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La stagione dell’ira - Capitolo 21

Capitolo Ventunesimo

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La solitudine è la suprema
prova dell’umiltà.

D’ANNUNZIO

Lo scopino del loggiato mi aiutò a portare il pagliericcio e ci precedette un agente di custodia.
Quando la blindo che immetteva in cellulare, dalle caratteristiche quasi simili a quelle del padiglione H di Poggioreale si aprì, rimasi negativamente sorpreso dal frastuono che vi regnava. L'agente di scorta informò il collega.
“Eccoti il politico della sei del piano terra.”
La porta d'ingresso stridette ed entrai in una singola.
Nel rinfacciare al Direttore il linguaggio scurrile usato in sala colloqui, con un'improvvisa irruzione, avevo superato la misura.
L’esperienza acquisita suggeriva di dare immediata caccia agli artropodi, i noti animaletti neri e viscidi con infinite zampine mobili. Anche le cimici somiglianti alle lenticchie dal fetore insopportabile sarebbe stato opportuno snidare dalle crepe delle pareti e dai numerosi snodi della branda. Lo feci senza impegno convinto che la superficiale disinfestazione avviata era inutile per la decisione presa di trasferirmi alle vecchie celle. Appena dopo lo scopino mi informò che le compresse del quadrato, non utilizzate da lustri, erano state riattivate per accogliere me insieme a mezza dozzina di reclusi indisciplinati. Alla conta che seguì, lo sticco di turno m'informò che, per il momento, sarei rimasto dove mi trovavo. Scesero le tenebre. La cella era sprovvista di lampada. Al buio, sapevo, non avrei resistito; non certo per fifa, ma perché non sopportavo l'oscurità.
Non l'avevo mai sopportata. La paura l'avrei esorcizzata concentrandomi su qualche banalità. Attesi e, alla fine, chiamai…
“Superiore, il sei del piano terra.”
Ero teso, fuori di me, non mi piacevo.
Giunse l'agente di turno e chiese:
“Che passa politico a quest'ora di notte?”
“Vi prego di aprire lo spioncino.”
“Per fare cosa?”
Lo informai dei motivi della mia insolita richiesta e, appena dopo, ad altezza d'uomo, apparve una breve sottile striscia di luce.
Per la cortesia d'uno sticco avevo evitato di star male.
Mi addormentai per capitolazione. Non udii la campanella del mattino e mi svegliò il controllo sonoro delle sbarre. Mi avevano consentito di dormire, ma la disponibilità mostrata nei miei confronti confermava l'imminenza del trasferimento.
Faceva caldo e la blindo fu aperta di venti centimetri circa, fissata all'esterno da una breve asta metallica corredata da un gancio e da un solido lucchetto. Con intenzione di provocare una leggera corrente d’aria. Potei osservare uno spaccato del padiglione e ascoltare: Voglio morire, voglio morire! L'invocazione ricorrente. Seguirono richieste ai secondini, a volte precedute da battute, commenti e lazzi…  
“Superiore del primo piano.”
“Chi mi cerca?”
“Quarantotto, morto che parla.”
“Vengo, morto che parla troppo.”
“Scassa cancellié. Cancella.”
“Serra catenacci del secondo piano.”
“Mo' viene Natale.”
“Domani viene Natale.”
“'A monnezza.”
Quest'ultimo richiamo annunciava il sopraggiungere degli scopini assegnati al ritiro dei nostri rifiuti.
Le celle di fronte alla mia accoglievano i sorvegliati speciali, la tre veniva utilizzata per la scritturazione. In una singola, Pignatelli il quale, dopo circa un'ora, insieme ad un graduato, venne a trovarmi.
“Ti sei sistemato? Hai problemi?”
“Non ho problemi per ora.”
“Cerca d’essere prudente.”
La cautela consigliata dalla primula scavezzacollo sorprendeva. Aggiunse:
“Conosci le ultime novità?”
“Non ancora.”
“Ci trasferiranno per Melfi, Procida, Potenza e Vallo della Lucania.”
“E' colpa mia?”
“Sei riuscito ad accelerare i tempi. Se hai bisogno chiama lui che mi avvertirà.” Indicò il custode.
Come accennato, nel processo che seguì il nostro, Pigna era stato condannato a dodici anni di reclusione; V. Capocasale ad un anno e Guarino assolto.
Il colonnello Trotta - che aveva giudicato Pignatelli diabolico organizzatore di trame e congiure, avventuriero e drogato; altro che personaggio salgariano - sollecitò condanne più severe: diciotto anni per Pignatelli, nove per Guarino e sei per Capocasale.
I magistrati, confermata l'assoluzione per Guarino, cassarono la sentenza accorpando il nuovo processo a quello contro Nando Di Nardo e Valerio Borghese.

