  REDUCI  D’AVIGNANO
OVE  NELLA  SFORTUNA  RIPARARONSI
PER  CURA  DEL  PRELATO  CHIARISSIMO

( rigo scalpellato )
PIÙ  ORNATO  PIÙ  SOLIDO  E  DURATURO  RIAPRIVA

Gli uomini di scorta si accomiatarono e promisero che, arrivati a Cosenza, avrebbero informato i nostri congiunti. Consigliammo loro: più agevole comunicare con una famiglia, le altre avrebbero appreso con il solito tam-tam. Ridemmo. Ridere e scherzare faceva ancora parte del nostro bel vivere quotidiano. 
Superati i cancelli notai uno scopino che rincorreva tre galline starnazzanti destinate, malignai, al desco del Comandante, un signore alto, dal viso olivastro che assisteva alle lente pratiche di immatricolazione. In realtà per osservare noi. E soppesarci. 
Raggiungemmo lo stanzone sette, piano terra, dopo aver superato un portico. Ci consegnarono le forniture. Incomplete.

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