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Brasile

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SAÕ PAULO -
La metropoli è sveglia e presto il traffico diventerà caotico. Fondata dai Gesuiti, si è sviluppata velocemente da meritare l'appellativo di locomotiva brasiliana. Mentre gli altri grandi agglomerati urbani - Rio de Janeiro in particolare - dedicano energie e tempo al divertimento e alla ricreazione, la Capitale è impegnata a bruciare le tappe di un rapido sviluppo, a creare moderni quartieri, industrie e mega-strutture commerciali.
Ho avuto modo di trovarmi qui anni or sono durante la Prima Conferenza dell’Emigrazione italiana in America Latina allorché, per una settimana, i rappresentanti delle forze politiche regionali e sindacali s'incontrarono (e scontrarono) con i delegati dei lavoratori residenti in America del Sud non più disposti a dare credito alle ragioni addotte dal governo italiano in relazione alla mancata concessione del diritto di voto, alla trascurata riorganizzazione della rete consolare e all'applicazione d’una democrazia vera con riferimento agli irrinunciabili diritti-doveri per i conterranei.
Altri problemi sono sul tappeto tra i quali la doppia cittadinanza e gli inderogabili interventi a favore delle case di riposo (troppi, infatti, sono gli anziani che vivono una difficilissima terza età), all'assegno ad personam per indigenti. Problemi rimasti ancora irrisolti.
Ricordo le proteste del lavoratore Pullì emigrato in Venezuela: L’Italia ci appartiene come appartiene a tutti voi. Gli emigrati sono trattati come stranieri non desiderati scordando che l'elemosina non è una virtù cristiana, cristiana è la giustizia e la solidarietà! E' giunto il momento, prima che ci si scordi di noi, di pretendere risposte esaurienti. Sarà bene ricordare che gli emigrati rimettono valuta pregiata contribuendo mensilmente al risanamento del sempre più asfittico bilancio nazionale. Agli italiani all'estero vanno soltanto le briciole. Perché rimanere indifferenti di fronte a tale stato di cose?

Un giro in auto con gli amici italo-brasiliani mi procura l’occasione di prendere contatto con un mondo a me vicino ed estraneo ad un tempo. Conosciamo il Brasile per il suo caffè e i campioni di calcio, ma è giusto ricordare che il Paese, di lingua portoghese, si presenta alla nostra valutazione come forza potenzialmente inestinguibile. L’emigrazione italiana ha concorso notevolmente al suo sviluppo.
Tra quanti si sono adoperati a rafforzarlo con l’impianto di primari settori produttivi, sono da ricordare i Matarazzo, Pugleis, Giorgi, Siciliano, Lunardelli, Ugliengo, Gamba, Morganti, Crespi, Frontini e altri. Ai quali si aggiunsero nel tempo migliaia di immigrati provenienti da tutte le province brasiliane. Si ricorda che parte dei guadagni conseguiti dalle imprese menzionate è stata impiegata per opere filantropiche e culturali.

Il Brasile - scoperto nel 1500 da Pedro Alvarez Cabral - si chiamò inizialmente Terra di Santa Cruz. Dopo il ritrovamento di un legno che tinge l’acqua di rosso fu chiamato Brazil. Il Cabral, inviati sulla terraferma alcuni marinai perché apprendessero l’idioma dei nativi, tornò in Portogallo portando con sé esemplari degli strumenti di lavoro usati dagli indigeni. Oltre a magnifici uccelli e tronchi d'albero di notevole valore commerciale tra i quali il citato legno di brace alla ricerca del quale mossero centinaia di mercanti.

