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La stagione dell’ira - Capitolo 23

Capitolo Ventitreesimo

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Le vere conquiste sono
i viaggi della mente.
E del cuore.

ANONIMO

La notte predisponeva ai sogni e alle introspezioni, spesso inutili e disarmanti. Il desiderio, intanto, mi creava intorno cento harem senza confini. Oltre al bugliolo, alla brocca, al libro tascabile, alle scarpe prive di stringhe, non disponevo d'altro. La realtà è, infatti, rappresentata dalle sollecitazioni che si ricevono da ciò che è possibile guardare e toccare. In altri termini, gli uomini vivono delle cose e le cose degli uomini. 
Avvertivo intenso il palpito della vita ed evadevo quando il sangue ribolliva in me; affiorava lo sconforto per non aver fatto strame dei residui legami con il mondo mentre il passato si proponeva con immagini e storie che occupavano tutti gli spazi liberi dell'io solitario. 
Con le figure evocate urgevano dubbi, ripulse, rivalse e sensazioni mai avvertite prima, mentre l'anelito della libertà sovrastava ogni cosa. 
I reclusi ordinari vivevano le nostre medesime ansie, contraddizioni e attese. A seconda del loro mestiere e della loro sensibilità. I contadini confidavano i loro sogni agresti e fantasticavano alla ricerca dei campi e delle vigne, dei cavalli, degli agrumeti in fiore e del tempo delle messi. 
In quanto a me, amavo paragonarmi ad un fiero patriota della suburra, un po’ bandito e un po’ gentiluomo, e mi attardavo a comporre i doppi e i contrari. Opponevo il sole alla luna, l’acqua al fuoco, il dolore alla gioia, il bianco al nero, l’ignoto al conosciuto, la luce alle tenebre, l'inerzia all'azione, il dolce all'amaro. La galera alla libertà, unica considerazione capace di farmi sentire ancora un uomo, bipede pensante. 
Seguiva, immancabile, un accorato pensiero al manoscritto che non procedeva d'un passo: gli ultimi quaderni marcivano da più settimane tra le foglie del pagliericcio. Se li avessero sequestrati - come già avvenuto a Colle Triglio per i primi capitoli, non più riproponibili alla stessa maniera - avrei messo sulle mie aspirazioni una pietra tombale. Non possedevo copie. 
La mia fatica? Non si trattava della Magna Charta ma ero certo d'essere, nel tempo, riuscito ad accorpare - variando sul tema - notizie e accadimenti di sicuro interesse. Avevo fantasticato che se gli scritti fossero usciti indenni dal futuro incerto e dai trasferimenti che già s'annunciavano, li avrei dati alle stampe. Sperai in un condono: anche un giorno in meno in cella sarebbe servito. Non avanzai richieste in tal senso e mi piacque credere che, dopo essere rimasto un bel po' nella compressa, respirato male e dormito peggio, sarei stato in grado d'affrontare qualsiasi altro evento eccezionale. 
Verso sera, avvertii dolori alla nuca, sopportabili, seguiti da alterna rigidità. Mi rigirai nella coperta e finalmente riuscii a prender sonno. Fui svegliato dal passo dello sconosciuto tornato a farsi vivo. Volli reagire e sollevarmi da terra, urlare, ma un gracidio sordo uscì dalla gola riarsa e mi trattenne sul pavimento una solida presa. Come una talpa mi agitai in un pozzo senza fondo. Con chi ero venuto in conflitto? Si trattava di sensazioni passeggere o c'era dell'altro? Come aveva fatto il visitatore sconosciuto ad entrare se cancello e porta erano rimasti serrati a doppia mandata sin dal mattino? 
Avvertii vibrazioni strane ed ebbi l'impressione che il muro esterno, quello della presa d'aria, mi venisse incontro. In una sorta di chiaroscuro a penna, un'ombra spessa mi riportò in mente la figura d'un religioso ricurvo su se stesso con il cappuccio calato sulla fronte. Era il fantasma del religioso morto in quella cella utilizzata un giorno per la penitenza estrema o si trattava di Fratello Umile che incontravo nella mia città mentre elemosinava un obolo per la sua chiesa? Era Belzebù? Avrei dovuto recitare formule arcane per liberarmene? Quali? Avevo vissuto la prova generale della mia dipartita terrena o si trattava della temuta deriva psicologica? Magia pura, esperienza extrasensoriale? E se fossi crepato? I presupposti c'erano, ma non ero alle corde. Mi proposi di recuperare forza ed equilibrio e infine la mente tornò a reclamare rumori esterni e voci amiche. Anche Charles giunse a darmi una mano… 

