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La stagione dell’ira - Capitolo 20

Capitolo Ventesimo

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I miei abiti sono in uno stato
orribile ed io sono malato.
Se tu potessi venire!

EDGAR  A. PÖE

Dal settore del pubblico, oltre la transenna intarsiata, la giovane dai grandi occhi e dai capelli scuri mi indirizzò uno stupendo sorriso. Erano trascorse più settimane dal primo muto invito all'intesa e la cittadella sembrava finalmente espugnata. Una nuova speranza si apriva alle ragioni del cuore.
Il processo continuò con molti intoppi e lungaggini. In quel clima rarefatto nacquero nuovi amori, alcuni dei quali ebbero presto fine. Così va la vita.
Durante una pausa del dibattito quasi obbligai i miei amici a sorbirsi un'esercitazione poetica giovanile.

Torna, baciato dal sole, ridente
alle colline, il verde e l’alloro.
Lieto il cinguettio alle grondaie e
ai rami in fiore. Lenti ai pascoli
risalgono gli armenti, discendono
le valli le acque cristalline...

Il diario passi, ma versificare. Non mancava che questo.” Mi punzecchiarono.
Lasciai che mi prendessero in giro.

Raf Caporale, sempre tormentato dalla febbre infida, rifiutò ancora una volta il ricovero in infermeria.

Arrivò Pignatelli scortato da tre uomini dell'Arma.
L'Accusa gongolò: ora poteva… trottare! In attesa di farlo, si accontentò di… tuonare.
“È arrivato il cavaliere nero. Risponderà a me personalmente delle sue malefatte. In nostre mani si trova anche il suo amico e commilitone colonnello Guarino."
Seguì l'arresto di Vittorio Capocasale, fratello minore di Pietro, accusato di propaganda antinazionale. Si mise a ritrarre gli angoli suggestivi del Forte.