Il dottor Marcello Marconi, trasferitosi dall'Italia al termine del secondo conflitto mondiale (mio amico e cortese accompagnatore residente a San Salvador) informa che …ancora oggi i nativi vivono come schiavi. Gran parte degli indigeni, infatti, sarebbe succube della volontà e delle decisioni altrui, non per costrizione ma per libera scelta. In altri termini non sono ancora riusciti ad essere liberi e a sentirsi tali. Ascoltare Marcello è interessante. Egli definisce stupendi e avventurosi i viaggi amazzonici: da Salvador a Pernambuco, Fortaleza, Mato Grosso, Rondoni e Pissau. Un modesto lembo di territorio se rilevato sulla carta geografica.
Accenna, in particolare, ad una località che definisce paradisiaca, con terre in pianura e fertili colline che si estendono per oltre quattrocento chilometri. Qui, assicura, costruirà la sua casa. Aggiunge: Le ruspe di una falsa civiltà continuano a distruggere questo paese che dovrebbe essere sfruttato per un terzo o poco più. Il rimanente andrebbe conservato com'è ora. Il terreno sabbioso affatto smosso, gli alberi alti fino a quaranta metri non sradicati. Tutto allo stato rappresenta la più grande sorgente di ossigeno del globo. Se la foresta venisse divelta oltre il ragionevole, diventerebbe un deserto simile al Sahara. Non paga continuare a distruggerla. Esistono per lo sfruttamento intensivo terreni a non finire sui quali premono schiere di disperati alla ricerca d’oro e diamanti, ricchezze che di solito non trovano. L'Amazzonia possiede, tra l’altro, le piante dalle quali si ricava il lattice per la produzione di caucciù, materia prima raccolta dalle Compagnie straniere.

Già prima capitale della Repubblica Federale Presidenziale, Rio de Janeiro non va trascurata. La mia presenza in zona sarà breve essendo il tempo disponibile ridotto all'osso. Per il momento è Rio!
Molti segnali annunziano l’arrivo del Carnevale che presto proromperà incontenibile. In attesa di mostrarsi in fantasmagoriche parate, centinaia di attori, tra una prova di ballo e l'altra, s’abbronzano sotto l’astro cocente di Leme e Copacabana.
L’annuale ricorrenza preparata per un anno intero rappresenta un semplice assaggio per i turisti esigenti.
Diverso è il Carnevale di Salvador: se vuoi vivere giorni e notti di follia e godere del brio genuino di questo popolo; se vuoi fare un bagno di folclore, la meta è Salvador, la città ove si risparmia durante un anno per spendere tutto il denaro e le energie in poche ore di ubriacatura collettiva. A quello di Salvador, seguono altre giornate carnascialesche (nicarete) in località interne.
Che resta allora del carnevale di Rio? Non se ne può negare la spettacolarità ampiamente pubblicizzata.
A Bahia, si assiste alla semplice gioiosa esplosione di gente non danarosa.
C’è, purtroppo, il rovescio della medaglia: le favelas. Se ne contano mille nel Paese. Agglomerati fatiscenti densi di miseria e umanità dolorante, nati perché i governi succedutisi nel tempo non sono stati in grado di fornire un’abitazione decente ai residenti.

Nelle favelas non si raggiunge la soglia della dignità umana perché la gente è priva di nutrimento, aiuto e istruzione. Le case sono accatastate sui pendii, protese sui pantani e sulle palafitte, compresse e soffocate in terreni acquitrinosi e malsani. Costeggiano le ferrovie e i bordi dei torrenti tra fogne a cielo aperto. Ovunque c’è spazio rifiutato dal mondo cosiddetto civilizzato.
I favelados non hanno storia, i loro figli non hanno diritti come quelli degli altri. Don Bernareggi attribuisce loro... profonda ricchezza umana. Sfrattati e sballottati i favelados cercano di recuperare per se stessi e le loro famiglie un barlume di dignità. Nelle baracche c’è rassegnazione e orgoglio a un tempo perché la casa costituisce l’affermazione della loro presenza di esseri umani. Le favelas e i favelados, secondo i sociologi, esprimono un tipo di società che sconta le tante contraddizioni del capitalismo selvaggio. Quanto richiamato spinge a considerazioni di costume oltre che storiche; l’urbanesimo e l’industrializzazione sarebbero i fenomeni che avrebbero determinato il vivere miserevole di generazioni di nativi.