Penetrarono in me silenzio e notte,
come in una cella la cui chiave è perduta, 
fui simile alle bestie della strada e 
ramingo vegetai senza più badare a nulla. 
Senza poter distinguere l'estate dall’inverno; 
sporco e inutile come cosa logora.


I reclusi in segregazione si trasferivano in corridoio nelle prime ore del mattino, uno per volta per non più di dieci minuti. Considerai che, se più soggetti del calibro dei miei occasionali compagni, si fossero incontrati, anche per caso, avrebbero potuto rappresentare una miscela esplosiva tale da sconvolgere, in men che si dica, la monotona esistenza della prigione. Ipotesi suggestiva, remota. Non aver rapporti con i vicini di cella non mi crucciava: in giorni da vivere in solitudine non nutrivo interesse per chicchessia. La stessa cosa accadeva nei miei confronti. 
Se non si era intenti a far acrobazie sulle finestrelle, ce ne stavamo accucciati nell'angolo a sbavare sui nostri bubboni maligni e quanto accadeva oltre i muri delle proprie celle non interessava. Gli altri? Potevano crepare
L’isolamento non superava due settimane: oltrepassare il limite poteva diventare lesivo per i malcapitati. Nemmeno i frequenti contatti con i custodi lenivano le nostre ansie sostanziate d'imperativi da rispettare comunque: porta al loro posto i tavoloni, netta il bugliolo, riempi d'acqua la brocca, scuoti la coperta e torna in cella. Faresti meglio a parlar meno. Rituale monotono che seguiva la luna cangiante dello sticco comandato anche di tenerci d'occhio ed eventualmente riferire. 

A furia di spiare cieli 
il divampar di stelle mai viste
l’occhio mio alla luce non resiste
e più non vede che larve di sole.


Una voce, con ironia superflua, suggerì: 
“Cerca di stare su con lo spirito e, ad iniziare da adesso, ogni mezz'ora e non oltre, fatti sentire da me.” 

