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Quel Villaggio Sulla Collina

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VENEZUELA - Puerto La Cruz. 
“Sono nato in un villaggio che si trova su una delle tante colline della mia terra: le case raccolte attorno a una radura e gli abitanti sempre pronti a darti una mano, a fare quadrato contro le carestie e le insidie dei lunghi inverni. Un borgo tranquillo, non lontano dai boschi della mitica Crotone. Un villaggio ove molte donne vestono sempre di nero in attesa del ritorno dei loro uomini che lavorano in Europa.” 
A confidarsi è Guglielmo Caridi. Mi trovo, infatti, in casa sua dopo il nostro casuale incontro di ieri. 
“Ricordo quando il vento soffiava sulla nostra casa. Come capita ai ragazzi, mi prendeva una paura nera e, per esorcizzarla, prima che mia madre accendesse il lume a petrolio (se mancava il petrolio, le bianche steariche di cera) mi rifugiavo al calduccio del camino che ardeva anche durante il giorno. Ai miei piedi ronfavano i due gatti di casa. Sono tornato una sola volta laggiù, dopo vent'anni dalla mia fuga da addebitare alla rabbia che mi lacerava dentro. Nel tempo, mi sono imposto di non informare alcuno delle mie scelte di vita, decisione della quale, in seguito, mi sono pentito. Ricordo che mi venne incontro alla stazione di Cutro un amico di nome Bruno. Ci abbracciammo, ma non gli chiesi dei miei. Il suo silenzio era bastato a rassicurarmi. Ecco infine mostrarsi il mio villaggio. Eravamo prossimi al Natale e un leggero strato di neve ingentiliva la contrada. Ogni perplessità svanì quando rividi i miei genitori che attendevano sul gradino di casa la cui porta era spalancata in segno di benvenuto. Domenico, mio fratello, mi venne incontro. Avvicinandomi notai che mio padre indossava il pastrano di sempre, sul capo il solito cappello con visiera grigia. Mia madre era invecchiata: i capelli, un tempo simili alle spighe di grano maturo, erano bianchi. Mi fissava e non parlava. Eccolo il figliol prodigo! I miei vecchi mi abbracciarono e sentii battere forte i loro cuori.” 
Le confidenze di Guglielmo seguitano. 
“Sono molto legato a Margarita che, come hai visto, appartiene a un’etnia diversa dalla nostra. Abbiamo tre figlie giovani. Il nostro rapporto sarà regolarizzato; avrai notato come le somigliano le ragazze. I miei non hanno mai saputo di noi; avrei dovuto informarli, ma non l’ho fatto. M’intimoriva il carattere di mio padre, sapevo del suo modo di pensare e delle sue reazioni: non avrebbe approvato le mie scelte e ne avrebbe sofferto anche il mio rapporto con Margarita. Sarei potuto tornare in Italia quando nacque la prima figlia; non l’ho fatto: ho trascorso anni difficili perché le crisi in Venezuela erano frequenti e coinvolgevano anche me.” 
Guglielmo si ferma e i suoi occhi mi interrogano. Desidera ascoltare un parere sulle sue confidenze. Lo rassicuro: non nutro pregiudizi in quanto a razze, compagne di vita e colore della pelle. Prosegue: 
“Dei miei morti e del villaggio restano soltanto i ricordi: non muore mai la parte migliore di noi. A portare un fiore sulle tombe dei miei penserà Bruno.” 

Si è fatto tardi. Margarita e le figlie dormono mentre Guglielmo si avvia alla conclusione. 
“Il villaggio si è ormai svuotato e sono pochi i camini che ardono; gli uomini in Europa sono stati raggiunti dalle famiglie. Ti mostrerò una fotografia della nostra casa che troverai anonima. Per me è ben altra cosa. Ricordo che scendevamo alle marine; accadeva sempre in estate quando mio padre tornava da Stoccarda; per dieci giorni e mai più di dieci. Sugli arenili, al centro del Mediterraneo, amavo oziare e osservare i sani bivacchi per famiglie ricche soltanto di sangue. Ovunque, sotto gli alberi, sostavano i carri colmi di grandi cocomeri del Neto da vendere agli automobilisti in transito. Mi chiedo: cosa resta del mio stupendo universo? I giovani continuano a partire con la medesima rabbia di sempre, in attesa di risposte che mai verranno.” 
La notte e il silenzio calano su noi. Tra poche ore il nuovo giorno ascenderà dal mare de la Tortuga mentre i raggi dell’astro si apriranno un varco tra i palmizi del bel litorale di Puerto La Cruz.

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