Durante la passeggiata Pignatelli mostrò di gradire la nostra compagnia. Sul suo volto aleggiava un velo di cordialità che mal si conciliava con l'atmosfera di mistero che l'aveva preceduto. Quando sorrideva disperdeva intorno a sé i pensieri complicati. Nel salutarci, muoveva a fatica il braccio anchilosato.
“Ferita di guerra?”
“Sette.”
Quando lasciava il passeggio per rientrare in cellulare mi sembrava di veder scomparire l’ultimo sogno di un generoso e spericolato Azteco.
La primula si aprì alle confidenze e narrò delle sue avventure. Ad esempio, quella del Generale Aspirina, rivoluzionario messicano dai costumi sbrigativi e dalle decisioni bizzarre. Quando Pignatelli gli chiese da cosa gli derivasse il curioso nomignolo, rispose:
“Festeggiavo con i miei ufficiali l'ultima vittoria e avevo conosciuto una brava e bella attrice. Ero su di giri e facevamo gran baldoria in un locale di Città del Messico. Un signore taciturno, seduto in un angolo della sala, non mostrava interesse alcuno per quanto accadeva intorno a lui. Pregai un cameriere di portargli, a mio nome e dell'attrice, una bottiglia di tequila e invitarlo a brindare alla nostra salute. Il cliente, oltre che musone, era astemio. La sua malinconia m'innervosiva: non amo gli astemi e ancor meno gli introversi. Come fare a rifiutare una bottiglia dell'ottima bevanda? Tentai di convincerlo personalmente, ma il signore seguitò a negarsi alle mie cortesie. Addirittura protestò: gli avevamo rotto i gioielli di famiglia e procurato un mal di capo. Gli suggerii: Allora necessita un’aspirina! Rispose: D'accordo, ma dove la trovo? Estratta la pistola lo informai: Ecco pronta l'aspirina, una doppia dose!  Si provi ad indovinare com'è finita la querelle.”
Pignatelli raccontò ancora…
“Mi è capitato davvero trovarmi nei panni scomodi della primula. La rivoluzione bolscevica infuriava ed ero in contatto con il comandante d’una petroliera dovendo portare a compimento l'imbarco clandestino di alcune personalità politiche. La polizia era sulle mie tracce e fui costretto a riparare in una delle cisterne della nave che - nel porto di Odessa - gli agenti si accingevano a perquisire. Essendosi limitati a visitare le cabine e la stiva, se n'andavano già allorché furono informati che la nave sarebbe salpata dopo aver completato il carico. Gli agenti decisero di rimanere a bordo. Il greggio cominciò ad affluire nella cisterna ove mi trovavo costringendomi a salire, piolo dopo piolo, per la scaletta metallica di cui era dotata. Quasi soffocavo per le esalazioni, quando udii allontanarsi il motoscafo della polizia portuaria. Guadagnai subito il ponte.”
Per meglio illustrare la figura di Pignatelli sarà opportuno rifarsi alla LAMPADA E IL FASCIO - Larussa Editore srl - libro del Prof. Roberto Guarasci, docente presso l'Università di Cosenza. Egli scrive:
Valerio Pignatelli di Cerchiara - nato a Chieti il 19 marzo 1886 - era un personaggio talmente fuori del comune che la sua romanzesca biografia merita di essere ricordata seppur nei suoi tratti essenziali. Ufficiale di cavalleria nella conquista della Libia; mitragliere e ardito Fiamma nera nella Grande Guerra; comandante il X BTG eritreo nella conquista dell'Impero; comandante del quarto BTG carri e in seguito del Btg d'assalto delle 'Frecce nere' in O.M.S.; comandante il III Btg paracadutisti nella seconda guerra mondiale.
Sette volte ferito e cinque volte decorato.
In una parentesi degli avvenimenti bellici, era addetto militare a Budapest all'epoca di Bela Khun. Partecipò alla rivoluzione russa al comando di un gruppo di bianchi. Dopo la vittoria bolscevica scampò miracolosamente all'arresto e alla fucilazione nascondendosi in una petroliera in partenza da Odessa.
Era stato per un certo periodo nel Messico e, durante una delle ricorrenti rivoluzioni in quel paese, fu - per dieci giorni - eletto imperatore della nazione, salvo dover poi, a seguito di vicende sfavorevoli, riparare negli Stati Uniti. Senza nemmeno una lira. Durante le richiamate peripezie, Pignatelli aveva perso la moglie e, dopo aver fatto diversi mestieri, finì per sposare la figlia del miliardario W.R. Hearst, Patricia, ed essere nominato rappresentante per l'Europa dell'omonimo gruppo editoriale. Il matrimonio con l'ereditiera non durò a lungo anche perché Pignatelli era rientrato in Italia per assumere, come abbiamo già detto, il comando di un battaglione di paracadutisti.
In seguito, ritrova Maria Elia, già moglie del Marchese De Seta (conosciuta da giovane) e la sposa nel 1942. Pochi mesi prima del crollo del regime ottenne l'incarico di organizzare le Guardie ai Labari e, da quel passionale che era, si gettò con entusiasmo nell'impresa. Primo teatro della sua attività di organizzatore clandestino è la Calabria, in particolare la provincia di Catanzaro. Il gruppo chiuderà il suo breve ciclo vitale con un processo rimasto famoso e chiamato degli ottantotto dal numero degli imputati.
Io aggiungerò che, nel tempo, tre furono le sue espulsioni dal partito fascista, altrettanti i rientri.
Autore di romanzi d'appendice: L'ultimo dei moschettieri (vi riecheggiano le imprese dell'avo Andrea Pignatelli, colonnello dei dragoni di Napoleone); Duncan Bey, X dragoni, Il Corriere dello Zar, I Cadetti dell’Alcazar.
Diversi duelli lo ebbero come protagonista. Tra gli avversari, il gerarca fascista Farinacci.
Maria Elia fu una compagna ideale, preziosa collaboratrice, coraggiosa, mostrò doti diplomatiche non comuni nell'espletamento d'una delicata missione nel Nord Italia. Pignatelli, deceduto nel 1965 a Sellia Marina (in provincia di Catanzaro) ove risiedeva, è stato tumulato a Cerchiara di Calabria (provincia di Cosenza) nel Santuario di Santa Maria delle Armi. Delle Armi, dalla traduzione popolare del genitivo greco Ton Armon ovvero delle grotte.
Il Santuario sorge sul Monte Sellaro, nel massiccio del Pollino.
Sul granito scarlatto con venature chiare si legge…