Il caleidoscopio umano sosta presso gli alberghi di Leme, Ipanema e Copacabana; scelte obbligate per quanti sono stati sorpresi dagli improvvisi e violenti scrosci di pioggia che sempre seguono le punte di caldo torrido. Qualcuno ha avuto persino danno dalla turbolenza. Mi riferisco alle famiglie di nativi accampate sui marciapiedi, miseri bivacchi dai quali muovono durante tutto il giorno gruppi di ragazzi al discreto assalto dei turisti.
Cerco un bambino con gli occhi azzurri e dalla pelle chiara che mi ricorda il figlio di mia figlia; il medesimo bimbo che giorni fa mi ha offerto alcune bustine di noccioline in cambio di pochi cruzeiros. Mi chiedo ove sia finito e se è riuscito ad evitare i pericoli della tentacolare metropoli. Mi conforta immaginarlo vivo e trasferitosi in un quartiere tranquillo. Il cameriere del bar, ove a volte sosto, frusta le mie speranze paventando che… potrebbe essere stato venduto dai genitori oppure fatto fuori dalle squadre speciali. Quali squadre? Si tratta di un espediente messo in atto per evitare che i piccoli fornitori di noccioline e semi di zucca diano fastidio ai turisti, fonte inesauribile di valuta pregiata.
A conferire certezza a tale stato di cose, il giornalista Dimenstein, autore di due libri molto letti. Il primo - La guerra dei bambini - tratta di ragazzi di strada decimati dai soliti esperti. E’ stato tradotto in cinque lingue e giudicato testo ufficiale di riferimento sul fenomeno. L’altro volume si occupa di adolescenti cedute dai genitori. Ne scriverò in seguito. Desidero, per ora, soffermarmi sulla notizia che circola secondo la quale il numero di adolescenti che offre ai turisti cartocci di semi e noccioline è sensibilmente diminuito. Le squadre speciali avrebbero ben operato!
Si diffondono inoltre notizie sulle sparizioni di piccoli rapportate alle aumentate richieste di organi per i trapianti.
Per il resto, Rio si mostra la metropoli di sempre con strade straripanti di turisti che, a poche decine di metri dall'Oceano, corrono sull'asfalto alla ricerca delle condizioni fisiche ottimali. A mezzogiorno, in ora di pranzo, sono loro, dimentichi dei problemi di linea, ad affollare i ristoranti per consumare abbondanti portate di pesce annaffiate da fiumi di spumante.