Alla conta del mattino presenziò un agente che, anche se informato, chiese di sapere da... quanto marcivo in cella. Risposi: 
“Sette giorni, il primo nel padiglione.” 
“Il resto è condonato.” 
“Il condono è per tutti?” 
“Solo per te allora?” Ridacchiò lo sticco
Attesi all'esterno del settore insieme agli altri isolati dei quali notai l’accentuato pallore, le barbe ispide e l'aria assonnata. Era stata dura anche per loro. Scambiammo un furtivo cenno di saluto e potei osservarli. Considerai che tante cose apparivano più chiare che nel passato. Non ero razzista, né guerrafondaio, ero contro le consorterie, cosciente d'avere molti difetti. Non ero, in ogni caso, una bestia immonda anche se per tale ero stato trattato. Ero un ribelle, nato sotto il segno di terra del leone e non avevo mai esploso colpo omicida in vita mia. 
Si avvicinò il barbiere-recluso di nome Iozzi, addetto al settore isolamento. Osservò: 
“Non sei stato a tuo agio. Basta guardarti in volto.” 
Mi avvolse il collo con un panno color della vinaccia e trasse da un contenitore le forbici, un pezzo d'allume e un pettine di legno. L’avevo notato spesso in giro, sapevo di lui e delle sue scelte politiche estreme. Aveva letto Marx e sognava ad occhi aperti la rivolta armata, ossessionato dalla visione di rapporti umani più elevati nel mondo migliore che poteva nascere dalla rivoluzione. Mi informò: 
“Sei tra quanti presto raggiungeranno Melfi. Alcuni tuoi amici sono partiti per Procida e Vallo Lucano. Ti auguro di cadere sulle punte.” 
“Quando tornerai in libertà?” La prima domanda che si presentò in mente. 
“Restano due inverni da superare e saranno duri.” 
“Passeranno. Passeranno anche quelli.” 
“Hai considerato che in galera si apprendono molte cose e s'impara ad amare la vita?” 
“Amo la vita: l'ho sempre amata. E rispettata.” 
“Non dicevo di te. La galera aiuta a crescere. Tutti dovrebbero provarla, almeno un po'.” 
“Due mesi?” 
“Con un assaggio dell'isolamento. Li sfoltisco i capelli? Mi chiedo se crescono al buio.” 
“I miei sono cresciuti, accorciali.” 
“Dicevamo?” 
“La galera è maestra di vita.” 
“Penso a quanti son fuori di qui, in un mondo in continua trasformazione, con mille rogne da affrontare. Ogni dopoguerra è duro da superare: negli uomini si risvegliano gli istinti peggiori. Quando i conflitti cessano si vorrebbe subito dimenticare e le galere si riempiono.” 
“Secondo te cosa dovremmo attenderci dal futuro?” 
“Una soluzione l'avrei pronta: far cadere molte teste così risolveremmo tante situazioni.” Un'altra idea fissa del Iozzi. 
“Non siamo rivoluzionari, ma veri pasticcioni.” 
“Ricorda che la rivoluzione è un’arte, lo ha detto Lenin. Taglia il rasoio o lo ripasso sulla strappa?” 
“Taglia, taglia. La rivoluzione? L'occasione c'è stata ed è stata sprecata. A proposito, desidero ascoltare un tuo giudizio sui fatti di Caulonia. Intanto scusami, non ho una sigaretta da offrirti.” 
“Ne ho io quante ne vuoi. Di Caulonia parleremo un'altra volta. Diremo di Pasquale Cavallaro e delle scelte del mio Partito perché sono quelle che fanno sempre la storia. Il resto è cronaca. Fuma una sigaretta e tieni il pacchetto. Se ne vuoi ancora, le procuro io in cambio di sapone da barba e allume.” 
Avevo intanto recuperato un aspetto quasi decente e mi sentivo a mio agio con i capelli tagliati all'ultima moda galeotta. 
Mi specchiai nell'acqua piovana della mezza botte e lo scopino, che aveva assistito alle varie fasi dello sdoganamento, notò le mie occhiaie. Le impronte palesi della pur breve segregazione. Le altre tracce erano celate nel profondo. Il mio primo viaggio agli inferi era terminato. 
Gli amici mi accolsero con apparente cordialità e, pur avendone gran voglia, non mi rinfacciarono il comportamento (a loro avviso puerile e sterile) tenuto in sala colloqui. D'accordo: avrei potuto evitare l'infinito casotto con un pizzico di umiltà e autocontrollo. 
Fui assegnato alla due del loggiato e rividi Teo Pastore e Mariano Pampana. Ben, Emilio-Lupo e Cola Bruni si trovavano nella sei. Li avrei incontrati al passeggio. 
Scese la notte e scrissi a Vittorina. Avrei consegnato il foglio allo scopino che fungeva da cortese tramite… Sono tornato. Oggi metteremo mano al giornaletto che giudicherai nel prossimo colloquio. Informami se è stato concesso. Mariella è partita ieri e non ho fatto in tempo a salutarla. 