V A L E R I U S    P I G N A T E L L I
PRINCEPS PATRICIUS NEAPOLITANUS
MARCHIO CIRCLARII
EQUES ORDINIS MILITARIS ITALIAE
MAGISTER EQUITUM
PLURIES IN BELLO VULNERATUS
QUINQUE ARGENTEIS NUMISMATIBUS
DECORATUS MULTA SCRIPSIT EDIDITQUE HIC
IN CHRISTO REQUESCIT

Chieti 1886  --  Cerchiara di Calabria 1965.

I resti mortali di Maria De Seta, deceduta a Lametia per un incidente automobilistico, riposano nel cimitero di Sersale non lungi da Sellia Marina e Catanzaro.

Il processo proseguì con le arringhe degli avvocati Martuscelli, Pugliese, Marincola, Pellegrini, Pancaro e Fagiani. A seguito del protrarsi della mia assenza dall'aula - per una trafittura da chiodo arrugginito - non potei prendere nota delle arringhe. Né d'altro.

In occasione d'un colloquio straordinario concessomi, Gaetano Morelli mi suggerì d'indossare una splendida camicia di seta. Una sorta di nobile pigiama bianco con girocollo scarlatto e filare di bottoni madreperlati.
“Sei uno schianto. Somigli a un pesce argento. Meglio, ad un pollo di mare.” Commentarono.
Raf Caporale, mordace, rincarò la dose:
“Ad un bel cervo pomellato.”
Rasato, scarpe senza stringhe, lucidate con un'oliva nera secca e preceduto da un custode, raggiunsi la stanza dei colloqui.
Ad attendermi Lei. Sorrideva e si mostrava lieta.

Durante il processo, il sanitario mi consigliò di rimanere in stanza a cagione della gamba andata in suppurazione per il banale incidente al quale ho accennato. Restavo in compagnia di Raf Caporale e Pietro Stella (mentre gli altri rumorosamente partivano per raggiungere il Tribunale) fino a quando Maria Antonietta, la piccola del Comandante, si mostrava alla finestra di casa sua.
“Ciao Mariella.”
“La tua camba come sta?”
“Sono guarito.”
“Quando uscirai ricorda di non andare via.”
“Quando uscirò ti porterò le caramelle. Adesso canta per noi la più bella canzone che conosci.”
Mariella cantava, poi batteva il suo tasto preferito:
“Siete brutti carcerati. Lo dice sempre papà mio.”
Dopo avere poggiato a mo' di sostegno i gomiti tra i ferri della grata, continuavo a colloquiare:
“Questo si chiama pollice. Ripeti  po-lli-ce.”
“Po-lli-ce.”
"Ora continua.”
“In-di-ce, me-dio, a-nu-la-le, mi-gno-lo.”
“A-nu-la-re  non  a-nu-la-le.”
“Anulare.”

Mai scorderemo quella bimba bella,
con il sorriso ci ha donato
gioia infinita dalla finestrella…

Se tirava vento le finestre rimanevano chiuse.

L’Accusa rivendicò diritto di replica e presto riavvertimmo la grande ambascia del Procuratore che naturalmente non scordò di mettersi in diretto contatto con l’Onnipotente. Seguì l'intervento dell'avvocato Marincola...
“Non avendo l’Accusa nella sua replica apportato novità di rilievo e dato che la difesa dovrebbe, nel rispondere, usare il medesimo irriverente linguaggio da lui adoperato, il Collegio dei difensori decide di astenersi dall'intervenire. All'unanimità esprime piena fiducia nell'indipendenza del Tribunale.”
Il Generale di seguito concesse la parola a Filosa che aveva insistito tanto per riottenerla. L’imputato s'accinse a commentare particolari aspetti del processo, ma il Presidente, infastidito per la piega imboccata dall'intervento, gli tolse la parola.
Appena dopo, rivolto agli imputati, chiese…
Qualcuno di voi ha forse voglia di integrare le sue deposizioni rese nel tempo?
Seguì l’appello nominale, ma nessuno volle parlare. L'udienza slittò al giorno successivo. Scoccavano appena le dieci.