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Nel 1549, il re del Portogallo diede alla colonia brasiliana la prima capitale chiamata Cidate do Salvador. Jorge Amado preferisce chiamarla Bahia de Todos los Santos. L'autentica denominazione è Salvador de Bahia de Todos los Santos. La città vanta settantasei chiese. I santi onorati non sono soltanto portoghesi, ovvero quelli che il cattolicesimo ha collocato sugli altari, esistono anche i santi degli schiavi e degli spiriti, delle acque, delle foreste mentre il fascino indiscusso della città si esprime in questo miscuglio di civiltà e razze. Vi si trova l’intero mondo afro-brasiliano allo stato puro. Universo tentacolare come suggerisce la scritta che appare ai turisti… Sorridete: siete arrivati a Bahia!
Esplicate le pratiche di sbarco e guadagnate le strade, la stanchezza scompare. Su queste spiagge attraccarono i velieri stipati di uomini e donne sottratti con la forza alle loro famiglie per cupidigia e sete di ricchezza.
Se tendi l’orecchio, probabilmente, sentirai levarsi i lamenti di quanti sono stati sradicati dalla loro terra, di coloro che hanno procreato nella maledizione e nella bestemmia, coscienti che da uno schiavo sarebbero nati altri schiavi e da un servo altri servi. Da allora, la gente cercò conforto nel culto delle deità che sentivano più vicine, ricostruendo (di nascosto) luoghi e immagini di riti familiari. Bahia ne vanta di tribali propri. Non manca la musica folk insieme ai castelli protesi sul mare, ai fortini e alle ville coloniali semi-nascoste dai palmizi. Calda terra di Bahia!
Le ricchezze profuse dai conquistadores si riscontrano nell'architettura e nell'arredamento urbano. Esistono, in effetti, due città: una in basso e l’altra in alto. Le strade strette e ripide sono sature di folclore e sensualità: vi pullulano le case di piacere e tutto vive nell'eterno rinnovarsi della vita.
Anche la luce a volte assume tonalità estatiche. Nelle favelas (ove è possibile accedere se ben protetti) sono ammassati i diseredati lontani anni luce dal mondo civilizzato.
Alcuni le definiscono addirittura  pittoresche!
In esse vive un universo di drammi e violenza. Vi abitano uomini e donne che non hanno storia, figli senza diritti costretti a scontare sulla propria pelle le contraddizioni del capitalismo. I favelados sopravvivono senza speranza di trarsi fuori dall'esistenza di malnutrizione e sacrifici sebbene non si spenga in loro la voglia di vivere fidando di potersi, un giorno, riscattare dai soprusi che si consumano nei loro confronti.
Nelle favelas impera la corruzione esercitata da teppisti, piromani e scippatori; con corollario di attentati, intimidazioni, ignoranza e disoccupazione, traffico di droga e armi, isolamento e discriminazione.
Nel grande Paese va aggiunta la piaga della prostituzione giovanile. Alle prime luci dell'alba è possibile notare l’uscita discreta dagli ingressi secondari degli alberghi di adolescenti che svicolano rasentando i muri. Giovani d’ambo i sessi procurati ai clienti danarosi.
Le ninfette dedite al turpe mercato arrivano in particolare dalle province di Pernambuco e Rio Grande do Norte, Rondonia e Rio Branco. Giungono a centinaia sperando di trovare lavoro quali cuoche o cameriere. Modesto è il numero delle 'fortunate' che riescono a far qualcosa di decente. Le altre finiranno nelle trappole tese dagli organizzatori di bordelli mobili da rinnovare spesso con merce fresca. Senza contare le centinaia di bambine a disposizione dei boscaioli e garimpeiros: uomini che frugano nei fiumi amazzonici alla ricerca di oro e di gemme.
Per queste adolescenti non esiste alcuna possibilità di riscatto: sopravvivono, infatti, fino al giorno in cui saranno messe al bando essendo diventate l'ombra di se stesse. La vita che fanno, i maltrattamenti e la droga concorrono a fare del loro corpo una mela marcia da togliere al più presto dal cesto. A sedici anni sono sfiorite, senza passato e senza futuro.
Nelle miniere, una ragazza di dodici anni vale... venti grammi d'oro. Se illibata, il prezzo aumenta di quattro volte. Le somme ricavate sono ripartite tra i protettori di turno e i fornitori di servizi collaterali che hanno diritto al rimborso delle spese anticipate per vestiti, scarpe, vitto e periodici spostamenti da un accampamento all'altro. Le ragazze costrette al riprovevole impiego mai riusciranno a liberarsi dagli sfruttatori coalizzati tra di loro. Il protettore tiene i conti. La merce, all'arrivo già fragile, deperisce rapidamente e bisogna spremerla finché in tempo.
E' stato redatto uno scrupoloso censimento della prostituzione giovanile che oggi conterebbe, soltanto a Rio, trentamila unità (cifra considerata per difetto) tra bambine e adolescenti. Numero modesto se rapportato al mezzo milione e oltre di donne che operano nel paese.
Dimenstein - esperto di politica interna e cultore di problemi sociali - ha girato in lungo e in largo il territorio nazionale nel tentativo di pervenire ad una stima, il più possibile corretta, per dare dimensione attendibile al fenomeno. Ogni informazione è documentata nel libro, Meninas da noit, pubblicato dopo quello che tratta dell’eliminazione dei ragazzi di strada.
Sarà opportuno ricordare - scrive Dimenstein - che durante la certosina ricerca, ho scoperto che è raro che le bambine restino vittime dei gruppi di sterminio perché costituiscono notevole valore di mercato come prostitute.
Alla decisione dei soggetti di lasciare le proprie case sperando di vivere meglio e agli adescamenti, si aggiunge, da parte di genitori e parenti, la vendita di bambine ai proprietari di bordelli in cambio di pochi cruzeiros e qualche bottiglia di aguardiente. Senza contare il cosiddetto ‘quarto livello’ di aste organizzate dai fazendeiros per comprare la prima notte di una ragazzina. Sono da ricordare altresì le giovani disposte a compiere atti sessuali occasionali con camerieri e proprietari di locande in cambio dei cibi avanzati!
Fuggire? Dove nascondersi e cosa fare? Se assistite dalla buona stella, riusciranno solo a trovare un altro padrone. Se riacciuffate, saranno botte! Sorte estrema, se la merce è deperita al punto da non potere essere più utilizzata: un colpo di pistola. L’esecuzione sarà anche d’esempio a tutte le altre.
Nessun rischio corre l’assassino: alle sparizioni, mai seguono indagini. La legge, non a caso, si trova a centinaia di chilometri dai territori ove vivono e operano i garimpeiros. L’omertà e gli interessi faranno il resto. Se, per avventura, sono presenti le forze di polizia rimarranno sorde, cieche e mute come le note tre scimmiette. In attesa delle bustarelle.
Alle dichiarazioni del Dimenstein - pubblicate da LA FOLHA, diffuso quotidiano di San Paolo, ha avuto seguito l’intervento del Governo con l’immediata liberazione di cinquantacinque donnine tra cui diverse adolescenti con meno di quattordici anni, già schiavizzate nel garimbo di Cuiù Cuiù, nello Stato del Parà.
Alla luce delle pessime condizioni economiche e sociali del Paese, è facile prevedere che il commercio di adolescenti d’ambo i sessi continuerà e addirittura si allargherà. Altrettanto facile immaginare che le ragazze torneranno sui marciapiedi non esistendo alternativa allo stato attuale di cose non essendo le vittime in condizioni di esercitare lavori diversi da quello che hanno sempre svolto.
Chi si è mai preoccupato d’insegnar loro un mestiere per sopravvivere?