I rapporti con i reclusi comuni - con i quali spartivamo l'appetito e la sete di libertà - erano argomento delle lunghe conversazioni serali. Si discettava del carcere e dei suoi effetti sul corpo e sulla mente. Anche i detenuti ordinari ne parlavano, in modo diverso ma lo facevano. I loro occhi incupivano quando si accennava alla Legge, il soggetto disattento alla sorte dei miserabili dell’ultima classe; entità severa e sfuggente cui soggiacere per fatale necessità. Sfogo di legge, affermavano, intendendo significare che la pena era stata comminata da giudici incapaci di sottrarsi al gusto della condanna. L’apparato della giustizia - codici tribunali magistrati avvocati - finiva per essere considerato strumento efficace in mano ad un nemico. I difensori, di contro, erano guardati con simpatia, considerati alleati nei quali avere fiducia illimitata perché in grado di far crollare le munite torri della giustizia con mille trappole e raggiri. 
Le nostre conversazioni, di soggetti sufficientemente informati, finivano per diventare girandole di consigli e suggerimenti nei quali non era estraneo il gusto accademico di alcuni studenti. Uno di questi - Francesco Ryllo del gruppo di Crotone - si era proposto addirittura di preparare la sua tesi di laurea in legge sull'argomento. In attesa, si adoperava di guadagnare gli altri a un progetto di riforma del sistema carcerario. Gli argomenti da lui trattati non erano astratti e neppure estremisti. Non pensava ad una riforma immediata intendendo contemperare le esigenze e l'evoluzione della società a quelle della lotta al crimine. 
Francesco Ryllo - futuro apprezzato avvocato - affermava: le carceri come sono oggi dovrebbero scomparire per far posto a moderni istituti che vediamo sorgere dalle misure di sicurezza del Codice Rocco. Luoghi di restrizione ed espiazione sono sempre esistiti perché la società ha il diritto-dovere di difendersi con tutti i mezzi a sua disposizione.
Emergevano i contrasti, esplodevano le polemiche e sembrava che l’auspicata rivoluzione del sistema carcerario dovesse attuarsi in partenza da quella stanza, da quei soggetti che ne discutevano con fervore e corale partecipazione. 
La nostra generazione che ha fatto della galera la sua seconda casa, la gente che sarà passata dalle prigioni di Stato, una volta libera, ci penserà. L'auspicata riforma del sistema penitenziario potrà essere determinata da una svolta di civiltà e dal mutamento delle condizioni economiche in tutti i paesi. Le carceri attuali non sono come i Piombi di Venezia e, perfezionando con il progresso, i mezzi tecnici a disposizione, arriveremo finanche al permesso dei rapporti sessuali. Estendendo il senso di mortificazione e disciplina, perverremo alla pena del rimorso o molto vicino ad essa.
Mi chiedevo: quale fine faranno i delitti politici? Potranno essere definiti tali, in una società rinnovata, i comportamenti che rappresentano affermazione della libertà individuale e orgoglio della personalità?
Seguivo il batter d’ali dei colombacci che sostavano sui cornicioni del reclusorio e meditavo sull'assurdità del delitto politico. L'impossibilità d'inquadrarmi l'avevo avvertita durante una stupenda sera di primavera mentre varcavo l'ingresso del carcere della mia città. 
Avevo acquisito in quel momento la consapevolezza di non essere simile ai poveri diavoli che mi sarei trovato accanto la prima notte di galera; vittime sacrificali anche se in maniera diversa e opposta alla mia. Questa certezza l'avevo letta nello sguardo attonito dei concittadini che osservavano attoniti mentre arrancavamo trattenuti dai ferri di campagna e dalle catene. Era l'illogicità del delitto politico!
Quanto minore sarà lo stimolo a delinquere, tanto meno spogli e miseri saranno i luoghi di pena. In teoria, potremmo ridurli a case per alienati e soggetti socialmente pericolosi per natura patologica. I carcerieri dovranno essere educati a concorrere all'attuazione dell’auspicata riforma attraverso il graduale abbandono di sistemi superati mentre i gestori delle patrie galere saranno costretti ad abiurare la consuetudine di umiliare quanti sono affidati alle loro cure.
Queste le tesi, condivisibili, di Francesco Ryllo, giovane presunto eversore che auspicava - correvano ancora gli anni quaranta - che i custodi di vite umane fossero consapevoli della missione loro affidata dalla società e soltanto di questa si mostrassero orgogliosi.

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