La folla riempì l’emiciclo ed il Presidente riprese al punto in cui era rimasto il giorno prima. Chiese: Chi ha intenzione di parlare lo dica.
Fu Giuseppe Scola del gruppo di Crotone a farlo.
“Non mi son difeso ieri e non mi difendo oggi usando mezzi indegni. Le mie deposizioni sono lì, riprese dai verbali. Lineari, senza smentite e senza fughe. Ho assunto le mie responsabilità sin dal primo istante e le ho mantenute fino alla fine. Non le rinnego oggi. La mia fede nella Patria la rivendico e riaffermo perché di ciò non devo certo difendermi. Esiste una situazione dolorosa nella mia famiglia: gli uomini che ne fanno parte vivono da molti mesi in carcere. Con noi si trova il fratello di mio padre. Vi chiedo: restituite alle nostre case mio padre, mio zio e mio fratello. Se esiste un responsabile, io sono il responsabile!

7 aprile 1945. Ore 9.50
Un soldato annunciò:
Il Tribunale si ritira in Camera di Consiglio.
Cercai un volto tra la folla, ma non lo trovai.
Spirali di vapore ascendevano al soffitto mentre le notizie circolavano in libertà.
“L’articolo 270 terzo comma è caduto.”
“Domani dormirò tra lenzuola fresche di bucato.”
“C’è ancora il fermo della polizia.”
“Mi toccherà attendere qualche giorno.”
Scese la notte. Sul tetto, visibili attraverso le grandi finestre dai vetri gialli, gli uomini dell'Arma vigilavano.
“La montagna partorirà il solito topolino asfittico.”
Era il parere dell'Accusa che considerò giunta l'ora di dileguarsi. Afferrato il cappello, infilato il pastrano, inforcati gli occhiali e agguantata la borsa con ben simulata impazienza, s'avviò verso l'uscita. Si dileguava la chioccia che aveva covato il serpente a sonagli.
Luigi Filosa infierì:
“Scappa perché conosce l’esito della sentenza. La sua non è paura, ma vergogna.”
Un Sostituto subito occupò il posto del Procuratore e un nutrito gruppo di difensori lo attorniò.
“Al posto del mio Capo, avrei rubricato il reato di guerra civile.” Era sincero, a differenza di altri.
Di tanto in tanto, il soldato sbirciava in aula.
I magistrati, era evidente, attendevano che la stanchezza prostrasse i familiari rimasti in aula.
Le due, le tre, le quattro!
La folla si era ridotta a poche decine di persone insonnolite e stanche per l'interminabile attesa.
Le fasi che scandivano la conclusione del processo, erano state programmate con cura: l'ora dell'ingresso dei giudici in gran conclave, i tempi per la discussione, il ristoro, il riposo, la stesura della sentenza. Alle cinque, o giù di lì, l'ingresso possibilmente discreto in aula e la lettura del dispositivo di condanna!