L’Amazzonia è una delle regioni più grandi del pianeta con superficie di ben sei milioni di chilometri quadrati. Estesa quanto l’Europa è, per oltre il settanta per cento, compresa nei confini del Brasile. Dispone di oltre il venti per cento dell’acqua dolce della terra, un bacino idrografico che comprende i più grandi fiumi del globo e la più lussureggiante immensa foresta tropicale, oltre che territorio biologicamente assai ricco. Ha la foresta fluviale più estesa che si conosca e il trenta per cento delle foreste tropicali della terra. L’immensità della giungla amazzonica, però, è piena di pericoli. Necessiteranno più anni per poterla conoscere, procedendo gradualmente alla sua esplorazione. Non sarà un lavoro agevole per quanti dovranno affrontarlo: basti pensare alle zanzare e alle infinite specie di insetti molesti che vi dimorano. Gli agglomerati urbani più grandi - Manaus, Bile, Letizia e Quoto - si trovano lungo i corsi d’acqua navigabili.
Questo lembo di paradiso in terra rappresenta un’inesauribile dispensa per le Americhe. Enormi sono le ricchezze in diamanti, pietre preziose, oro, onice, petrolio, uranio e altri minerali. Oltre che potenza agricola non immaginabile. A quanto elencato, va aggiunta la notevole ricchezza derivante dal bestiame, dal legno, dalla frutta selvatica e dalla terra da coltivare.

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