Il recluso della quattordici la cui blindo, similmente alle altre, era stata parzialmente aperta, gesticolò al mio indirizzo facendomi capire che avrebbe gradito qualcosa da fumare. Feci un cenno d'assenso e, dopo alcuni minuti, si presentò uno scopino che chiese...
“Cosa vuoi spedire ora a don Leonardo?”
“Una sigaretta e del tabacco per due spinelli. Uno è per te. Fattelo dare da lui.”
Lo scopino, agguantato quanto gli porgevo, raggiunse la cella di don Leonardo. Nel primo pomeriggio, riuscimmo a conversare. Non a caso eravamo diventati esperti in mimica della comunicazione. Chiesi a don Leonardo…
“Perché sei dentro?”
“Omicidio. Due+due. Ventidue anni.”
“In attesa di punizione?”
“La posta tarda sempre ad arrivare e ho rifiutato il latte del mattino. Conosci Peppinocciu? Alecce? Sono scappati mentre li trasferivano. Peppinocciu conosce come le sue tasche le montagne ove si trovano adesso. Sentirai presto parlare di loro perché faranno faville.”
Peppinocciu C., esecutore, in combutta con i familiari, della strage di P. grosso centro abitato vicino Vibo Valentia. Lo incontravo tutti i lunedì durante la distribuzione delle sigarette. Un giorno, nel porgermi la scheda contabile personale, ammiccò al mio indirizzo. Desiderava altro tabacco in aggiunta alla sua spettanza settimanale. Gli allungai due mezzi toscani e gravai la modesta spesa sulla mia cartella. Infine azzardai: poteva raccontarmi qualcosa di sé? Se l'avesse fatto gli avrei procurato tre pacchetti di nazionali, di quelle morbide. La proposta lo allettava: allungò una mano e strinse la mia. Considerò:
“Tutto quel che lasci è perduto. Meglio poco che un bel nulla. Sono a disposizione, anche ora.”
Pregai il custode di concedermi il tempo per controllare i conti che non quadravano e mi accontentò come sempre in passato. I rapporti con l'agente Santoro, mio concittadino erano ottimi. L'avevo conosciuto in quel di Poggioreale e ricordavo di lui un particolare episodio: durante la distribuzione di un cucchiaino d'olio di semi da versare nelle gamelle, non mancava di aggiungerne (solo per noi) un secondo, non dovuto.
Un gesto di stima nei nostri confronti.
Peppinocciu, allontanati i reclusi che si erano avvicinati per curiosare, avviò le confidenze.
“La nostra famiglia è composta dai miei genitori, due sorelle e mio fratello Martino. Ai quali sono da sommare l'altro fratello Giuseppe e sua moglie. I contatti con i vicini di podere si interruppero dopo la rottura del fidanzamento di mia sorella Maria con Giacomo, uno dei giovani del loro clan. Per una lite con un comune conoscente, il padre di Giacomo testimoniò contro di noi. Per ritorsione, durante la notte rompemmo gli argini di un canale irriguo di loro proprietà e mio padre dovette risponderne in Tribunale. Martino, dopo qualche tempo, partì soldato e, prima di andare, minacciò gli Erre di ritorsioni se avessero molestato i nostri congiunti durante la sua assenza. Dopo circa un mese, disertò e si nascose presso la nostra carbonaia in montagna. Nei giorni successivi tentarono di rubare la legna e Martino esplose due colpi di fucile per fugare i ladri.”
L'agente Santoro batté indice e medio della destra sul taschino della giacca ove custodiva l'orologio. Lo pregai di pazientare e mi concesse altri dieci minuti. Peppinocciu riprese…
“Dopo una soffiata i carabinieri chiesero di conoscere le ragioni che m'avevano spinto a esplodere i due colpi di fucile. Risposi che avevo mirato ad un cane randagio che mostrava di volermi azzannare. Non abboccarono e fui incriminato per porto abusivo d'arma da fuoco, la doppietta sequestrata. Martino avrebbe voluto vendicarsi certo che, ad informare l'Arma era stato un componente la famiglia Erre. Tata suggerì di pazientare. Scontai alcune settimane di prigione e, appena libero, decidemmo di agire senza attendere oltre. Riallacciammo, intanto, i rapporti con i nostri vicini e mia sorella tornò a frequentare il pretendente. Al fine di festeggiare il lieto evento si decise di cenare in casa loro ove ci recammo forniti di accette e roncoli.”
Peppinocciu infilò una gamba tra i ferri del cancello e poggiò sul ginocchio il foglio che gli porgevo con intenzione di tracciarvi una sorta di ragguaglio grafico con segnalati i posti occupati al desco della morte.
Ora lasciamo che Peppinocciu completi il suo dire.
“Dopo aver bevuto il vino del barile mio padre, insieme a mio zio ed ai fratelli di Giacomo, si recarono in paese per acquistarne dell'altro. I giovani furono accoltellati per strada, i corpi buttati in una scarpata. Rientrati, prima di scatenarci, lanciai a mo' di segnale una caraffa contro la parete. Il resto lo conosci. Aggiungerò che Mariella, la più giovane della loro famiglia, allontanatasi senza che ce ne accorgessimo, è riuscita a farla franca. E' sposata ed ha alcuni figli maschi.
“Come vedi anche i miei conti ancora non tornano.”

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