Entra il Tribunale!
Erano trascorse diciannove ore dall'entrata in Camera di Consiglio. Il Generale, quasi in sordina, lesse:
In nome di Umberto di Savoia - Luogotenente generale del Regno - questo Tribunale - letti e applicati i relativi articoli di Legge

                                                                                       D  I  C  H  I  A  R  A

Filosa Luigi, Morelli Gaetano, Scola Giuseppe, Scola Attilio, Capocasale Pietro e Colosimo Antonio, Paparo Aldo, Gimigliano Nino, Notaro Ugo - responsabili dei delitti di cui agli articoli 305, 420 e 435 del Codice Penale e dell’articolo 176 del Codice di Procedura Militare di pace - esclusa l’aggravante del bando - condanna Capocasale Pietro ad anni dieci. Morelli Gaetano ad anni nove. Tutti gli altri ad anni otto.
Sestito Aldo, Cupiraggi Giulio, Sergi Giovanni, Cianciulli Francesco - partecipanti più attivi, non promotori - ad anni sei di reclusione.
Dichiara Bruni Nicola, Pastore Teodoro, Perfetti Emilio, Miccichè Beniamino, Giardini Ferdinando, Scola Arturo, Scola Francesco, Ryllo Francesco, Ryllo Giuseppe, Bombardiere Francesco, Gallerano Gaetano, Corda Antonio, Fatica Francesco, Ansani Simone, Chiefari Antonio, Bernardi Antonio, Trovato Salvatore, Mauro Provino, Guarnieri Gino, Greco Domenico, Schifino Gioacchino, Famularo Giuseppe, Stella Pietro, De Iesi Benito, Notaro Eugenio, De Martino Domenico, Pampana Mariano, Ferri Francesco e Caporale Raffaele - partecipanti ai reati sopra enunciati, con l'esclusione dell'aggravante dell'articolo 166 - e li condanna ad anni quattro di reclusione. Lento Domenico, Caparello Basilio, Magistri Ernesto, Dodaro Luigi, Di Cello Francesco, Fiore Melacrinis Napoleone, Vasta Sesto, Mannucci Vittorio, Renda Giovanni, Sicilia Giuseppe, Caruso Felice, responsabili dei reati di cui sopra, sono condannati, con la diminuente per la minore età e delle attenuanti generiche, ad anni due.
Condanna gli imputati al pagamento delle spese processuali.
Assolve per non aver commesso il fatto: De Iesi Angelo, Longo Raffaele, Barberio Vincenzo, Barberio Mario, Monardi Bruno, Larussa Vincenzo, Bellezza Ugo, Servidone Vincenzo, Bagnato Domenico, Malerba Antonio, Diana Antonio, Innocente Michele, Scalzo Armando, Noce Gaetano, Carratelli Orazio, Passarelli Francesco, Codeville Vero, Morrone Pietro, Mazzotta Orlando, Macrì Rosario, Carmagnola Vincenzo, Gallucci Generoso, Monti Augusto, Bagliori Giovanni.
Assolve per insufficienza di prove: Cerra Mario, Romolo Salvatore, Montesanti Giacinto, Ciraudo Giovanni, Provenzano Giacinto, Munno Giorgio, Colelli Antonio, Colelli Francesco, Pupello Domenico, Liscotti Giovanni, Pandolfo Giuseppe.
Confisca le somme sequestrate al Sestito.

Guai ai vinti!
I presunti eversori erano stati impallinati e non avrebbe più volato.
Avvertii pesante il piombo nelle ali.
Cercammo, riuscendovi, di non farci cogliere dalla commozione. Non c'era più spazio per i rimpianti!
Stringete i polsi, fate che sanguinino.
E' inutile usare riguardi per quanti sono fuori dal consorzio civile, pedine dimenticate nell’urna amara della vita. Un gruppo di familiari attendeva all'uscita del Palazzaccio. Tra di loro, mio padre il migliore dei miei amici. Una tenue foschia velava il cielo che imbiancava.
L'autobus ci riportò al Forte ove il maresciallo Putortì attendeva - i gomiti poggiati ai ferri del loggiato e il capo tra le mani - per augurarci buona fortuna.

Ci sistemammo in branda e qualcuno suggerì:
Spalancate quella finestra, per scaramanzia!
Mi posi cavalcioni del mio sacco per annotare quanto mi frullava in testa.
Immagini pregne del sapore acre dei miei vent'anni negati.

Vorrei segnare ancora
la terra mia feconda,
Vorrei sferzare l’onda
Felice come allora.
  Lieto e giulivo andare
  pe’ i campi scorrazzando,
  amar filosofando
  cogliere fiori, sognare.
Salir per gli alti monti
discendere le valli
percorrere quei calli,
andar per strade e ponti.
 Fare la posta al lupo,
 scrutar l’ignoto abisso,
 guatar con l’occhio fisso
 discender nel dirupo.
Ahimè, quest'è sognare.
Via, è una gran chimera.
Forse sarà la sera
che fa fantasticare.
 Avanti, avanti entrate.
 Chi bussa a quella porta?
 Ditemi, cosa fate?
 La gentilezza è morta?
Noi siamo i tuoi padroni.
Scusatemi, sognavo:
cercando rinvangavo
dei miei passati agoni.
 Scorgevo i castagneti
 e una bianca villa,
 tanti bei fiori lilla
 pe' i canti dei poeti.
Piccolo il camposanto,
il campanile antico
del mio paesello amico
chiuso nel verde incanto.
 Scorgevo china mamma
 attesa alla preghiera!
 Questa non è chimera
 bensì la grande fiamma.
Sento una voce mozza,
or mi si spezza il cuore,
io sono un sognatore.
Madre. Perché singhiozza?
 Hai la corona in mano,
 scorgo il tuo volto stanco.
 Riposati al mio fianco,
 non tormentarti invano.
Lasciatemi cullare
la madre mia. Andate,
prego, non la turbate:
desidera sperare.
 Mio padre al lavoro intento.
 Or nasce un bel prodigio
 sotto quel cielo grigio.
 Cosa mi dice? Sento.
Parla d'un sogno infranto
pena per la sciagura
è colma la misura
il suo sorriso è pianto.
 Scorge il Paese in lutto:
 ovunque è un velo nero,
 l’immenso cimitero,
 tutto è distrutto, tutto.
Certo, io non riposo.
Quelle non son le stelle?
In sonno non son belle,
il sogno spaventoso!
 Aspro è ormai il sentiero,
 eppur non sono un vinto.
 Anche il mio cuore è avvinto:
 non faccio il forestiero.
Laggiù già spunta l’alba,
scorgo il bel cielo a scacchi,
attorno ho venti sacchi
sotto la luce scialba.
 I più russano in coro,
 sereni i loro volti.
 Hurrà, non son sepolti:
 fanno un bel sogno d’oro.

Avrei dormito fino a mezzogiorno, se lo avessero consentito. Mi addormentai per sognare uomini in armi, cancelli, porte blindate, celle e catene, ferri di campagna, secondini e rivolte. Tribunali straordinari di guerra, avvocati e giudici in maschera.
Monti nel sole e cieli azzurri, limpidi e infiniti.
Presto comprendemmo che il nostro peregrinare non avrebbe avuto ancora fine. In catene, avremmo ripreso il cammino verso destinazioni lontane e sconosciute. Affrontato lo scorrere implacabile del tempo.
Noi che eravamo lì, avemmo modo di notare le deficienze dell'istruttoria, l'inconsistenza e la tenuta delle prove, le lacune, i nomi degli accusatori che non si presentarono in aula né come imputati e neanche come testimoni. Le posizioni processuali identiche che ricevettero un trattamento diverso. Le accuse spesso costruite e fondate su capziose disquisizioni. La sentenza avrebbe dovuto essere chiarificatrice, ma non lo fu.
Non sapremmo incolpare i giudici.
Questi uomini, soldati e non tecnici, neanche politici, nuovi alle aule giudiziarie e ai Tribunali straordinari di guerra, fecero del loro meglio a fronte della congerie di fatti, soggetti e articoli di legge. Soprattutto parole. Tante parole. Magistrati che non seppero oppure non vollero chiarire le approssimazioni dell'istruttoria, i rapporti fra imputati e imputati, anziani e giovani, gruppi e gruppi. Che non fecero beneficiare i minori del perdono giudiziario e della sospensione condizionale della pena che la Magistratura penale ordinaria non avrebbe sicuramente negato.

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